Troppo piombo e poca cooperazione: il folle bilancio delle spese militari in Italia

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Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE, “Guerra e pace” (scarica)

di Antonio Cormaci

 

I fatti di Parigi hanno scombussolato gli equilibri politici nazionali e internazionali. Un incessante turbinio di paure e morte ha spazzato via quel già precario equilibrio europeo e non solo, che lentamente viaggiava su una lama di rasoio. Il risultato è la paura. La voglia di vendetta, un ritrovato patriottismo tanto di moda negli ultimi tempi. La spada di Damocle, ovviamente, cade sulle politiche relative all’immigrazione, adesso più che mai severe e poco morigerate, ma anche sulle spese militari, in Italia già di per sé folli anche in tempi di “pace”. Il virgolettato è d’obbligo considerato che l’Europa,  l’Italia, sono in guerra ormai da più di 10 anni.

 

Sebbene i conclamati annunci del Ministero della Difesa sulla diminuzione delle spese militari in Italia, tema in continuo contrasto con gli ammonimenti Nato che vogliono un 2% del Pil, queste non cessano di scemare. Anzi.

Le forze armate italiane sono costate, nell’anno solare 2015, 17 miliardi di euro, di cui 4.7 miliardi spesi per l’acquisto di mezzi militari, missili e munizioni.  Facendo un calcolo in base a quanto dichiarato dal Governo, ossia di spendere almeno altri 13 miliardi di euro in 3 anni, si potrebbe attuare, con la stessa cifra, una spesa previdenziale che permetterebbe di finanziare le pensioni, al fine di garantire un welfare più efficace. Non sono solo le armi la principale voce di spesa nel bilancio: a far la voce grossa è anche il personale militare, al quale sono stati destinati quasi 10 miliardi nell’anno 2015 per i loro stipendi e le loro pensioni; si tratta di un personale che annovera 174.500 uomini tra Esercito, Marina ed Aeronautica.

L’abbondare di queste cifre, decisamente troppo per una spesa pubblica che dovrebbe rafforzare altre prerogative di un sano welfare, è una chiara patologia della riforma Di Paola, che non è mai decollata e la cui unica nota lieta è stata una riduzione di 1382 dipendenti rispetto al 2014. Per il resto, solo lentezze. Anzi, v’è addirittura stato un aumento della spesa totale, con un +1,6%, con 1,3 miliardi di euro destinati alla manutenzione di armi, caserme e basi. Paradossale è che le cifre spese per la manutenzione e spese affini, non sono sufficienti, essendo quindi necessari finanziamenti derivati da provvedimenti governativi di sostegno alle missioni internazionali.

In sostanza possiamo definire l’apparato militare italiano come fortemente precario, in quanto strutture e mezzi non sembrano particolarmente tutelati da voci di spesa consistenti. E quindi perché queste cifre folli? Nell’Italia dei paradossi anche questa domanda ha un perché: il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero della Difesa non fanno mancare l’acquisto di costosissimi nuovi mezzi, simbolo del più bieco efficientismo di facciata. È il caso della portaerei Cavour, quasi sempre ancorata poiché non vi sono sufficienti investimenti per il carburante. È il caso dei 2,5 miliardi di acquisto di armamenti. È il caso della nuova flotta da guerra della Marina. È il caso dei nuovi elicotteri Hh1010, dei caccia di addestramento M346, dei celebri cacciabombardieri Eurofighter (spesa da 768 milioni di euro), dei carri armati ruotati Freccia, dei nuovi cacciabombardieri Tornado, dal valore di 80 milioni. Una spesa pubblica altissima nel 2015.

Quelle analizzate, in particolar modo i 13 miliardi di euro in tre anni destinati all’acquisto di armi, sono cifre folli, mastodontiche. È bene ricordare che nelle c.d. spese della Difesa sono annoverate anche le missioni di cooperazione, oltre che gli interventi militari in senso stretto. Tuttavia v’è un disequilibrio notevole tra le spese militari e quelle di cooperazione. Un disequilibrio iniquo, complice anche le sopra citate sollecitazioni Nato che vogliono un rapporto del 2% tra spesa militare e prodotto interno lordo. In proporzione, mentre 9 euro su 10 vanno alle spese militari, quelle che abbiamo sopra elencato, solamente delle ininfluenti briciole – sempre provenienti dai provvedimenti governativi per le missioni internazionali – sono destinate alla cooperazione. Nel 2014, per esempio, sono stati 2,9 i miliardi spesi per la cooperazione, contro i 23 per gli allestimenti militari. È pur vero che l’Italia negli ultimi anni è salita dallo 0,2% del PIL allo 0,16% di spesa per la cooperazione ma deve essere fatto di più.

Qualcuno, specialmente con la minaccia del terrorismo, ci ha provato. Con il decreto presentato il 10 febbraio del 2015, il governo ha rifinanziato per i primi nove mesi dell’anno le missioni all’estero con 542 milioni di euro , una cifra in lieve calo rispetto ai 550 milioni spesi per i primi sei mesi dello scorso anno.

La principale novità di quest’anno è rappresentata dall’inserimento di una prima lunga parte di norme dedicata appunto  alla lotta al terrorismo. Un decreto che, come è stato sottolineato da alcuni giornalisti ed esperti, con il passare degli anni è riuscito a “caricarsi di disorganicità, incoerenza e confusione, rispecchiando forse l’assenza di una chiara, definita e lungimirante strategia politica del nostro Paese per affrontare le crisi internazionali.”

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