C’è chi dice no! Intervista a Giannantonio Mingozzi

MIngozzi, ravenna web

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Il punto di vista del vicesindaco di Ravenna Giannantonio Mingozzi: “Non vado a votare, speriamo non si raggiunga il quorum”. Tra autosufficienza energetica, investimenti, posti di lavoro e fonti rinnovabili.

Qual è la sua posizione rispetto al referendum del 17 Aprile?
Dal mio punto di vista le attività estrattive, che a Ravenna e nell’Adriatico riguardano soprattutto il gas, devono essere mantenute e quindi noi ci impegneremo affinché al referendum non si raggiunga il quorum. A motivazione di difesa delle aziende – 50 nel settore del’ oil&gas che solo a Ravenna operano: queste non solo danno lavoro a circa seimila dipendenti, di cui un po’ di questi sono già in cassa integrazione, ma coprono anche un fabbisogno energetico che per quanto possa essere limitato ci consente in ogni caso di avere una maggiore autonomia nel rifornimento delle nostre riserve. Le attività produttive che si impegnano nella ricerca nel nostro comparto a Ravenna producono un fatturato di oltre 2 miliardi. Io difendo questo settore soprattutto perché quello che i promotori del referendum chiamano “periodo di transizione verso fonti rinnovabili” sarà molto lungo e in questo periodo è un errore chiudere l’attività di concessione. Per la verità non verrebbero chiuse ma se passasse questo referendum non ci sarebbero più imprese disponibili ad investire in concessioni che sarebbero a termine.

Un sì al referendum a che risultato porterebbe?
Se si raggiungesse il quorum – e non c’è dubbio che se passasse il quorum vincerebbe il sì – si rischia di rinunciare a investimenti per la mancanza di nuove concessioni legate agli appalti di manutenzione, servizi di rifornimento. Entro le 12 miglia ci sono 22 concessioni in essere di cui 15 scadono fra 2019 e 2027,  7 sono quelle più vicine a noi. Le piattaforme sono 49 e questo comparto rischia ricadute drammatiche su posti di lavoro e ricerca. Non parliamo poi della Croazia, perché non è vero che intendono rinunciare all’emungimento dei gas,  ma vogliono approfittare del fatto che l’Italia prende tempo. Le gare che stanno preparando rischiano di sottrarre risorse energetiche che sono proprie di questo paese, non c’è nessun paese al mondo che rinuncia a utilizzare fonti di approvvigionamento così importanti come le nostre.

I seimila dipendenti ai quali si riferisce non sono impiegati tutti nelle 49 piattaforme?
No, perché l’attività dell’oil&gas è anche quella di manutentare gli impianti, di servire, nell’innovazione tecnologica dell’attività di estrazione del gas. Le stesse imprese dell’oil&gas oggi finanziano la ricerca di fonti alternative e l’implementazione di queste fonti alternative con l’utilizzo dei gas che è oggi fondamentale, quindi verrebbe a formarsi un circolo negativo che alla fine darebbe come risultato interrompere gli investimenti, mettere in cassa integrazione se non licenziare nel breve periodo almeno la metà di questi seimila addetti, ma soprattutto si vedrebbe mancare tutto quel sistema di concorrenza col mondo in cui le nostre imprese rappresentano le tecnologie migliori sul fronte europeo. Il rischio è che uno dei comparti più innovativi delle nostre imprese e della nostra tecnologia subisca una battuta d’arresto che sarebbe dura riprendere.

I dati mostrano che le rinnovabili creano più posti di lavoro a parità di investimenti e energia prodotta.
Questo è un parere scientifico di alcuni docenti universitari che a mio parere lascia il tempo che trova. Le rinnovabili sono tutti tentativi e tutte attività che non sono dietro l’angolo. Abbiamo ancora bisogno di gas per chissà quanti altri decenni e il fatto che dovessimo ridurre la produzione vorrebbe dire che l’Adriatico rischierebbe di essere percorso da navi gasiere o petroliere che oggi non ci sono perché oggi fortunatamente un pochettino più di autosufficienza ce l’abbiamo.

Ce l’abbiamo grazie alla riduzione dei consumi sostituiti dall’energia prodotta dalle rinnovabili
Ma no. Ma no. Il fatto che tu oggi estrai gas nell’Adriatico ti consente di avere una bilancia di fabbisogno energetico che è un 20-30 % del consumo italiano, comunque ti consente di non avere acquisti all’estero e quindi di non ricadere nel ricatto che ti fanno i produttori di petrolio. Poi il discorso va fatto tenendo conto dei limiti di questo. Noi oggi non siamo in grado di essere autosufficienti, quindi la ricerca di fonti alternative è giustificabilissima, ma non capisco perché un referendum debba correre il rischio di chiudere quello che fino ad oggi e anche per domani rappresenterà un ottimo alleato dal punto di vista delle nostre risorse.

Però gli investimenti alle rinnovabili ultimamente sono stati frenati dalle pressioni delle lobby del fossile.
Secondo me gli investimenti nelle rinnovabili hanno bisogno di essere sostenuti dagli stessi dell’oil&gas. C’è stato un convegno a Ravenna la settimana scorsa che ha dimostrato come l’interesse di creare condizioni sempre più agevoli nelle rinnovabili sia proprio delle imprese che oggi operano nell’oil&gas. Nessuno è contro le alternative e una maggiore produzione di rinnovabili. Semplicemente bisogna fare i conti con i tempi. In tutto questo quello che proprio non ci sta è che un referendum sulle concessioni esistenti faccia sì che venga dato un giudizio ingiustificato su tutto il mondo dell’oil&gas: non sono produttori che lucrano o petrolieri che hanno quello che vogliono, semplicemente stanno alle leggi di un paese che utilizza le proprie risorse. Il fabbisogno della nostra economia può oggi basarsi sulle rinnovabili? La critica che viene fatta a Ravenna è che non si parla mai di rinnovabili, eccome se noi parliamo di rinnovabili, ma intanto dove li mettiamo 3000 lavoratori che rimangono a casa?

Con la riconversione. Le rinnovabili occupano già più di 60 000 dipendenti in Italia.
Mi permetto di dissentire di questi dati. Non è che noi oggi col sole e col vento siamo in grado di sostituire. Non sostituiamo niente. Quindi sarebbe bene che avessimo un maggiore equilibrio nel giudicare il ruolo che ha oggi l’estrazione di gas nell’Adriatico.

Cosa farà il 17 aprile?
Non andrò a votare, secondo me è uno strumento sbagliato, con un sì e con un no non puoi decidere della vita di 3000 mila dipendenti e di tutti quelli impegnati in questo settore, a Ravenna in particolare.

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