Il regime delle royalties in Italia

Michele Puccia

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

I contributi, da parte delle società che estraggono idrocarburi in Italia, in cambio delle autorizzazioni statali. Piccole entrate fiscali a discapito delle economie locali e della salvaguardia del paesaggio.

Di Pietro Dommarco (direttore del mensile Terre di Frontiera)

In Italia, quello delle royalties – ovvero le aliquote di prodotto che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni interessati da attività petrolifere – è un dibattito sempre aperto. C’è chi le equipara ad una tassazione stringente ed iniqua. Chi, invece, le considera una forma di compensazione per lo sfruttamento del territorio e per il disequilibrio causato all’ambiente. E di fatto lo sono. Le principali società che estraggono gas e greggio nel nostro Paese usano le royalties come pedina di scambio, legittimo, per arrivare ad un consenso autorizzativo. Al di là, o meno, della bontà dei loro progetti. Per molte comunità e, soprattutto enti locali, rappresentano un vero e proprio ‘specchietto per le allodole’.
Premesso questo, ogni valutazione sul regime nazionale delle royalties è un campo minato. Ma partiamo da un assunto. L’ordinamento normativo italiano trova fondamento nel Decreto legislativo n.625 del 25 novembre 1996, e in altre disposizioni aggiuntive introdotte nel 2009, nel 2012 e nel 2014. Le royalties variano, seppur di poco, se si estrae gas o greggio, in mare o in terraferma. Il loro valore è calcolato sui prezzi medi del mercato degli idrocarburi.
Per il petrolio vengono considerate le quantità prodotte ed il prezzo del barile. Per il gas le quantità commercializzate. Le compagnie petrolifere versano il 10% del valore di mercato per l’estrazione di greggio e gas in terraferma, il 10% per l’estrazione di gas a mare e il 7% per l’estrazione di greggio a mare. Le aliquote per la terraferma sono comprensive di un 3% destinato ad un fondo di coesione sociale, il vecchio bonus idrocarburi. Quelle per il mare, invece, comprendono un 3% per l’ambiente e la sicurezza.
L’attuale ripartizione prevede che per le produzioni di idrocarburi in terraferma il 55% vada alle Regioni, il 30% allo Stato e il 15% ai Comuni, che pur essendo di fatto i più colpiti dall’impatto ambientale incassano di meno. Per le estrazioni in mare la ripartizione prevede un 45% allo Stato e un 55% alle Regioni. Da quest’ultima ripartizione i Comuni restano fuori. Così come restano fuori dal versamento delle royalties molte società. Infatti, su 53 compagnie titolari di permessi di ricerca e concessioni di coltivazione, solo 8 pagano le aliquote di prodotto. Le restanti 45 non estraggono idrocarburi, oppure beneficiano del regime della franchigia. Un particolare vantaggio normativo che esenta dal pagamento di royalties sulle prime 20 mila tonnellate di greggio estratto in terraferma, sulle prime 50 mila tonnellate di greggio estratto in mare, sui primi 25 milioni di metri cubi di gas estratto in terraferma e sui primi 80 milioni di metri cubi di gas estratto in mare.
Per ogni concessione di coltivazione il risparmio annuo stimato può variare dai 7 ai 20 milioni di euro, sottratti a quello Stato che, oggi, invece antepone l’aumento delle entrate fiscali alla salvaguardia delle economie locali, del turismo e della valorizzazione paesaggistica.

Regime royalties
Ma non finisce qui, perché le compagnie che estraggono gas – ad esempio – godono di un contributo da parte dello Stato come incentivo ad incrementare le riserve nazionali, che non servono alla nostra indipendenza energetica. L’incentivo ammonta ad un 40% prelevato dal 5% delle entrate incassate dallo Stato dal versamento delle royalties, come sancisce l’articolo 4 del Decreto legislativo n.164 del 23 maggio 2000. In poche parole le compagnie pagano le royalties allo Stato, che sul 5% del ricevuto gira un 40% alle società impegnate nelle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di nuovi giacimenti (anche quelli marginali, che ottengono sgravi fiscali in sede di ammortamento dell’investimento iniziale, in misura tale da rendere economico l’investimento stesso).
Il valore relativamente basso delle royalties italiane – da considerarsi una tassazione speciale – spinge molte imprese straniere, tante con capitali sociali irrisori, ad investire in Italia piuttosto che altrove. Perché in Norvegia la tassazione speciale sulle produzioni di idrocarburi raggiunge un massimo del 78%, in Russia l’80%, in Alaska il 60%, in Canada il 45%, negli Stati Uniti il 30%, in Australia il 40% sulle estrazioni, in Danimarca fino a un massimo del 70%. Solo per citarne alcuni.

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