Not in my backyard – Voci dai territori

Illustrazione di Guglielmo Manenti

Illustrazione di Guglielmo Manenti

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Abruzzo, Basilicata, Puglia e Sicilia: la situazione delle quattro regioni in vista del referendum. Lo sfruttamento dei territori, le proteste e le manifestazioni per la loro difesa da parte delle popolazioni locali; da catastrofi come quella causata dall’Ilva alle estrazioni dell’Eni in Val d’Agri, al contrasto contro gli accordi stretti dal governatore Crocetta: il racconto di una popolazione che reagisce.

BASILICATA - di Pietro Dommarco

Il caso Basilicata – dove è presente il più grande giacimento di greggio in terraferma d’Europa – non è paragonabile a nessun altro caso di sfruttamento del territorio italiano. Per impatti ambientali e sociali. Una regione che copre quasi l’80% della produzione italiana e contribuisce all’8% del fabbisogno nazionale di idrocarburi. Una quantità destinata al raddoppio – con autorizzazioni già incassate dalle compagnie petrolifere – quando entrerà a pieno regime la concessione di coltivazione “Gorgoglione” della Total, nella valle del Sauro.
Attualmente, il picco produttivo è di 85 mila barili di greggio estratti al giorno nella sola concessione di coltivazione “Val d’Agri” dell’Eni, nell’omonima valle. 20 le concessioni di coltivazione di idrocarburi finora assegnati che “impegnano” una superficie di 1993,99 chilometri quadrati, 18 le istanze di permesso di ricerca per una superficie complessiva pari a 3.856,63 chilometri quadrati, che interesserebbero il territorio di 95 Comuni su 131.  Un’occupazione territoriale che dal 1996 – anno dell’entrata in funzione del Centro olio di Viggiano – si è sviluppata di pari passo con la storia di piccole e diffuse economie locali, molte a conduzione familiare, come ad esempio l’agricoltura e l’allevamento, che hanno ceduto il passo all’attività industriale, spezzando quella distribuzione della ricchezza che ha rappresentato fino a 10 anni fa la vita per intere famiglie.
Nell’ultimo decennio quasi 24 mila aziende agricole lucane hanno chiuso (ovvero il 32% del totale). 26 mila, invece, gli ettari di superficie in meno coltivata che hanno lasciato spazio alle operazioni di raddoppio delle estrazioni petrolifere.
Secondo l’Istat, le dinamiche demografiche nei Comuni interessati dall’indotto del petrolio sono state peggiori che nel resto della regione: un calo della popolazione del 6,5% contro il 3,4% dei restanti comuni lucani tracciano un quadro desolante di un territorio in cui il 25% delle famiglie rasenta la povertà. Questo nonostante le royalties incassate da Regione e Comuni tra il 2001 e il 2012 siano state pari a circa un miliardo di euro, destinate però per spese correnti e “non per sviluppo e lavoro”, come certificato dalla Corte dei Conti nell’aprile 2014. Royalties che continuano ad essere al centro della contrattazione tra Stato e Regione, trascurando quelli che potrebbero essere i costi ambientali e della salute.

SICILIA - di Olga Nassis

“Le trivelle devono essere autorizzate, fanno parte del protocollo Eni firmato nel 2014 per salvare i posti di lavoro della raffineria (di Gela)”, dicono all’assessorato Ambiente della Regione siciliana.
Il 6 novembre 2014 la Regione aveva sottoscritto  presso il MISE l’ennesimo protocollo d’intesa con le principali organizzazioni sindacali dei lavoratori, con l’Eni ecc. Si riapriva cosi la corsa al petrolio nel sottosuolo siciliano: del tutto fuori tempo e in piena crisi del fossile.
Il 4 giugno dello stesso anno il governatore Crocetta annuncia che la Regione firma il protocollo d’intesa con Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi e Irminio Srl che autorizza le perforazioni off shore e a terra per estrarre petrolio.
“Un investimento complessivo di due miliardi e quattrocento milioni di Euro in quattro anni, con ricadute occupazionali stimate attorno alle settemila unità”: si cerca di rendere accettabile l’operazione, in tempi di vacche magre.
I poli petrolchimici, alla fine degli anni ’50 erano nati con grandi promesse di lavoro: lo scambio territorio-lavoro era dichiarato in pubblico e si basava sulla promessa della piena occupazione. Oggi sappiamo che l’attivita estrattiva, per via dell’automazione, da noi in realtà ha portato pochissimo lavoro, mentre venivano strozzate attività tradizionali come la pesca. Il settore turistico, che provava faticosamente a decollare, non ha fatto una fine migliore.
Adesso, altri venti chilometri di spiagge, tra le piu belle del Mediterraneo, verrebbero definitivamente devastate da piattaforme che occuperebbero al massimo qualche decina di lavoratori, e che darebbero combustibile per non oltre sei mesi. E forse qualche spicciolo agli Enti territoriali, pochi perché la Sicilia applica le aliquote di royalties piu basse d’Europa, lo stesso governo Crocetta nel giro di un anno le ha ulteriormente ha abbassate dal 20 al 13 per cento.
C’è una risorsa di cui la Sicilia è ricca, certamente, ed è la propaganda diffusa con tutti i mezzi dai media vicini al governo. Peccato che sia smentita dai dati economici e sociali: la Sicilia ha un tasso di disoccupazione analogo a quello attuale della Grecia.
Crescono dunque i movimenti per la difesa del territorio. Alcuni hanno un carattere di massa come quello di Milazzo e della Valle del Mela contro l’inceneritore: il 13 marzo piu di tremila persone sono scese in piazza per chiedere – vicino a una delle maggiori raffinerie d’Europa – un nuovo modello di sviluppo che rispetti la vocazione del territorio.
Il movimento No Triv, nato per contrastare gli accordi stretti da Crocetta con i petrolieri  ha mosso i primi passi mantenendosi su di una dimensione teorica. Il piano simbolico e atopico riflette un’operazione che non ha ancora un radicamento nel territorio; da un lato si scontano difficoltà in termini di mobilitazione, dall’altro si parla con consapevolezza della società della fine del lavoro.
Il movimento denuncia comunque capillarmente la mistificazione in Sicilia che pretende ancora di legare lo sviluppo all’attivita estrattiva.
Inizialmente, il movimento siciliano contro le trivellazioni aveva i tratti di una lotta legata ad una sensibilita ambientalista post-materialista, nel silenzio colpevole dei media. Oggi – coi suoi comitati per il si’ al referendum – rappresenta la lotta per antonomasia di quest’epoca, raccoglie adesioni sui social, denuncia l’atto brutale della trivellazione come una devastazione non piu solo simbolica ma reale del nostro piu prezioso patrimonio: la terra, il mare.
Il 17 aprile anche i siciliani potranno esprimersi con un SI contro le trivellazioni, e dovranno superare un quorum. Ma noi sappiamo che questo è solo l’inizio.

ABRUZZO - di Alessio Di Florio

L’attuale mobilitazione abruzzese contro la “deriva petrolifera” mosse i primi passi nel 2007 contro il progetto di “Centro Oli” ad Ortona. Alla mobilitazione si unì anche la prof.ssa Maria Rita D’Orsogna, di origine abruzzese e docente universitaria a Los Angeles. Secondo uno studio del Mario Negri Sud il “Centro Oli” avrebbe portato “una tonnellata e mezza di sostanze inquinanti emesse ogni giorno, fra cui provati cancerogeni, che andrebbero a spargersi su un territorio dove vivono circa centomila persone”. Oltre al “Centro Oli” si scoprirono altre centinaia di richieste di permesso di estrazione a terra e in mare. Il 15 marzo 2008 migliaia di persone parteciparono ad un’immensa manifestazione a Pescara, nacque la Rete EmergenzAmbienteAbruzzo.
Il “Centro Oli” fino ad oggi è stato sventato, ma in questi anni è stato un rincorrere continuo, tra documenti tecnici, comunicati, manifestazioni (solo nel 2010 due altre grandissime manifestazioni portarono migliaia di persone a Lanciano e San Vito Chietino) e iniziative di ogni genere. Uno dei progetti simbolo degli ultimi anni è stato Ombrina Mare 2 al largo delle coste abruzzesi, fermato una prima volta nel 2010 da un decreto del Ministro Prestigiacomo dopo il disastro del golfo del Messico. Divieto abolito dal ministro Passera due anni dopo, facendo ripartire l’iter dell’autorizzazione.
Il WWF Abruzzo ha reso noto che “secondo le stime della stessa società proponente, ogni giorno saranno immessi in atmosfera circa 200 tonnellate di fumi da combustione dai motori, dal termodistruttore e dalla torcia atmosferica; nei pochi mesi di perforazione e prove di produzione saranno prodotti 14mila tonnellate di rifiuti tra fanghi perforanti ed altro”. A Pescara 40.000 persone sono scese in piazza contro Ombrina il 13 aprile 2013, il 23 maggio 2015 a Lanciano almeno 20.000 in più. Negli ultimi mesi del 2015 la battaglia sembrava però persa, fino alla notizia dell’emendamento alla Legge di stabilità che ritornava sul limite delle 12 miglia e ha fermato Ombrina. Il popolo abruzzese ha vinto ma non abbasserà la guardia, ben sapendo che la vittoria andrà difesa e ampliata il più possibile. Già a partire dal referendum del 17 aprile e dall’impegno per il referendum a trivelle zero nell’ambito della campagna per i referendum sociali (tra cui Jobs Act e “Buona Scuola”), sui quali si raccoglieranno le firme quest’anno per andare al voto la primavera prossima.

PUGLIA - di Francesco Caroli

Tra i nove consigli regionali che hanno promosso il referendum del 17 aprile troviamo la Puglia. Su di essa ricade il 71% delle richieste di indagini geofisiche atte a trovare giacimenti petroliferi da sfruttare.
Una situazione abbastanza tesa, l’ennesima, quella in cui si trova il tacco dello stivale, ormai avvezzo ai vari scandali ambientali e alle lotte portate avanti dalla politica, ma anche e soprattutto da svariati movimenti e associazioni che combattono da anni contro alcuni dei casi mediatici più importanti degli ultimi tempi.
La situazione di perpetuo ricatto ai danni della città di Taranto, ad esempio, con una popolazione divisa tra salute e lavoro. Sono 11.000 i morti dal 2007 ad oggi, e 12.000 le famiglie mantenute dalla morente acciaieria Ilva, sulla quale pendono dieci decreti ad hoc che le permettono indisturbata di continuare a produrre e avvelenare il territorio nonostante svariate sentenze e sequestri ordinati dal PM. Ma non solo l’Ilva, anche il recente caso della Xylella nel Salento, o del carbone di Brindisi. Adesso ci si aspetta una coalizione forte, che possa avviare un percorso ben strutturato che coinvolga tutti in maniera trasversale.
In direzione 17 aprile sono già partite diverse iniziative e sono sorte le prime associazioni.
Città molto attiva è stata Bari, che ancor prima dell’indizione del referendum si era già mobilitata attraverso i primi comitati No Triv, primo fra tutti NoTriv-Terra di Bari, ad informare e protestare soprattutto contro gli interessamenti di Shell e Petroceltic verso il territorio pugliese, quest’ultima largamente interessata ad avviare ricerche in mare nella zona delle Isole Tremiti. Un interesse venuto a mancare verso febbraio e dovuto, a detta degli analisti e della società, ad un cambio di strategia del colosso petrolifero irlandese, in virtù del basso prezzo del petrolio in questo momento.
Ma non solo Bari è protagonista nel panorama dell’attivismo pugliese. Anche a Taranto infatti sono partite le prime iniziative: il 10 marzo si è svolta la prima assemblea operativa del Coordinamento No Triv-Terra di Taranto nel corso della quale è stato fissato un calendario di eventi in tutta la provincia finalizzati ad informare la cittadinanza.

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