Elezioni Spagna: il vecchio muore e il nuovo non può nascere

Di Diego Bartés

Garzon

Quando Pedro Sánchez (Partito socialista spagnolo – Psoe) andò dal premier portoghese António Costa a gennaio per rivendicare un governo “di progresso” anche in Spagna, non poteva minimamente immaginare come sarebbe andata a finire l’undicesima legislatura della democrazia spagnola, ormai terminata lo scorso 2 maggio. Prima di quel viaggio i socialisti avevano perso le elezioni contro il Partido Popular (Pp), che tuttavia non ottenne la maggioranza assoluta per rinnovare automaticamente l’incarico di governo. Quindi i socialisti, con 90 deputati, e senza che tornassero i numeri, proposero un proprio governo supportato da altri partiti (principalmente Podemos, che contava allora 69 seggi in aula).

Il vantaggio competitivo per il Psoe era che Podemos aveva tracciato delle linee rosse prima di cominciare le negoziazioni, tra cui un referendum per l’indipendenza della Catalogna. La mossa di Sánchez rientrava nella classica strategia di proporre un accordo che l’avversario non avrebbe mai potuto accettare, ma che sarebbe disastroso rifiutare; perché dire no a Sánchez implicava consegnare il governo nelle mani del Pp di Mariano Rajoy, premier ad interim, o andare a nuove elezioni: due scenari pessimi per il partito viola guidato da Pablo Iglesias. A prima vista, il Psoe aveva realizzato un win-win politico.

Tuttavia, Podemos decise di smascherare il bluff di Pedro Sánchez: il 22 gennaio, di ritorno da Palacio de la Zarzuela – il “Colle” spagnolo – Pablo Iglesias (Podemos) realizzò una conferenza stampa in Camera dei Deputati con un messaggio chiaro: facciamo un governo multipartito “di cambiamento”, insieme al Psoe, ma anche Izquierda Unida e Compromís. Bomba disinnescata. Ma non solo. Nel frattempo, Sánchez si trovava dal Capo dello Stato e una volta tornato per rispondere ai giornalisti aveva almeno mezzo governo fatto, con persone che voleva come supporto e non come veri e propri soci. 

L’iniziativa politica tornava a Podemos, quindi Pedro Sánchez portò al “Comité Federal” del partito la proposta di Podemos per prendere una decisione collegiale. La risposta della direzione socialista fu chiarissima: no. Perlomeno non come volevano Podemos, IU e Compromís. D’altronde la risposta negativa era logica; fino a qualche mese prima Sánchez si riferiva a Podemos liquidandoli sempre come “populisti”. Alla domanda: “lei vuole arrivare ad accordi con Podemos?”, solita risposta: “io non farò accordi con il populismo”. La patata bollente, però, tornava al Psoe, poiché si giocava al “blame-game” nel quale, chi rifiutava l’altro, perdeva.

Il Psoe tentò di risolvere la crisi arrivando ad un accordo con Ciudadanos (C’s), un autodefinito “partito di centro” di taglio neoliberista. C’s, che era stato definito dal Psoe come “la nuova destra” e “le nuove generazioni del Pp” prima delle elezioni, aveva ottenuto 40 seggi alla Camera, chiaramente insufficienti per aiutare Sánchez nel processo di insediamento. Nell’accordo, C’s assicurava che sarebbero riusciti a mantenere almeno l’ottanta per cento del loro programma.  Nonostante l’accordo fosse stato definito come “liberista nell’economia” ma allo stesso tempo “progressista nel sociale”, Sánchez invitò comunque Podemos a unirsi all’accordo, aggravando l’offerta iniziale ai viola perché, simultaneamente, C’s chiese al Pp di aderire allo stesso accordo Psoe-C’s. La realtà politica spagnola aveva superato la finzione. Il risultato finale, meno fantasioso, è stato di 130 sì su 350 deputati, portando quindi a nuove elezioni, che si svolgeranno il 26 Giugno

Nuove elezioni e un corollario gramsciano: questi ultimi mesi, ormai anni, hanno mostrato che nella crisi politica spagnola c’è una realtà nuova che ancora non può nascere mentre un’altra realtà vecchia muore. Sicuramente la realtà agonizzante risponde a partiti come il Psoe che, insieme ai sindacati, non hanno saputo adattarsi alla fine del fordismo ma che comunque vogliono sopravvivere ad ogni costo. Tuttavia, il Psoe è stato il partito più rilevante nella Storia della democrazia spagnola. I socialisti furono i principali innovatori del paese prima con 14 anni di governi di Felipe González negli anni ’80 e ’90 successivamente introducendo importanti riforme sociali nei governi di Zapatero (2004 – 2011): dalla legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, alla legge per la memoria storica, dalla legge per aiutare le persone con dipendenza ad una nuova legge sull’aborto.

Ciononostante, quando nel 2008 scoppiò la crisi il Psoe decise in primis di negarla. Zapatero aveva già guardato altrove negli anni precedenti senza cambiare il modello produttivo del paese, troppo focalizzato sulla costruzione, sul settore immobiliare e altre attività speculative. L’unica risposta alla crisi furono le “riforme” confermando la sconfitta socialista contro il neoliberismo. Tuttavia, la popolazione reagì generando risposte che né partiti né sindacati avrebbero portato avanti: marea verde (movimento per l’educazione pubblica), marea blanca (movimento sociale per la sanità pubblica), la PAH o il movimento 15-M sono alcuni esempi. 

Per uscire dalla delusione precedente, il Psoe di Sánchez si è presentato alle ultime elezioni con un programma progressista che nelle settimane successive hanno manipolato per  convergere con la “nuova destra” (sic). I governi socialisti, sia di Felipe González sia di Zapatero, chiusero le loro epoche abbracciando il neoliberismo economico dopo anni in carica. Il Psoe di Sánchez, però, non è nemmeno riuscito a superare la sessione di insediamento rinunciando all’agenda “di cambiamento” e dimenticare la dichiarazione di intenti di quel viaggio in Portogallo, vicino nel tempo eppure lontano nei fatti.

Unidos Podemos

Insomma, questo Psoe è da qualche tempo che naviga in alto mare, alla deriva, senza timone né ancora ideologica. Dall’altra parte si trova “Unidos Podemos” che concorrerà per vincere alle nuove elezioni di Giugno, mentre nelle file socialiste si annunciano tamburi di guerra se  Sánchez e i suoi non arrivano primi. La crisi politica spagnola non si risolverà a meno che il partito socialista non riprenda l’egemonia nel suo spettro, ad oggi una chimera, oppure diventi finalmente irrilevante.

Comments are closed.