Un caffè con Tommaso Bianco: viaggio in cinquant’anni di commedia italiana

Di Beniamino Piscopo

Tommaso Bianco non è solo un attore, un grande attore, e in mezzo secolo le testimonianze del suo talento lasciate tra cinema, teatro e televisione, non sono mancate. Ma no, non è solo questo. Tommaso Bianco è un erede. Tra gli ultimi depositari della tradizione teatrale napoletana, si formò alla scuola di Eduardo De Filippo, di cui ne divenne presto una sorta di pupillo. Dopo una carriera che l’ha visto al fianco dei più grandi protagonisti della commedia italiana, oggi, quello dell’erede, è il ruolo che Tommaso sente come il più importante. Sarà per questo che portare avanti quella scuola sembra essere per Tommaso una sorta di missione. Lo incontriamo qui a Bologna, dove da anni vive con sua moglie Cristina, compagna nella vita come sul palcoscenico. La storia che ascoltiamo è una di quelle che meritano la patente di eccezionalità, così come è eccezionale la semplicità dell’uomo che ce la racconta.

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Se da grande non fosse diventato un attore, cosa le sarebbe piaciuto essere?

Non ho mai pensato a un lavoro in particolare, ma credo avrei trovato stimolante qualsiasi attività che avrebbe assecondato la mia passione per l’umanità. Comunque in vita mia non ho fatto solo l’attore. Per un periodo ho lavorato come sottoufficiale alla base militare di Grazzanise ed, effettivamente, per un pacifista convinto come me, non era l’ambiente più congeniale.

Quando ha capito di avere oltre alla passione per il teatro anche il talento?

Il talento devono certificartelo gli altri, la passione è essenziale per farti scegliere. Anzi quella dell’attore è una di quelle professioni che possono fare tutti, come in effetti avviene, con risultati spesso modesti. La mia scelta di recitare fu dettata da un’esigenza: quella di trovare una valvola di sfogo al carattere chiuso che avevo da ragazzino.

In che zona di Napoli è cresciuto?

Sono nato ad Arzano ma sono cresciuto a Secondigliano, nella periferia nord di Napoli, e, come altri nati in quel contesto sociale difficile, avevo questa spinta verso il centro di Napoli, verso la sua storia, la sua cultura, la sua vitalità. Noi della periferia riconoscevamo queste mancanze e io la città sono andato a conquistarmela. In seguito mi sono trasferito, prendendo casa alle spalle del Duomo, quasi a voler certificare questa conquista con uno spazio fisico. 

Vuole raccontarci i suoi inizi?

Tutto è cominciato nel 1968, quando conobbi Eduardo De Filippo ed ebbi l’opportunità di lavorare con lui. Quello fu il treno che ha segnato la mia vita. All’epoca Eduardo lavorava per mettere in scena la commedia “Filumena Marturano” con Pupella Maggio e suo figlio Luca. Non ci fu da parte mia una sorta di provino; con Eduardo fu tutto molto informale, sentì parlar bene di me dal critico Paolo Ricci e credo mi volle in compagnia proprio per il mio modo di essere spontaneo, oltre che per la mia passione. Con Eduardo finii per lavorarci sei anni. Insieme facemmo tutto il suo repertorio. A ripensarci oggi sembra incredibile, eppure all’epoca non provavo alcun tipo di soggezione nei suoi confronti, tra noi c’era intesa, complicità. È ovvio, da lui c’era solo da imparare, ma, come lui stesso ripeteva, era recitando che si imparava. A teatro funziona così, servono a poco le lezioni cattedratiche. 

La leggenda descrive Eduardo come un genio dal brutto carattere.

Non aveva un brutto carattere, anzi, la sua sensibilità era acutissima. E poi non poteva non essere severo nel pretendere quei sentimenti che andavano interpretati nella maniera più fedele a quanto uscito dalla sua penna.

Il ruolo più difficile della sua carriera?

Nessuno in particolare, anche perché i ruoli si scelgono in base alle attitudini caratteriali dell’attore. Ma il provino che ho fatto un mese fa per la terza stagione di Gomorra mi ha messo in difficoltà. Non nego di aver provato un certo disagio a confrontarmi con quel tipo di scrittura e di personaggi, anche se è una realtà che ho sempre osservato, per le mie origini secondiglianesi. 

Il ruolo a cui è più affezionato?

Il Pulcinella che ho interpretato accanto a Eduardo ne “Lu curaggio de nu pumpiere napulitano” di Eduardo Scarpetta.

La domanda che di solito si fa agli attori è come si entra nel personaggio. Io le voglio chiedere invece come si esce dal personaggio? Quando si convive al lungo con una maschera non si rischia poi di faticare a liberarsene?

Sì, si rischia di finire posseduti dal proprio personaggio, specialmente se gli si da vita spesso e a lungo. In un’occasione credo anche di aver manifestato sintomi di schizofrenia. All’epoca interpretavo il personaggio di Ciampa, il presunto cornuto della commedia “Berretto a sonagli”. L’ironia della vita volle che in quel periodo stessi attraversando una crisi con la mia prima moglie. In casi del genere è quasi impossibile non immedesimarsi completamente con la maschera, non foss’altro perché stai vivendo quello che stai recitando. In fondo il gioco del teatro è proprio questo, far continuare la vita sul palcoscenico.

Com’è finito a Bologna?

Non credo di esserci finito! Ho scelto questa città seguendo le orme della mia seconda moglie, Cristina, che aveva vinto, dieci anni fa, un concorso all’ospedale Maggiore. Oltre ad essere la mia compagna di vita, è da ventidue anni la mia compagna in teatro e in televisione. Con la nostra compagnia ogni anno mettiamo in scena due eventi teatrali al teatro Duse qui a Bologna, anche se mi piacerebbe riuscissimo ad esibirci in tutta la regione.

Quando vede qualcuno recitare, da cosa intuisce se si tratta di un bravo attore?

Se mi fa capire quello che sta dicendo. Insomma, se l’emozione che vuol far arrivare mi arriva. Non sono un oltranzista della tecnica, preferisco l’attore che si affida all’istinto, al vissuto, più che alle basi scolastiche. Detto questo, oggi vengono spesso ignorate anche le nozioni tecniche più elementari. Basta accendere la tv per ascoltare come comprensione e pronuncia vengano massacrate.

Un film che se potesse tornare indietro non rifarebbe mai?

Non rinnego niente di quello che ho fatto. Ogni mio lavoro è stata un’esperienza tutto preziosa, senza tralasciare poi che sono queste esperienze che mi hanno dato da vivere. Sarebbe come sputare nel piatto dove ho mangiato.

Qualche ruolo che in passato ha rifiutato e che oggi rimpiange?

Mi dispiace di avere, una volta, detto no a Nanni Moretti, soprattutto perché quel mio rifiuto fu dettato dalla pigrizia. Lui è una bella testa, sempre recettivo e disponibile ai confronti stimolanti.

Sordi, Troisi, Benigni… in cinquant’anni ha recitato con molti dei protagonisti assoluti della commedia italiana. C’è qualche regista o attore con cui non ha lavorato ma le sarebbe piaciuto farlo?

Francesco Rosi: oltre che essere un maestro era un mito ideologico per la mia generazione. Ci siamo più volte sfiorati senza mai riuscire a lavorare insieme. Con Fellini, invece, ebbi una volta un confronto. A lui non interessavano gli attori né li apprezzava particolarmente; era semplicemente alla ricerca delle facce giuste per i personaggi dei suoi sogni. Gli piaceva Mastroianni e basta. Ecco, se c’è una cosa che non ho mai amato di Fellini, era questo atteggiamento prevenuto nei confronti degli attori in generale.

Con Monicelli invece il rapporto è stato prolifico: cinque film insieme.

Mario era una persona di una vivacità creativa straordinaria e, al contempo, di una semplicità che lasciava sbalorditi. Credo perché in fondo venisse dalla scrittura. Mario nasce come sceneggiatore, non come regista, e del regista non ha mai fatto propri i vezzi da prima donna o il narcisismo cosmico. Poi era una forza della natura: Le rose del deserto, ambientato in Nord Africa durante la seconda guerra mondiale, lo ha girato interamente nel deserto libico all’età di 91 anni. Avrei dovuto recitarvi anch’io ma per alcuni miei impegni non se n’è fatto nulla. Ci demmo appuntamento al prossimo film ma il prossimo non c’è mai stato.

Secondo lei perché di Dino Risi, Monicelli, non c’è ne sono più? Perché non si fa più la commedia all’italiana? È cambiato il pubblico o è cambiato il cinema?

Tutto cambia, ma non è vero che non si fa più la commedia. Gli ultimi due film che ho fatto sono due commedie di Alessandro Siani. Certo, lavorare con lui è stato diverso dal lavorare con Luciano De Crescenzo, ma non significa che Alessandro non sia un personaggio interessante. Nella sua spontaneità ha saputo cogliere la leggerezza del momento, intercettare gli umori del pubblico. Lo stesso Troisi fu scaltro a inventarsi una maschera fatta su misura per i gusti del pubblico di allora. In fondo faceva l’imbranato giocando con il suo modo di essere. Ha fatto della sua timidezza la sua carta vincente.

Secondo lei è cambiata Napoli in tutti questi anni?

È cambiata, ma le cose spesso ci sembrano diverse perché a cambiare in fondo siamo noi. 

Cosa le manca di Napoli?

Non mi manca niente, perché la porto dentro di me. Anzi recitandola la trasfiguro in un concetto onirico, e nel sognarla la sogno come la voglio io.

Se fosse stato a Napoli avrebbe votato Lettieri o De Magistris?

Sono di sinistra perciò non potrei non votare De Magistris. Certo ne riconosco gli atteggiamenti guasconi ma in fondo mi piace per questo. Non capisco perché non mi domandi se ho votato Merola qui a Bologna: sono un cittadino bolognese oramai.

Che senso ha il teatro oggi?

La funzione del teatro, così come quella del cinema, è di stimolare l’animo delle persone attraverso le emozioni: una specie di educazione sentimentale. Oggi il teatro non se la passa bene, eppure, mai come ora, c’è un bisogno disperato di “stimolatori dell’anima”. Il nostro tempo sta distruggendo il bisogno di umanità che c’è in noi. Tutti i rapporti umani vengono oggi filtrati dai nuovi mezzi di comunicazione, per cui diviene il mezzo, e non più la persona, ciò con cui ci rapportiamo. Il teatro è anzitutto aggregazione, laddove l’alienazione è il grande male della nostra epoca. Fortunatamente siamo essere umani, e ci portiamo in dote un istinto all’aggregazione. Lo vedo da mio figlio, un bambino di otto anni: dopo qualche giorno senza stare con gli amici non c’è videogame che tenga.

Ultima domanda: dopo tanti anni, a Tommaso piace ancora il presepe a Natale?

Ma io un presepe a casa ce l’ho fisso. Ho proprio un debole per le feste, di qualsiasi tipo. Pure l’albero di Natale mi piace: si putesse, nunn’o levasse maje!      

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