I ponti di cui l’Italia ha bisogno

Di Davide Tumminelli

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Il caso vuole che la discussione pubblica di una Nazione scelga, come argomento preferito per anni e anni, un ponte. Chi legge starà pensando che questo articolo arriva tardi. Nettamente in ritardo perché dall’ultima volta che qualcuno ha tirato fuori “il Ponte”, sono già passati un paio di mesi. Quel “qualcuno” nel frattempo ha anche abbandonato Palazzo Chigi. A me invece, piace pensare che questo articolo sia in anticipo. In anticipo sulla prossima ed ennesima volta, in cui #pontedimessina sarà l’hashtag trending topic su twitter per un paio di settimane.

Premessa essenziale: non è un articolo per demonizzare le grandi opere. È un articolo legato alle grandi opere. I ponti costruiti nel deserto sono inutili e in questo Paese abbiamo estremo bisogno di ponti utili. Che poi, sinceramente, dovremmo iniziare a costruire bene e a mantenere integri, i ponti piccoli ed essenziali. Inutile fare l’elenco di quelli diroccati, da nord a sud, negli ultimi tempi. Anche quello è un argomento che torna puntualmente alla ribalta ogni volta che si verifica l’evento. Se ne discute molto per giorni, poi silenzio, poi risuccede e si ricomincia, “altro giro, altra corsa”. Ma anche di questo non voglio parlare; che se ne occupino esperti, grandi giornali e rinomati giornalisti.

I ponti che realmente servono in questo paese sono astratti. Astratti non vuol dire gratis. Anche per i ponti astratti servono urgentemente un bel po’ di soldi e per questo c’è bisogno di coraggio da parte di chi quei soldi li gestisce. Di chi può realmente toglierli dallo Stretto e dirottarli altrove. Queste idee che si compongono pian piano su Word, sono apparse nella mia testa leggendo due pagine del “Venerdì di Repubblica”. Si parlava di un paesino siciliano che conosco bene. Pietraperzia, settemila abitanti, una cosca mafiosa che si fa sempre più forte (come dimostrano le ultime indagini) e il fenomeno della microcriminalità che cresce. Un paese che è raccontabile solo così secondo Repubblica. Questa è cronaca, evidente e da raccontare, per carità. Ma alla cronaca semplice è impossibile non affiancare una riflessione. Se il giornalista che ha scritto quel pezzo avesse fatto un giro più approfondito in questo piccolo paese del centro Sicilia, non avrebbe potuto che avere una sensazione di paura e impotenza; la stessa che io – cittadino di Pietraperzia – vivo perennemente. Cosa stiamo perdendo sotto gli occhi, mentre guardiamo lontano? Pietraperzia è un paese meraviglioso che conserva mille anni di storia. Ha un castello maestoso e sgretolante in cima alla collina su cui sorge. Il centro storio è un gioiello grezzo che pian piano, con l’abbandono dei residenti, si sta sfaldando. Si respira aria pulita tra i campi di grano che lo circondano. Ha tanti anziani abitanti che dentro hanno un grande museo di storie di vita. Ci sono infinite tradizioni e c’è un’umanità rara. C’è un patrimonio enorme, insomma. Un patrimonio maltrattato e ignorato dallo stesso Stato che dovrebbe salvaguardarlo. Un patrimonio che senza investimenti concreti, senza politiche lungimiranti e coraggiose di ampio raggio, perderemo a breve.

Non è un fenomeno relegato alla Sicilia. Che qualcuno andasse a Gergei, nel centro della Sardegna. Anche quello è un luogo magico. Un contenitore di bellezza unico. Qui gli abitanti sono molti meno perfino di Pietraperzia e calano ogni anno. I pochi giovani partono per studiare e non tornano. Non tornano perché Gergei offre poco o nulla. Non hanno scelta. Tra poco Gergei potrebbe diventare un paese fantasma. Lo rimpiangeremo in tanti però, forse inconsapevolmente, quando ci ritroveremo tra lo smog e il traffico di una grande città e chiudendo gli occhi immagineremo di essere in un posto simile.

Non è un fenomeno nemmeno limitato al centro-sud. Civitella di Romagna è un paesino della provincia di Forlì-Cesena. Altro luogo meraviglioso. È mediamente vicino a tante grandi città del centro-nord e lì intorno dovrebbero conoscerlo tutti. Un’ora passata tra le sue stradine strette, tra i suoi vicoli in cui ho trovato anche un mercatino dell’usato improvvisato, tra la simpatia immensa dei suoi abitanti e tra il verde che lo circonda, è un’esperienza rigenerante.

È un’esperienza che potrebbe benissimo essere allargata alle periferie. Se a Scampia, che in questi giorni fa litigare Saviano e De Magistris, ci fosse stato un piano di riqualificazione concreta e di investimenti una decina di anni fa, oggi potrebbe essere uno dei luoghi più belli d’Italia. Un luogo dove poter toccare con mano la napoletanità; altro bene da salvaguardare. Simpatia, accento, modo d’essere, allegria, che sono inevitabilmente sbiaditi e recitati nel centro turistico, lì sono veri e puri. Scampia come le periferie di Torino, Roma, Bologna, Palermo, Catania. Come quelle di Milano, che dovrebbero smettere di essere dormitori e iniziare a essere centri di vita. Perché lavorare è inutile se non si ha tempo da dedicare a una dose di bellezza giornaliera.

Sono passati anni da quando Renzo Piano rilanciava un piano di intervento nelle periferie, esaltandole. Ricordo di averci fatto un tema in prima o seconda superiore. E nel frattempo cos’è successo? Nulla! Negli anni, tra centro e periferie si è continuato a costruire muri e non ponti. In Italia come nel resto d’Europa, e il fenomeno del terrorismo ne è un esempio lampante. Non si integra, ma ci si guarda da lontano. Sono tutti enormi errori di valutazione.

Apriamo gli occhi e iniziamo a investire nei ponti astratti. Quelli che scambiano lavoro, servizi e sicurezza, con umanità, storia e bellezza. Investiamo qui. Facciamolo il prima possibile, perché stiamo perdendo un qualcosa di inestimabile. Lo stiamo perdendo per sempre. E poi, dopo aver fatto questo e averlo fatto bene, potremo pensare a dei ponti concreti. Si dovrebbe iniziare da quei ponti e quelle opere che limiterebbero le difficoltà enormi di spostamento, che si incontrano soprattutto da Roma in giù. Il caso delle 14 ore che occorrono oggi, per spostarsi in treno da Trapani a Siracusa (360 km) è emblematico. Occorre prima garantire l’anima e l’essenza dell’Italia, poi dar coerenza e dignità ai suoi servizi e alla fine, solo dopo aver fatto ciò, si potrebbe pensare a un’opera accessoria e dispendiosa come il ponte sullo Stretto di Messina. Solo allora lo si potrà percorrere a cuor leggero per andare a vedere, sentire e odorare, senza odissee assurde, Pietraperzia, la Vucciria, Scampia e tanti altri piccoli tesori insensatamente sconosciuti.

 

*Foto di Sebastiano Filippo Salerno

 

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