La resistenza riparte dalla campagna: l’esempio di Mira

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Di Giorgia Gruppioni

 

Diciamo che il nostro è l’unico modo di vita: ma ve ne sono così tanti altri! Tanti quanti i raggi che in un cerchio possono essere tracciati dal centro (Walden – H. D. Thoreau)

Le esperienze di vita comunitaria e co-housing – ancora limitate in Italia e spesso guardate con sospetto – sono un tentativo concreto di costruire contesti di convivenza fondati sulla relazione, sulla collaborazione e sulla condivisione, sia dello spazio di vita inteso come luogo fisico d’incontro, sia delle esperienze della propria quotidianità. Un’idea di abitare che certamente richiede un maggiore impegno relazionale e un maggiore carico di responsabilità, ma che rifiuta l’omologazione e il riduzionismo del modus vivendi contemporaneo.

Uno stile di vita, quello condiviso, che hanno deciso di intraprendere anche i due nuclei familiari che vivono nella fattoria di Riviera Bosco Piccolo a Mira, in provincia di Venezia, e che gestiscono in prima persona i vari progetti ad essa collegati.

La grande casa di campagna si trova poco fuori dal piccolo centro paesano, adagiata su di una sponda del Brenta, protetta da un cancello un po’ traballante e da un cagnone più da coccole che da guardia. Prima di essere un’abitazione e di essere intonacata di rosa, era un casino da caccia di proprietà di una fondazione privata, assegnata poi alle due famiglie tramite bando pubblico. Essendo stata disabitata per circa vent’anni il primo imperativo che si imponeva era quello della ristrutturazione. Dalle demolizioni alle ricostruzioni con tecniche a secco, ogni qualvolta è stato possibile i lavori sono stati svolti in autonomia da parte dei futuri inquilini. Fondamentale è stato il recupero di qualsiasi oggetto o materiale che potesse tornare utile, sia che si trovasse già nella casa, sia che venisse regalato; sia impiegato nella propria funzione originaria, che totalmente stravolto nel suo uso pratico. Per esempio: pezzi di legno avanzati dalla costruzione di un vicino centro commerciale sono diventati i piani delle tavole da cucina dei due appartamenti. Anche i pietroni che vanno a delineare un piccolo vialetto nel cortile sono stati totalmente recuperati, così come gran parte degli infissi interni.

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Parallelamente alla ristrutturazione della casa, sfruttando i campi circostanti, si sviluppa un progetto di orto condiviso che ha portato una decina di famiglie a raggiungere una parziale autonomia alimentare grazie alla coltivazione comunitaria. Nell’orto condiviso tutto il processo di coltivazione è comunitario e tutto quello che viene prodotto è spartito tra i partecipanti. E’ un grande orto di tutti.

Inoltre, nei sette ettari di terreno che circondano la casa, vengono allevati animali, in particolare galline ovaiole, e prodotti cerealicoli da convertire poi in farina. La fattoria, che dispone di un mulino, è diventata infatti il centro logistico della rete di imprese Grani Resistenti, che si occupa di mutuo aiuto tra produttori cerealicoli. Il nome della rete non è casuale, ma mentre sulla parola Grani credo ci sia poco da discutere, è l’aggettivo Resistenti che merita una spiegazione: tutti i terreni delle aziende che compongono la rete sono infatti interessati dalla realizzazione delle grandi opere del nord-est. Con un accanito lavoro sul territorio gli agricoltori sperano di dimostrare che quegli spazi non sono vuoti e pronti per essere edificati, ma che invece sono vissuti e producono beni per tutta la collettività. Si sta configurando una sorta di “cintura verde di protezionecomposta da diversi agricoltori attivisti che vogliono rilanciare l’agricoltura in opposizione alla svendita dei terreni e alla cementificazione. Un lavoro sul territorio che punta sia alla sua valorizzazione, sia alla creazione di nuove possibilità di lavoro in una piccola economia di scala.

L’esempio della fattoria non è interessante solo dal punto di vista della riappropriazione e riquaificazione di un luogo e di un terreno, ma ci spinge anche a ragionare sull’idea stessa di autocostruzione del proprio spazio di vita e sul concetto di abitare in senso più ampio. Autocostruire il proprio spazio di vita implica una proiezione nell’ambiente delle proprie aspettative e delle proprie esigenze; in opposizione ai modelli di vita eterodiretti, sottilmente propagandati, quando non imposti. Per questo è interessante e importante porre l’attenzione sull’esempio di chi ha messo realmente in pratica un’ipotesi di vita differente e innovativa. Di chi è riuscito a sottrarsi allo stereotipo e a ridisegnare il proprio destino abitativo secondo le proprie regole, i propri desideri e le proprie necessità.

 

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