Gli sviluppi delle indagini sulla morte di Daphne Galizia

A forensics expert walks in a field after a powerful bomb blew up a car killing investigative journalist Daphne Caruana Galizia in Bidnija

Di Matteo Campana

 

I risvolti delle indagini che si sono susseguiti tra il 4 e il 7 dicembre, a circa due mesi dalla morte di Daphne Galizia, stanno sorprendendo, confondendo e mettendo pochi dubbi a parecchie personalità della politica e del giornalismo. I familiari della vittima, con tenacia, d’altra parte, continuano la loro estenuante battaglia per l’ottenimento di giustizia e verità.

 

Il 4 dicembre il primo ministro Joseph Muscat dà via twitter la notizia che in diverse zone del Paese, tra cui Marsa e Bugibba, sono stati compiuti “altri” due arresti per l’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, alzando il numero degli arresti ad un totale di dieci. Gli arrestati e i presunti sospettati, fa sapere il primo ministro, sono tutti cittadini maltesi e tutti già noti alla polizia.

A fine giornata Muscat rilascia una dichiarazione nella quale fa sapere che secondo gli investigatori le persone fermate sono i possibili esecutori materiali e forse anche i mandanti dell’accaduto.

Questi due arresti sono andati ad aggiungersi agli altri otto avvenuti proprio nella stessa giornata. Risultato, dichiara il Muscat, di operazioni portate avanti dalla polizia, dalle forze dell’ordine di Malta in collaborazione con l’FBI, l’Europol e uno speciale dipartimento investigativo proveniente dalla Finlandia. Vi era stato un primo tweet riguardo l’annuncio degli otto arresti da parte del primo ministro, poi aggiornato e sostituito da quello che annunciava l’aggiunta degli altri due sospetti.

 

Il 5 dicembre vengono resi noti alcuni nomi appartenenti ai 10 uomini finiti in manette.

Tre nomi, tra i dieci, spiccano e vengono messi in evidenza dalle autorità e dalle testate locali: Vincent Muscat (55 anni), George e Alfred Degiorgio (55 e 53 anni).

Tutti e tre più volte arrestati in precedenza per altri reati legati al traffico di armi, alla droga e al riciclaggio di denaro.Muscat è sopravvissuto a tre colpi in testa nel 2014. In precedenza era stato accusato di coinvolgimento in un colpo di banca fallito nel 2010 che includeva il tentato omicidio di un poliziotto. Anche i fratelli Degiorgio furono coinvolti nella rapina, oltre ad avere altre condanne penali.

Queste tre persone, incriminate per omicidio e uso criminale di esplosivi e possesso di materiale e armi per la fabbricazione di bombe, durante l’udienza che si è svolta martedì 5 dicembre si sono dichiarati non colpevoli.

Prove o ipotesi di collegamento tra loro e l’omicidio della reporter non sono state rese pubbliche.

 

Il 6 dicembre sono formalizzate le accuse contro Muscat e i fratelli Degiorgio, mentre vengono rilasciate su cauzione le altre sette persone fermate lunedì mattina nell’ambito delle indagini.

Secondo l’accusa sarebbero loro gli esecutori materiali della bomba fatta esplodere a distanza nell’automobile della giornalista con un detonatore sistemato in un telefono cellulare. I tre accusati sarebbero stati incastrati dalle analisi delle celle telefoniche della zona di Triw il-Bidnjia, dove Daphne è stata uccisa, che riconducono ai cellulari dei sospetti.

 

Il 7 dicembre, Repubblica rilascia scritto che il telefono cellulare dal quale è stato inviato l’SMS con l’ordine di far detonare la bomba, è stato ritrovato nel mare di Marsa vicino a un capannone, il medesimo dove sono stati arrestati Degiorgio e gli altri due accusati.

Si vanno ad aggiungere informazioni preziose riguardo la modalità dell’attentato. Dalle indagini risulterebbe che dopo l’esplosione dell’ordigno, verso le 15.30, Degiorgio avrebbe mandato un sms dal suo telefono personale a sua moglie chiedendole di aprire “una bottiglia di vino per me, piccola”. La bomba sarebbe stata piazzata sotto il sedile della cronista intorno alle 2 del mattino del 16 ottobre, senza lasciare tracce di effrazione. Questo, secondo fonti piuttosto vicine alle indagini, sarebbe confermato dal fatto che gli esecutori hanno usato sofisticate apparecchiature elettroniche per aprire l’auto di Caruana Galizia aggirando il sistema di chiusura centralizzata.

 

Parecchie informazioni riguardo le indagini sono ambigue e contradditorie.

Innanzitutto è inusuale che i primi rilevamenti sull’omicidio della giornalista siano stati coordinati da un magistrato che l’aveva querelata per diffamazione a seguito dei suoi articoli di denuncia; ancor più dubbiosa la seguente assegnazione delle indagini a un investigatore sposato con un ministro appartenente a quel potere esecutivo descritto dai parlamentari europei, giunti a Malta come osservatori, come profondamente impregnato nella corruzione e tristemente avvolto da un fitto velo di omertà e imperizia.

È ciò che esce dall’esito dei colloqui tra la delegazione europea e i referenti istituzionali maltesi.Un esecutivo composto da funzionari che non si presentano ad appuntamenti, che non rispondono alle domande; forze della polizia e un procuratore riluttanti a investigare, fallimentari nel perseguire la corruzione e il riciclaggio di denaro “proteggendo” alti funzionari governativi e istituzioni finanziarie.

 

A leggere tutto questo, le ultime parole di Daphne che testualmente recitavano: “Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata.” non appaiono più come semplicemente (e possibilmente) verosimili, ma prendono forma e risuonano più attuali e terribili che mai.

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