Ai tempi della crisi “l’ARTE di arrangiarsi” è la parola d’ordine!


di Sara Spartà

Siamo a Bologna e l’aria di fermento è viva per le vie del centro, sarà la primavera, sarà il sole, sarà lei: Agar. Occhi vispi, di quelli che hanno ancora la voglia di sognare e un miscuglio di colori dentro e fuori pronti ad esplodere. Mi colpisce la naturalezza dei gesti e delle parole, mi colpisce la consapevolezza con la quale guarda il mondo, la situazione economia attuale, l’impossibilità di trovare un lavoro e non avere più vent’anni per poter ricominciare.

Ho trovato la sua storia singolare e positiva, da esaltare in un contesto, quello attuale, in cui la crisi non chiede il permesso prima di entrare, distruggendo sogni e vite, nel senso più reale e crudo di queste parole. Per non perdere il senso di ciò che si è e soprattutto di ciò che si fa, affinché il risultato non sia soltanto “una consolazione ma il compimento di una storia”, usando delle parole sue, ecco la risposta:

“La crisi si può risollevare solo se ci si reinventa!”

Queste le parole d’ordine di Agar Barboni, laureata all’Accademia delle Belle Arti di Urbino, reduce di ben quattro anni di abilitazione per “Disegno e Storia dell’Arte e Discipline Pittoriche” e altri quattro anni di insegnamento nei diversi licei di Bologna, Medicina, Budrio e Imola con un contratto di supplenza annuale. “Avevo raggiunto l’obiettivo di una vita, di anni di studio e di sacrifici, poi è arrivato il governo Berlusconi e la famigerata Riforma Gelmini che ha portato all’accorpamento delle classi e alla riduzione delle ore di Storia dell’Arte nei licei, istituendola solo dal 2° anno in poi.  Negli anni scorsi venivamo chiamati  a lavorare dalla graduatoria permanente fino al 40° posto, quest’anno si sono fermati al 6° posto in graduatoria. Prima ti danno il lavoro e poi te lo tolgono”.

È qualcosa di scoraggiante e sconfortante allo stesso tempo.

Agar già modella per l’Accademia delle Belle Arti di Bologna, non si dà per vinta. E non esita a mettere in campo la professionalità e la tecnica apprese in anni di studio con l’intuizione e la fantasia che rendono oggi le sue creazioni originali e autentiche. “Mi sono detta, e ora: Che faccio?? Ho iniziato a dipingere sulle magliette piuttosto che farlo sulla tela. E il risultato è stato immediato. Ho iniziato quasi per gioco a realizzarle per gli amici come regali di compleanno e poi da lì ho capito che non potevo fermarmi! Ho chiamato il primo campionario “L’arte di arrangiarsi”, dice sorridendo.

Si tratta di riproduzioni di opere celebri e non, attraverso rivisitazioni, stilizzazioni  e arrangiamenti su stoffa con appositi colori. Nulla di più semplice, ma nulla di più unico e riuscito.

“Questa estate le ho portate al Sicily Music Village e in due giorni le magliette sono andate a ruba. Attualmente le vendo a Jesi, la mia città d’origine e in Montagnola, mercato che si svolge ogni venerdì e sabato a Bologna, grazie ad un ragazzo che mi ha dato la sua disponibilità.”

Ma anche su questo fronte i problemi non mancano. A causa di una burocrazia asfissiante e soffocante Agar, per poter avere il suo posto personale in Montagnola, senza pagare l’Iva in quanto rientrante nella categoria piccolo- artigiano e realizzando pezzi unici, quindi non in serie, non deve rivolgersi al Comune di Bologna, sezione Impresa, ma a delle Associazioni per il permesso, come la ColorArt e gli Antoniani. Solo quest’ultima associazione di frati si è mostrata disponibile ed interessata a darle una mano.

“Ad oggi l’unico posto che mi ha dato sempre piena disponibilità e che ringrazio di cuore, è l’XM 24, il centro sociale sito in via Fioravanti 24. Dove mi hanno permesso di tenere la mia bancarella senza mai chiedermi nulla in cambio, solo per promuovere la mia attività e le mie idee. Come del resto dovrebbero fare i centri sociali in generale, dare spazio agli artisti e al loro modo di esprimersi! Un esempio per eccellenza di questo è proprio il Tacheles di Berlino, dove tutti hanno di diritto un proprio spazio e dove vige un solo imperativo: L’ARTE NON SI TOCCA! Sono rimasta fortemente impressionata da questa realtà e soprattutto da Berlino, “la culla degli artisti”,  una città che mi ha fatto capire quanto Bologna sia “già stata presa”, quanto sia arretrata, nonostante offra molte opportunità culturali  per gli studenti.”

Giusto per dirne una, molto presto gran parte dell’XM24 verrà demolito per dare spazio ai lavori della nuova rotatoria. Il problema è che in tutto questo non ci si è soffermati neppure un momento a pensare che assieme ai muri verrà distrutto pure un murales con evoluzione di Blu, considerato uno dei migliori street artist in circolazione dal The Observer nel 2011.

Solo noi, ragazzi e ragazze, possiamo esigere che l’espressione dell’anima non venga relegata a mera sopravvivenza, che lo slancio dei nostri sogni non venga buttato giù da una ruspa o strappato via dalla burocrazia. È per questo che vi invito a visitare la pagina Fb di “Agar Art for Street”(clicca qui), il nome della collezione.

Ricordo che ho incontrato Agar all’ombra dei portici del Teatro Comunale di Bologna, quello stesso Teatro sul quale sin dal mio primo anno di Università ho visto scolpite nere, indelebili queste parole, che non dimentico:

“La vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l’arte,
ma quella che disseminata di capolavori non sa apprezzarli, né conservarli”.

M. Proust

 

P.S. Agar Alessia Barboni è anche autrice di un libro “Il tempo di un respiro” edito nel 2010 per Tracce Edizioni Pescara. Un romanzo che si dipana tra Roccalumera (Messina) e Bologna, due diversi luoghi dell’anima.

E l’Amore ha l’amore come solo argomento..

Di Valentina Ersilia Matrascia

I gay sono contronatura. Si, sono malati, pervertiti e contronatura. Gay, lesbiche, bisessuali e trans ovviamente. Tutti della stessa pasta e della stessa razza. Da evitare, come la peste. Le lesbiche? Non ne parliamo, degli uomini mancati. Vanno con le donne solo perchè non hanno trovato l’uomo giusto, quello che le metta al posto loro. Dare un lavoro ad una trans, ma stai scherzando? Quelle possono solo battere. I figli a una coppia di omosessuali no, proprio no. Ma ci pensi? Con che modelli crescerà quel bambino? Chi gli farà da padre o da madre? Sarà sicuramente traumatizzato. Piccolo campionario dei luoghi comuni, gli stereotipi e le idiozie sulle tematiche Lgbtqi. Potrei continuare all’infinito ma preferisco fermarmi qui. Mi sembra già abbastanza. Anche troppo per i miei gusti.

2012, Italia. Malgrado il parere favorevole della commissione Pari Opportunità pur avendo concesso il patrocinio, un’ amministrazione comunale vieta l’esposizione di un manifesto che ritrae una coppia di ragazzi che si baciano. “Per non ledere il rapporto con il partito guida della coalizione, l’Udc”, questo il motivo. Mantenere gli equilibri, che sia con una fazione politica o con la chiesa non importa. Non importa che in ballo ci siano i diritti e le vite di persone. Loro, non sono la priorità nell’agenda di un paese in cui il vuoto legislativo nei confronti delle coppie di fatto omosessuali e non è sempre più pesante e le tutele nei confronti di partner e conviventi di unioni al di fuori dal canone della ‘famiglia tradizionale’ sembrano pressochè inesistenti. Ma forse hanno ragione i solerti amministratori del comune di Battipaglia (questo il comune in questione). Si, dai, quella foto del manifesto non va bene. E’ una chiara ostentazione e poi cosa potrebbero pensare i bambini? Cioè potrebbero arrivare a pensare addirittura che una coppia di ragazzi o di ragazze può tranquillamente tenersi per mano o baciarsi per strada senza temere di essere guardati con riprovazione, indicati, presi in giro, insultati o picchiati. Ma ci rendiamo conto di cosa potremmo far credere ai nostri figli?! Potremmo portarli addirittura a credere che il nostro sia un paese civile. Meglio sostituirla con una foto reale, quella di William Santos, ragazzo vittima di attacco omofobo a Porto Alegre, in Brasile, mentre sfilava per le vie della città per la Marcia della gioventù.

E intanto domani sarà di nuovo il 17 maggio, la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia. Ha gli occhi dolci di Daniel Zamudio, giovane cileno morto dopo sei ore di pedate, cazzotti in testa, in faccia, sui testicoli, sulle gambe e su tutto il corpo in un parco pubblico. Ha paure e le speranze dei September’s Children e di tutti i ragazzi e le ragazze che esasperati dal bullismo omofobico si son tolti la vita. Questa giornata ha dentro tutto questo e non solo. Commemorazione, ricordo, riflessione e dibattito che non devono però fermarsi alle 24 ore del 17 maggio. La scelta della data non è casuale, il 17 maggio del 1990, infatti, l’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, depenna l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Proprio in quella data, quindi, su invito dell’UE dal 2007 si istituisce l’IDAHO, l’International Day Against Homophobia and Transfobia.

Alla depatologizzazione dell’omosessualità (per quella della transessualità la strada è ancora aperta) non ha coinciso una caduta completa di stereotipi e luoghi comuni. Ancora oggi troppo spesso l’omofobia trova spazio nella quotidiana di tanti, troppi. Costretti e costrette a nascondersi a vivere in penombra amori e passioni, nascosti in quell’armadio di cui parlava Harvey Milk per non incorrere nell’ ignoranza di genitori, parenti, amici e datori di lavoro, per non sbattere per caso contro l’ignoranza di un passante a cui non piace vedere due donne che si baciano tra loro senza lasciar spazio a lui e alle sue pruriginose fantasie.

Speranza. Dare ed avere speranza, è questo il compito che ognuno di noi oggi dovrebbe assumersi. Speranza in una società migliore, in un futuro in cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere, così come ogni altro tipo di diversità, non siano causa di odio ne diviolenza. Una società che non debba più misurarsi con adolescenti che vittime di bulli non vedono altra soluzione che metter fine alla propria vita. Un mondo in cui ragazze e ragazzi trans (MtF e FtM) svolgano tranquillamente il lavoro per cui hanno studiato. Un mondo migliore, decisamente, che abbia al primo posto le persone i loro sogni e i loro desideri. Prima ancora che le loro preferenze sessuali e ciò che avviene tra le loro lenzuola. Una società in cui ci sia posto per i diritti delle persone, delle coppie e delle famiglie al di là del sesso dei componenti e in cui i figli delle famiglie arcobaleno siano solo una meravigliosa normalità.

Europa e Lavoro

Di Federico Ticchi

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Ah il lavoro, il lavoro!  Problemone che affligge quasi tutta la comunità globale, salvo il famoso 1% che si nutre dello sfruttamento altrui. Sfortunatamente credo che chi leggerà questo articolo si trovi nell’altrettanto famoso 99%, ossia quelli che come me, una volta conclusosi il proprio percorso di studi, si troverà simpaticamente gambe all’aria. Ma cerchiamo di capire, in un’ottica europea, se questo seccante ed antipatico nemico della nostra tranquillità mentale risieda solo in Italia o sia comune ai 27 Stati membri dell’UE.

Come afferma il sito statistiche della Commissione Europea pubblicato il 2 aprile 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro raggiunge il 10,8% nel febbraio di quest’anno. Nel febbraio 2011 invece il tasso di disoccupazione degli stati della zona euro era il 10%. Quindi, in 12 mesi la disoccupazione all’interno di Eurolandia è aumentata dello 0,8%. Non sono briciole di pancarrè. Ampliando il raggio d’azione della nostra ricerca possiamo vedere che anche nel resto dell’UE, in quei paesi che non hanno adottato l’euro, la situazione sia particolarmente migliore. Infatti qui la disoccupazione nel febbraio 2012 raggiunge il 10,2%, mentre nello stesso mese del 2011 era al 9,5%. Questo significa che all’incirca 24,550 milioni di abitanti dell’UE, di cui 17,134 milioni appartenenti alla zona euro, sono disoccupati. E l’UE ha una popolazione di 502,489,1 milioni di abitanti (dato del 2010). Nel 2011 i disoccupati dei 27 erano 1,874 milioni in meno, mentre tra i 17 della zona euro erano 1,476 in meno.

I dati più interessanti li notiamo osservando le tabelle che comparano disoccupazione femminile, maschile e giovanile (sotto i venticinque anni) dei diversi stati membri.

Il Belpaese presenta succosi dati. La disoccupazione maschile e femminile è al di sotto della media europea, mentre invece desta preoccupazione la disoccupazione giovanile: nell’UE dei 27 si attesta al 22,4%, mentre in Italia giunge al 31,9%. I nostri cugini iberici stanno senz’altro peggio di noi. Con una disoccupazione giovanile che supera il 50%, la disoccupazione maschile e femminile supera di 10 punti percentuali la media europea.  I lusitani sono messi meglio della Spagna, ma peggio di noi. Vedendo questi dati ho pensato alla classica Europa mediterranea, nullafacente e pigra e quindi sono andato a controllare le realtà dei cosiddetti paesi virtuosi. Lasciando perdere la Germania, che ovviamente presenta percentuali al di sotto della media UE, ho voluto controllare i numeri del Regno Unito, per il quale nutro una certa antipatia a causa del loro forte anti-europeismo, della loro lingua imposta al mondo e della guida sul lato sbagliato della strada. Cercavo, cercavo ma non trovavo dati. Infatti, nello spazio dedicato all’UK, invece dei numeri vi si trovano due asterischi che rinviano alla scritta: “Data not available”. Ergo i britannici si sono ben visti dal rendere pubblici i propri dati. Forse perché si scoprirebbe che, nonostante la sterlina, la loro situazione non sia poi tanto migliore.

Mentre invece i nostri cugini transalpini sono messi meglio di noi ma, nonostante l’asse Merkozy, sono ben lontani dai numeri tedeschi.

Riassumendo: la minor percentuale di disoccupazione la presentano Austria, Olanda, Germania e Lussemburgo. La maggiore vede come vincitrice la Grecia, seguita a ruota dalla Spagna e Cipro. Fortunatamente non saliamo sul podio.

Dati: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home

L’art 18? Un falso problema

Intervista al Professor Carlo Zoli di Beniamino Piscopo

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Carlo Zoli è avvocato e giuslavorista. Insegna diritto del lavoro alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna.

 

D: Può spiegarmi in cosa dovrebbe consistere la riforma del lavoro?

R: Ovviamente posso dare solo indicazioni generiche, visto che la riforma non è ancora chiara ne è stata delineata in un concreto progetto legislativo. Certamente toccherà l’accesso al lavoro, l’uscita dal lavoro e gli ammortizzatori sociali. Penso che la riforma passerà soprattutto da una semplificazione formale del mercato del lavoro, attraverso una sintesi dei tanti, troppi tipi di contratti flessibili che oggi lo ingolfano. Sul piano economico invece, la svolta principale arriverà, se arriverà, con la riforma dell’articolo 18.
L’opinione generale, che condivido, è che questa riforma sia necessaria. Quindi è auspicabile che vada in porto, possibilmente con il consenso di tutte le parti sociali e con contenuti concreti. Ripeto, una semplificazione dei contratti flessibili oggi è una priorità.

D: In Italia, i lavoratori impiegati nella grande industria, quindi quelli coperti dall’art18, sono ormai una minoranza. Ma allora è davvero così utile e necessario cambiare l’art18? Lo stesso discorso vale per la cassa integrazione.

R: Non è poi così vero che l’articolo 18 ha un campo di applicazione limitato. Spesso si dimentica di sottolineare il dettaglio tutt’altro che irrilevante, che il 18 si applica anche ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Allora quando si parla dell’articolo 18, si parla di ben più della minoranza dei lavoratori subordinati, anzi…Comunque, per me il problema vero è un altro. Piuttosto che riformarlo, il 18 basterebbe applicarlo correttamente: ricondurre i concetti di giusta causa e giustificato motivo a fattispecie concrete. Mi spiego, oggi è difficile identificare in pratica la giusta causa. Ed è quindi facile da eludere per i lavoratori e difficile da dimostrare e quindi da utilizzare nel licenziamento, per i datori di lavoro.
L’articolo 18 è un falso problema. Più che riformarlo basterebbe renderlo più applicabile, impedendo gli abusi della tutela. È quindi un problema di “cultura”.

D: Gli iscritti dei principali sindacati sono oggi per lo più pubblici impiegati e pensionati. Secondo lei, le tre principali confederazioni rispecchiano ancora il polso e la effettiva rappresentanza dei lavoratori?

R: Io direi ancora di si. I sindacati funzionano e sono all’altezza dei migliori sistemi sindacali europei. Sarebbe ingeneroso dire che non svolgano bene il proprio lavoro.

D: Veltroni ha detto che l’art 18 non è un tabù, spaccando il suo partito. Si ha l’impressione che la sinistra dopo aver abbandonato le vecchie ideologie, fatichi a trovarne di nuove. In cosa dovrebbe consistere secondo lei, nel 2012, la politica progressista? Secondo lei il centro sinistra negli ultimi anni è riuscito a cogliere il cambiamento del mercato del lavoro, e intercettare le esigenze dei lavoratori?

R: Ognuno ha le sue opinioni, e come tutti io ho le mie. Ma preferisco fare il tecnico e lasciar parlare di politica gli altri. Penso comunque, che le posizioni di una parte del centro sinistra sull’articolo 18 non siano così sconcertanti. Lo sarebbero se non fosse chiesta una contro tutela in chiave di ammortizzatori sociali. Io rinuncio a qualcosa, in cambio però chiedo qualcos’altro.
L’articolo 18 per molti è un tabù, una sorta di feticcio. Quando una figura autorevole del Partito democratico, il mio collega Pietro Ichino, parlò di articolo 18 a Ferrara, alcuni militanti, appena dopo, stracciarono le loro tessere. Lo stesso D’Alema in una occasione, si dichiarò favorevole a una possibile riforma del 18, salvo poi ritrattare. Ma la tutela efficace dei lavoratori si può ottenere percorrendo tante vie diverse. È sbagliato arroccarsi sui totem, sia da parte del governo, che dei sindacati.

D: Il primo ministro ha detto che il posto fisso è monotono. I giovani devono davvero rassegnarsi a dover cercare un lavoro per tutta la vita? È possibile fare un progetto di vita a lungo termine senza la certezza del lavoro?

R: I tempi sono cambiati, non si può pensare che il posto di lavoro sia lo stesso, inevitabilmente per tutta la vita. La battuta del Presidente del Consiglio va interpretata in questo senso: “ Ragazzi, oggi le cose vanno così.”
È ovvio poi che la precarietà oggi è una realtà diffusa. E un giovane con un contratto a termine, incontra varie difficoltà, ad esempio, nell’ ottenere un mutuo dalle banche. In questo senso, si dovrebbero ricercare nuove e più agevoli formule per ottenere l’accesso al credito.
Detto questo, la precarietà non la vuole nessuno, tantomeno è intenzione di questo governo, ne lo era di Marco Biagi, incrementarla. I contratti a tempo indeterminato non saranno sostituiti da quelli a termine, ma come dicevo prima, deve cambiare la “cultura” del lavoro.