Non vi permetteremo

NON VI PERMETTEREMO DI STRAPPARE L’ADOLESCENZA A QUESTO PAESE

di Alessandro Gallo

A Melissa, al suo, forzato, silenzio
A Veronica, alle sue urla

Non vi permetteremo di uccidere i sogni dei nostri ragazzi,
di strappare i loro primi sorrisi dopo un buon voto preso con fatica,
di togliere loro il sapore di un abbraccio materno,
di subire la vergogna di uno schiaffo paterno.

 

Non vi permetteremo di uccidere i loro sogni,
di fermare le loro emozioni come quelle del primo e indimenticabile bacio sotto casa,
del primo goal all’avversario più temuto,
del primo giro in scooter e della prima sera in discoteca,
del primo tacco a spillo e del primo sorriso color rosso porpora.

 

Non vi permetteremo di strappare il loro coraggio di lottare,
di non fargli vivere la pace e la serenità di un sabato sera con gli amici,
di correre per le piazze e i vicoli delle città intonando le note della propria colonna sonora preferita.

 

Non vi permetteremo di cancellare le loro fuitine notturne,
di strappare dalle loro mani l’inchiostro, la pittura, lo spray, che gli servirà per scrivere “Ti Amo” sul muretto della scuola.

 

Non vi permetteremo di farli sentire come il nulla,
che infondo sono solo dei ragazzi,
Non vi permetteremo di fermare il loro tempo.

 

Non vi faremo decidere quando, come e in che modo piangere,
Non vi permetteremo di farci stare in silenzio,
di farci vivere nell’incredulità,
di farci affogare nello sgomento,
di farci soffocare dalla paura,
di farci vivere solo di terrore.

 

Non vi permetteremo di bruciare altri corpi,
altri zaini,
altri quaderni,
altri sogni.

 

No.
Basta.
Questo è inaccettabile.

 

Dopo i pianti ci saranno le urla.
Dopo le urla le riflessioni.
Dopo le riflessioni ci difenderemo, con tutti i mezzi, con tutte le forze.

 

Difenderemo i nostri ragazzi,
le loro paure ma soprattutto le loro idee.
Difenderemo a testa alta la loro adolescenza, perché non vi permetteremo, mai più, di strapparla da questo paese.                                                                       
                                      

L’Aquila e Bologna: quando il ricordo diventa impegno

Di Giulia Silvestri (Presidio universitario di Libera)

Mercoledì è nato. Come ogni cosa, come ogni persona appena nata, la scelta più difficile è stata quella del nome. È la cosa più importante, è ciò che ti identifica per tutta l’esistenza, ciò con cui vieni riconosciuto, ricordato.

Il più delle volte un nome, ricorda qualcuno: un amico, un parente, una persona che ha toccato la tua vita trasformandola.

Con questo nome noi abbiamo voluto ricordare otto studenti, non solo morti, ma ammazzati, otto dei tanti ragazzi morti a L’Aquila il 06/04/09.

Alessio, Francesco, Marco, Luciana, Angela, Michelone, Luca e Davide, sono questi i loro nomi ed è ascoltando Roberto Saviano raccontare il terremoto e le loro storie, che abbiamo deciso il nome del Presidio universitario di Libera: “I ragazzi della casa dello studente”, L’Aquila 6 Aprile 2009.

Ho ripetuto di proposito un’infinità di volte la parola “nome”, per ribadire il pensiero di Don Ciotti, che condivido e che tutti noi condividiamo, sul diritto al nome delle vittime di mafia.

Quei ragazzi però, non sono vittime di mafia. Allora perché abbiamo scelto loro?

Per prima cosa sono, anzi erano, studenti come noi. Avevano un sogno da realizzare, e sudavano, e lottavano, per riuscire nel loro intento. Intento che è anche il nostro: quello di realizzarsi nella vita, lavorando e amando.

Questo è il motivo principale, poi c’è un altro fattore: quello degli appalti. La Casa dello Studente è stata costruita speculandoci sopra: l’abuso edilizio è un grande cavallo di battaglia delle mafie in Emilia-Romagna. Dobbiamo ricordarcelo, avere sempre presente qual è il territorio in cui ci troviamo e quindi in cui operano le mafie.

È con questi presupposti e da questo punto che partiamo, con gioia e con grinta, nel nostro cammino, con il peso della correttezza, della legalità, e soprattutto del ricordo, sulle nostre spalle.

Bologna tra mafie e Antimafia

Di Salvo Ognibene
Twitter: @SalvoOgnibene

da I Siciliani giovani – aprile 2012 pag 72

Casalesi, ‘ndranghetisti, russi, cinesi, rumeni, albanesi, nigeriani e chi più ne ha più ne metta.

Bologna oramai da diversi anni ospita le diverse mafie “nostrane”, quelle con la doc Italia e le molteplici mafie straniere. E’ passato più di mezzo secolo da quando la mafia entrò in questa regione, in punta di piedi, da “sorvegliata speciale”.
Mafia che è cambiata, mafia che si è adattata alla pelle di questa città.
Poco, ma non troppo, rumore e tanti affari. Le diverse mafie presenti sul territorio hanno raggiunto degli accordi tali da spartirsi affari e territorio senza pestarsi i piedi.
In  uno degli ultimi rapporti di Sos-Impresa Confesercenti emerge che il 5% dei Commercianti bolognesi è sottoposto a pizzo, non mancano le intimidazioni e gli attentati incendiari che per molti si chiamano autocombustione.
Abbiamo assistito nell’ultimo anno a diversi arresti ed a molteplici operazioni delle Forze dell’Ordine.
La regione ha varato un paio di leggi in materia ed il Comune lavora alla costituzione di un Osservatorio.
20 beni e 18 aziende confiscate.

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale” diceva Paolo Borsellino, l’antimafia giudiziaria allora non basta per contrastare il fenomeno criminale, è necessaria un’antimafia sociale anche a Bologna, dove le mafie sono d’importazione. Parafrasando potremmo dire che le mafie si contrastano nelle “aule”, da quelle bunker e quelle universitarie, anche a Bologna.

Così a Giurisprudenza, nell’Università più vecchia d’Europa è nato un corso vero e proprio, “mafie e Antimafia”, della Prof.ssa Stefania Pellegrini. Un insegnamento a scelta dello studente, un corso di 48 h diviso in due parti. Nella prima parte viene affrontato il fenomeno dal punto di vista storico, nella seconda gli studenti incontrano testimoni illustri della lotta alla criminalità organizzata, giudiziaria e sociale.
Per tutta la durata del corso l’aula straripa di studenti che seguono con un’attenzione altissima.
In questo percorso ci siamo inseriti anche noi con DIECIeVENTICINQUE, un giornale on-line che prova a raccontare la realtà avendo come  strumento principale l’informazione e come obiettivo ultimo l’informazione stessa.
Tra le diverse e belle realtà presenti sul territorio si distingue l’associazione “Rete NoName – Antimafia in movimento”, nata quattro anni fa qui a Bologna e che, in collaborazione con la cattedra di “mafie e Antimafia” , studenti e personalità varie stanno lavorando ad un nuovo dossier sulle mafie in Regione che sarà presentato, probabilmente, la prossima settimana.
Una rete, una piccola rete che crede fermamente che il cancro mafioso debba essere estirpato e non gli si debba concedere la possibilità di crescere ancora, soprattutto con le nuove generazioni.

Cari bolognesi, aprite gli occhi che di guai ne abbiamo fin troppi.

 

Lettera aperta al Ministro Corrado Passera

Lo Stato spegne Telejato

Per mandare l’e-mail al Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera:  segreteria.ministro@sviluppoeconomico.gov.it

Al Ministro Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera 

Tra pochi giorni, il 9 maggio, ricorrerà il trentaquattresimo anniversario dell’uccisione mafiosa del giornalista Peppino Impastato. L’Italia intera si appresta a commemorare il coraggio di un giovane che, insieme ai suoi compagni, dai microfoni di “Radio Aut” denunciava senza paura gli interessi mafiosi, a Cinisi e oltreoceano, del boss Badalamenti. Senza omissioni o connivenze, con la sola arma della libertà e dell’ironia. Pagando la sua dedizione e il suo coraggio, con la vita. Oggi, a trentaquattro anni da quel 9 maggio 1978, molti altri cronisti e operatori dell’informazione seguono il suo esempio rischiando ogni giorno per poter svolgere a testa alta e schiena dritta il lavoro di giornalisti. Tra questi: Giuseppe Maniaci e la sua redazione di Telejato, emittente televisiva con sede a Partinico.

Ad oggi, Telejato rischia ogni giorno di essere spenta definitivamente dallo Stato. Sembra paradossale, ma una legge della Repubblica porterebbe a quello che l’organizzazione criminale Cosa Nostra non è riuscita a fare. Da anni, infatti, la “televisione più piccola del mondo” trasmette “il tg più lungo del mondo” in una zona ad alta densità mafiosa (Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre) raggiungendo 22 comuni della Sicilia orientale, facendo informazione libera e denunciando il malaffare senza nascondersi. Proprio quest’attività sociale di denuncia è valsa al suo volto e alla redazione, svariate querele, intimidazioni (le ultime, pochi giorni fa), aggressioni e attentati. Telejato è una televisione locale comunitaria. In conformità con la Legge Mammì (n. 223 del 6 agosto 1990), quindi, ha uno statuto di Onlus e non quello di una Tv commerciale. Di qui, il limite agli spot pubblicitari: solo 3 minuti ogni ora di trasmissione. A mettere a rischio l’esistenza stessa di Telejato e l’incolumità dei suoi artefici, oltre alla mafia anche lo switch-off, il passaggio cioè dall’analogico al digitale nel mese di giugno in Sicilia.

Il governo Monti, nelle scorse settimane, ha messo fine alla beffa del “beauty contest” stabilendo il ricorso ad un’asta. Telejato, così come le altre 200 televisioni comunitarie, però, proprio per il suo status di televisione comunitaria e di onlus è priva di un bilancio adeguato a partecipare all’asta, vedendo così inesorabilmente cancellata la sua possibilità di trasmissione. Noi ci chiediamo e Le chiediamo: il legislatore ha riflettuto sulle conseguenze dello spegnimento di Telejato? Telejato deve essere considerato un bene culturale, al pari di ogni altro monumento artistico italiano: se l’arte rinnova i popoli, anche la controinformazione di Telejato in Sicilia può farlo. L’informazione può aiutare giovani e meno giovani a prendere coscienza di quello che li circonda e a scegliere. La scelta contribuirà a migliorare una delle regioni d’Italia, da qui anche la nostra Repubblica lo sarà.

Quello che in questa sede, come cittadini di uno Stato che dalla sua fondazione si ritiene uno stato democratico, vogliamo portare alla Sua attenzione è il grave danno che sarà apportato al sistema informativo e al diritto alla libera informazione dei cittadini.

Provvedere alla tutela delle televisioni comunitarie e locali affinché possano continuare a trasmettere e conservare il loro ruolo di strumento informativo locale. Bisogna assolutamente evitare che cali il silenzio e l’indifferenza sull’informazione antimafia. Sarebbe un atto concreto importante delle istituzioni nella lotta alla criminalità e per la tutela della democrazia del nostro Paese. In ultimo, vogliamo porre alla Sua attenzione un aspetto umano drammatico, crudo, scevro da retorica: la mafia uccide. La mafia non dimentica. La mafia colpisce più facilmente quando cala il silenzio e l’opinione pubblica si distrae. L’informazione rappresenta il sistema immunitario dell’opinione pubblica: se calano le difese immunitarie è più attaccabile. Ad essere uccisi sarebbero molte coscienze, ma prima d’ogni altro lo Stato italiano deve avere a cuore le sorti dell’uomo e cittadino Pino Maniaci e dei suoi familiari.

Certi della Sua attenzione, rimaniamo in attesa di un Suo riscontro.

DIECIeVENTICINQUE
Associazione Antimafie Rita Atria
I Siciliani Giovani

 

Cosimo Cristina (1960)
Mauro De Mauro (1970)
Giovanni Spampinato (1972)
Peppino Impastato (1978)
Mario Francese (1979)
Giuseppe Fava (1984)
Giancarlo Siani (1985)
Mauro Rostagno (1988)
Beppe Alfano (1993)