L’art 18? Un falso problema

Intervista al Professor Carlo Zoli di Beniamino Piscopo

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Carlo Zoli è avvocato e giuslavorista. Insegna diritto del lavoro alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna.

 

D: Può spiegarmi in cosa dovrebbe consistere la riforma del lavoro?

R: Ovviamente posso dare solo indicazioni generiche, visto che la riforma non è ancora chiara ne è stata delineata in un concreto progetto legislativo. Certamente toccherà l’accesso al lavoro, l’uscita dal lavoro e gli ammortizzatori sociali. Penso che la riforma passerà soprattutto da una semplificazione formale del mercato del lavoro, attraverso una sintesi dei tanti, troppi tipi di contratti flessibili che oggi lo ingolfano. Sul piano economico invece, la svolta principale arriverà, se arriverà, con la riforma dell’articolo 18.
L’opinione generale, che condivido, è che questa riforma sia necessaria. Quindi è auspicabile che vada in porto, possibilmente con il consenso di tutte le parti sociali e con contenuti concreti. Ripeto, una semplificazione dei contratti flessibili oggi è una priorità.

D: In Italia, i lavoratori impiegati nella grande industria, quindi quelli coperti dall’art18, sono ormai una minoranza. Ma allora è davvero così utile e necessario cambiare l’art18? Lo stesso discorso vale per la cassa integrazione.

R: Non è poi così vero che l’articolo 18 ha un campo di applicazione limitato. Spesso si dimentica di sottolineare il dettaglio tutt’altro che irrilevante, che il 18 si applica anche ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Allora quando si parla dell’articolo 18, si parla di ben più della minoranza dei lavoratori subordinati, anzi…Comunque, per me il problema vero è un altro. Piuttosto che riformarlo, il 18 basterebbe applicarlo correttamente: ricondurre i concetti di giusta causa e giustificato motivo a fattispecie concrete. Mi spiego, oggi è difficile identificare in pratica la giusta causa. Ed è quindi facile da eludere per i lavoratori e difficile da dimostrare e quindi da utilizzare nel licenziamento, per i datori di lavoro.
L’articolo 18 è un falso problema. Più che riformarlo basterebbe renderlo più applicabile, impedendo gli abusi della tutela. È quindi un problema di “cultura”.

D: Gli iscritti dei principali sindacati sono oggi per lo più pubblici impiegati e pensionati. Secondo lei, le tre principali confederazioni rispecchiano ancora il polso e la effettiva rappresentanza dei lavoratori?

R: Io direi ancora di si. I sindacati funzionano e sono all’altezza dei migliori sistemi sindacali europei. Sarebbe ingeneroso dire che non svolgano bene il proprio lavoro.

D: Veltroni ha detto che l’art 18 non è un tabù, spaccando il suo partito. Si ha l’impressione che la sinistra dopo aver abbandonato le vecchie ideologie, fatichi a trovarne di nuove. In cosa dovrebbe consistere secondo lei, nel 2012, la politica progressista? Secondo lei il centro sinistra negli ultimi anni è riuscito a cogliere il cambiamento del mercato del lavoro, e intercettare le esigenze dei lavoratori?

R: Ognuno ha le sue opinioni, e come tutti io ho le mie. Ma preferisco fare il tecnico e lasciar parlare di politica gli altri. Penso comunque, che le posizioni di una parte del centro sinistra sull’articolo 18 non siano così sconcertanti. Lo sarebbero se non fosse chiesta una contro tutela in chiave di ammortizzatori sociali. Io rinuncio a qualcosa, in cambio però chiedo qualcos’altro.
L’articolo 18 per molti è un tabù, una sorta di feticcio. Quando una figura autorevole del Partito democratico, il mio collega Pietro Ichino, parlò di articolo 18 a Ferrara, alcuni militanti, appena dopo, stracciarono le loro tessere. Lo stesso D’Alema in una occasione, si dichiarò favorevole a una possibile riforma del 18, salvo poi ritrattare. Ma la tutela efficace dei lavoratori si può ottenere percorrendo tante vie diverse. È sbagliato arroccarsi sui totem, sia da parte del governo, che dei sindacati.

D: Il primo ministro ha detto che il posto fisso è monotono. I giovani devono davvero rassegnarsi a dover cercare un lavoro per tutta la vita? È possibile fare un progetto di vita a lungo termine senza la certezza del lavoro?

R: I tempi sono cambiati, non si può pensare che il posto di lavoro sia lo stesso, inevitabilmente per tutta la vita. La battuta del Presidente del Consiglio va interpretata in questo senso: “ Ragazzi, oggi le cose vanno così.”
È ovvio poi che la precarietà oggi è una realtà diffusa. E un giovane con un contratto a termine, incontra varie difficoltà, ad esempio, nell’ ottenere un mutuo dalle banche. In questo senso, si dovrebbero ricercare nuove e più agevoli formule per ottenere l’accesso al credito.
Detto questo, la precarietà non la vuole nessuno, tantomeno è intenzione di questo governo, ne lo era di Marco Biagi, incrementarla. I contratti a tempo indeterminato non saranno sostituiti da quelli a termine, ma come dicevo prima, deve cambiare la “cultura” del lavoro.

Un’intera vita da Partigiano

di Sara Spartà

Cosa vuol dire essere stati partigiani. Cosa vuol dire esserlo ancora.
Per anni ho provato amore per molte pagine scritte, testimonianze rese, attinto da pagine ingiallite fino a strapparne fuori l’anima ciò che restava della Liberazione. Degli uomini. Delle loro vite. Non è facile riuscire a capire fino in fondo cosa sia stata la Resistenza quando per collocazione geografica hai avuto una storia un po’ diversa. “U sbarcu re ‘miricani in Sicilia” questa è la storia che voci sfiorite mi hanno sempre narrato.

Monte Sole 25 Aprile 2012. Oggi è qui, per me, la festa della Liberazione.
Una montagna scoscesa e vivida, un profumo di terra bagnata fitto e intenso. Questo percorso costa fatica ma lo si fa travolti dai pensieri. Si ripercorrono sentieri già percorsi, strade già spianate, vette già conquistate. Fronde che nascondono un cielo che oggi è di un azzurro disarmante e pesante da affrontare.
Monte Sole è anche tripudio di colori e di gente, di musiche, di danze e di cori. Monte Sole è vino rosso, sorrisi, pure qualche insulto. Oggi è Don Andrea Gallo e Maurizio Landini. Oggi Monte Sole sono i lavoratori, i giovani, i bambini. Tutti qui su questa distesa immensa di prati e di storia.

Per anni ho letto di questi boschi, del sangue sparso, dell’amore per un’unica fede, della forza e della sofferenza, dell’odio e della violenza. Dell’innocenza rubata, delle speranze falciate, degli affetti stroncati. Non è facile capire fino in fondo cosa sia stata una guerra, perché non ne abbiamo mai vissuta una.
Non è stato facile neppure quando ho ascoltato il racconto di Franco Fontana, partigiano, Brigata Stella Rossa, aveva 15 anni quando fece questa scelta. La scelta di diventare una Staffetta Partigiana proprio nel periodo in cui l’oppressione nazifascista si faceva più temibile e crudele.
Lo scorgo seduto su di una sedia, attorniato da molti ragazzi che lo ascoltano assorti in silenzio, lui gesticola animatamente e spiega con grazia da tutto il pomeriggio. Racconta la sua storia e quella di molti come lui. Ho visto occhi che portavano ancora cicatrici profonde, di una famiglia intera perduta tra questi boschi, tra le mine e tra i pianti di un suolo ingrato. Oggi Monte Sole è Franco, Riccardo, Sofia. Oggi è testimonianza e gratitudine e rabbia. Oggi Monte Sole è Staffetta Partigiana che passa il “tesimone”, lo passa a chi viene dopo di lui, lo passa a noi tutti. Noi che oggi confondiamo la parola partigiano con comunista. Chi ha fatto veramente le storia, che ignoriamo, cantando però “Bella Ciao.”

Franco mi guarda e mi dice “Ma come è possibile oggi essere fascista? 55 milioni di morti e 5 anni di guerra.” Si ferma e mi fissa. Inizia con amara consapevolezza a parlare degli anni di silenzio prima del Processo di La Spezia, del tempo sprecato, di chi ha dimenticato la storia, di come siano svaniti i sogni, di come in fondo il mondo che sognavano non si è mai realizzato. “Cosa ne sanno loro di cosa sia la guerra. Cosa ne sanno di aver visto con i proprio occhi soldati tedeschi uccidere donne e bambini e poi vedere strappare via i feti alle donne,perché non contenti.” C’è crudeltà nei fatti ricordati. Il massacro alla Chiesa di Casaglia, dove i tedeschi hanno ucciso tutti, tra le suppliche del parroco i lamenti di innocenti.
Avevo scordato che la guerra ha anche un suono. Boati, mitragliatrici, bombe, esplosioni, urla, preghiere. Vedere il massacro, esserci dentro, sentire l’odore del sangue, dover scavare fossi per seppellire lo strazio. Per seppellire la vergogna.
“Non c’è notte che non mi svegli e mi ritrovi con la mente tra questi monti a rivivere quei giorni fatti di dolore ma anche di speranza per un futuro migliore”.
Franco ha perso i genitori e due fratelli dopo la guerra. A guerra finita. Perché non fu quel 25 Aprile a farla cessare. Perché per costruire bisogna prima ripulire i terreni dalle mine, ripulire gli animi dalla voglia di vendetta, ripulire le coscienze dal pregiudizio o un da una certa voglia di revisionismo. Altrimenti nessuna guerra è veramente finita.

Mio nonno al cellulare la mattina mi aveva detto: “Vai Sara, vai a portare un fiore anche da parte mia su quei monti”. È stata una frase inaspettata. Bella. Una di quelle che un po’ ti cambiano la giornata ma non solo. Ho sentito un importanza speciale nel mio gesto, a cui prima non avevo pensato. Ho sentito come una specie di fratellanza impercettibile e silenziosa nei sentimenti di due uomini che vivono in parti opposte d’Italia. Una riconoscenza e una gratitudine puerile, semplice, vera.
Che forse è vero noi non saremo mai in grado di capire davvero.

Vittime senza verità

Di Salvo Ognibene
Twitter: @SalvoOgnibene

 

Vittime senza giustizia. E’ quello che succede in Italia. E’ quello che succede quando scarseggia la verità, in diversi delitti, di mafia e di Stato. Peggio ancora quando tutto questo è avvolto da inciuci, depistaggi ed insabbiamento della verità.

Dal G8 di Genova a Piazza Fontana. Dal caso Cucchi a Via D’Amelio. Dal caso Agostino passando al suicido-omicidio Manca e finendo al caso Parmaliana, dove oltre ai forti depistaggi, tentatavi più o meno goffi di mistificare la realtà manca anche l’informazione.
Storie tutte italiane dove lo Stato, quello che dove non riesce a proteggere le vittime, dovrebbe almeno sostenere i familiari, non lasciarli soli e garantirgli la verità, spiegargli il perché della fine dei loro cari e garantirgli almeno un po’ di giustizia.

Oltre il danno la beffa. E’ quello che spesso accade. E poi le critiche, l’isolamento e ed una lotta per una verità che spesso non arriva. Una lenta agonia che si trasforma in impegno civile, persone normali a cui viene sconvolta la vita e che non possono tirarsi indietro.

Così, magari, dopo otto anni arrivano conferme, seppur indirette, sulla morte di Attilio Manca. Non un suicidio ma un omicidio secondo le deduzioni dei RIS, cosa sostenuta da sempre dalla famiglia dell’urologo barcellonese, ucciso probabilmente per coprire collegamenti con, l’allora latitante, Bernardo Provenzano.

Oppure dopo 23 anni spuntano dei dubbi su uno zio di famiglia legato al boss Giovanni Brusca: parlo del caso Agostino, agente del SISDE che probabilmente sventò il famoso attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone e che venne freddato insieme alla moglie insieme alla moglie in stato interessante, 49 giorni dopo il fatto dell’Addaura.

Storie che non lasciano tracce, storie che si ripetono. Storie tutte italiane.

 

ProMiGrÈ

di Elly Schlein da http://www.progre.eu/

 

Guarda il video promo del ProMiGrE\’

Il 27 e 28 aprile torneremo in Piazza del Nettuno, e in Salaborsa. È passato poco più di un anno da quando Progrè muoveva i suoi primi passi. Era il 16 aprile 2011, un sole splendido tagliava in obliquo il cielo su Piazza del Nettuno che lentamente si riempiva di un esercito silenzioso di barchette di carta. Imbarcati per un minuto, questo il nome dell’iniziativa con cui siamo scesi per la prima volta in piazza, cercando di attirare l’attenzione del fiume umano che ogni sabato popola il centro tra palloncini, risate, gelati e buste dei negozi di via Indipendenza. E tra i bambini che si fermavano ad attaccare una barchetta in più, tante persone incuriosite si sono fermate a chiederci cosa diavolo stessimo facendo. Imbarcati per un minuto, rifletti. Sulla condizione di disperazione che in quegli stessi giorni portava migliaia di persone ad imbarcarsi su barche poco più solide delle nostre, e prendere il largo senza più guardare indietro a ciò che stavano lasciando. Gli orrori delle violenze e della fame, ma pure gli affetti, le case e i ricordi. Tutto. I giornali titolavano all’unisono “EMERGENZA CLANDESTINI”. E noi abbiamo provato a fornire i dati reali, che raccontavano tutta un’altra storia.

Con lo stesso spirito di quel giorno nasce il ProMiGrÈ, per continuare a combattere i luoghi comuni – spesso del tutto infondati – che occupano con prepotenza i nostri giornali, il discorso politico e l’opinione pubblica. Il ProMiGrÈ è un festival aperto a tutti coloro che abbiano voglia di approfondire le tematiche dell’immigrazione, un punto d’incontro per tutte quelle realtà, piccole o grandi, che lottano per i diritti dei migranti. Un luogo di discussione e di proposta per il futuro che raccolga studiosi, amministratori, associazioni, partiti e cittadini che sentano come noi l’urgenza di affrontare questioni come l’integrazione e la cittadinanza, di fare il possibile perché questo processo del tutto umano e naturale possa finalmente avere il suo corso in un contesto sociale che veda il confronto tra culture non più come una minaccia, bensì, finalmente, come un’occasione straordinaria di ricchezza.

Il ProMiGrÈ si terrà venerdì 27 e sabato 28 aprile in Salaborsa e in Piazza del Nettuno. Vi saranno incontri, dibattiti, mostre fotografiche e proiezioni di film sul tema.

Sabato mattina in Piazza ci saranno anche i Giochi senza bandiere, in cui squadre miste di ragazzi italiani e stranieri dovranno superare numerose sfide per ottenere una simbolica cittadinanza. E con i nostri ospiti parleremo di quanto avvenuto a Lampedusa un anno fa, del problema dei rifugiati, di cittadinanza e delle seconde generazioni, del lavoro dei migranti e dell’orrore dei respingimenti e dei CIE.

Il programma dettagliato dell’iniziativa, che abbiamo organizzato insieme all’ARCI Bologna e con il contributo di CDLM-CGIL Bologna e dell’Alma Mater Studiorum, si trova sul nostro sito www.progre.eu. Numerosi saranno gli ospiti di rilievo locale e nazionale, tra cui Don Luigi Ciotti, Vittorio Prodi, Giuseppe Civati, Filippo Miraglia, Jean-Léonard Touadi, Amelia Frascaroli, Alessandra Ballerini, Edda Capasso, Andrea Stuppini, Rita Ghedini, Stefano Liberti, Andrea Segre e molti altri.

La contingenza politica è diversa, rispetto ad un anno fa. Tuttavia, anche se per il momento non abbiamo più forze apertamente xenofobe al governo, non dobbiamo dimenticare che la sfida per l’integrazione e per i diritti dei migranti è anzitutto una sfida culturale. E la sua riuscita dipende dallo sforzo di tutti noi, come cittadini, di cercare di capire i fenomeni che ci circondano, di interpretarli, di non cadere nella trappola della paura del diverso e di diffondere la voce tra chi, senza accorgersene, rimane vittima di un’informazione troppo spesso superficiale ed incompleta. Vi aspettiamo numerosi il 27 e 28 aprile al ProMigrÈ, per stuzzicare il vostro spirito critico e buttarci insieme nella costruzione di un futuro d’integrazione che sia migliore per tutti, nessuno escluso!

Il programma completo su: www.progre.eu/promigre