Il calvario della crisi economica mondiale.

Le diverse stazioni della crisi e il dialogo indispensabile per uscirne.

Il nostro è il tempo della crisi generalizzata. Una crisi, i cui segni accomunano Europa e Stati Uniti, che a diversi livelli colpisce l’Europa e in questa parte del globo, l’area mediterranea. Bisogna cercare ragioni plausibili delle sfumature in contesti diversi, legati da  analoghi destini e simili manifestazioni di protesta sociale e culturale.

In un ipotetico viaggio che parte da Roma nel dicembre 2010 e si conclude a Roma nell’ottobre 2011, possiamo tracciare diverse stazioni del calvario della crisi.

1ₐ stazione: Madrid, a maggio nasce il movimento “Indignados” che presto si diffonde in Europa e a fine estate varca l’Oceano fino ad arrivare alle proteste di Wall Street.

2ₐ stazione: Londra, quartiere di Tottenham, l’uccisione di Mark Duggan, durante un inseguimento della Polizia, è il casus belli che vede bruciare le notti di mezza estate inglesi, trasformando l’opera di Shakespere da sogno in incubo.

3ₐ e 4ₐ stazione: nell’area mediterranea scioperi, cortei, e manifestazioni di esasperazione  si sono verificate ad Atene e Roma meno di un mese fa.

In ognuna delle tappe del nostro viaggio, è balzato agli occhi della ragione come il linguaggio del day after, abbia avuto come vocaboli imprescindibili: “violenti”, “facce d’angeli”, “figli di papà”, “criminali”. Vocaboli utilizzati dalla politica e dai mass media per catalogare, incasellare, imbrigliare, le manifestazioni di disagio sociale di una generazione.

Gli scontri tra giovani e forze dell’ordine sono stati descritti senza cercarne le ragioni profonde. Senza pensare che poliziotto e studente vivono la stessa crisi, la stessa incertezza economica di cui sono cavie. Cavie di responsabilità politiche ed economiche, di illegalità e corruzioni, di speculazioni finanziarie incubate nel tempo: un approccio trentennale, tollerato fino al 2001, che gradualmente ha manifestato le falle e innescato un effetto domino devastante.

L’attenzione politico-mediatica a Londra, Roma, Atene, si è focalizzata su vetrine, auto, molotov, transenne, manganelli. Poco  si è parlato delle voci dei manifestanti di Madrid e New York. Farlo avrebbe significato interrogarsi sugli aspetti della crisi: disoccupazione, assenza di progetti di sviluppo, tagli a istruzione e ricerca, tagli a pensioni e sussidi di disoccupazione.

Anche i tagli hanno una spiegazione razionale: nel dopoguerra, gli stati hanno imboccato la strada della spesa pubblica come motore della ripresa, in applicazione delle politiche economiche di stampo keynesiano. Scelta che, nei paesi in cui il ritorno sociale della politica di spesa è stata depotenziata da clientelismo, corruzione, e criminalità organizzata, ha generato la situazione di sperequazione cui si cerca ora di rimediare con una politica economica di rigore, per evitare la bancarotta.

Unica via d’uscita per la politica pare modulata su tagli e applicazione sistematica della “teoria dell’etichettamento sociale”. Le istituzioni, fuori tempo massimo nella legislazione contro le speculazioni finanziarie e la corruzione, hanno necessità di spostare l’attenzione sulla minoranza dei Bleck Bloc per depistare le vere ragioni della crisi economica.

Posto che la violenza va stigmatizzata, il potere legittimo dovrebbe interrogarsi sulle ragioni del disagio dei giovani, pacifici e violenti. Tocca alla politica ascoltare le ragioni dell’indignazione per attuare opportune soluzioni.

Qualche anno fa, lo storico francese Le Goff spiegava così la rivolta violenta nelle banlieu parigine: “L’ostilità dei giovani è rivolta anzitutto contro la polizia, poi contro il governo, infine contro l’insieme della società. È per questo che, sia pure in modo inconsapevole, scatenano il loro odio contro uno dei simboli del successo nella nostra società: l’automobile. L’atto simbolico della rivolta è incendiare le macchine”.

Dunque la violenza come strumento di rivendicazione per portare al vaglio dell’opinione pubblica un disagio celato. Il primo immancabile passo deve essere il dialogo tra cittadini e istituzioni e non il linguaggio della divisione sociale.

Enzo Fragapane