Giovani, niente futuro. Ma quale presente?

Di Valentina Ersilia Matrascia

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Dodici ragazze e un ragazzo. Età media decisamente al di sotto dei 30. Altri nove che si erano candidati hanno preferito non presentarsi. Prova scritta, a seguire – se si sopravvive – colloquio attitudinale di gruppo in italiano e colloquio in inglese per concludere. Attese, ansie e speranze. Scene da un colloquio in un centro per l’impiego alle otto del mattino. Facce assonnate. Speranzose alcune, disincantate altre. “Sono laureata con il massimo dei voti in interpretariato da quasi un anno, faccio lavoretti saltuari. Tra poco meno di due ore ho un altro colloquio, sempre qui in zona”, “Ci spero davvero tanto in questo lavoro, ho bisogno di uno stipendio per pagarmi l’affitto altrimenti devo tornare dai miei”. Racconti, vite, percorsi e storie diverse che sembrano però trovare un minimo comune denominatore nella ricerca. La ricerca di un posto, di un’occupazione e in un certo senso di un’identità, sia pure precaria e a tempo determinato. Il lavoro nobilità l’uomo dice il detto e in questa Italia in crisi sembra essere in crisi anche la nobilità.

L’Italia è una repubblica sprofondata sul lavoro, mi disse una volta un amico. Scorrendo le ultime novità legislative sul tema del lavoro e le pagine di cronaca è sempre più difficile dargli torto. I drammatici effetti della crisi uniti alle politiche a dir poco suicide sui temi del Welfare e del lavoro, ce li raccontano quotidianamente i media. L’Eures, European Employment Services, nel secondo rapporto “Il suicidio in Italia al tempo della crisi” fotografa una realtà pericolosa. Stando ai dati raccolti, sono 362 i disoccupati che nel 2010 – nel triennio che va dal 2006 al 2008 i dati parlano, invece, in media di 270 suicidi accertati – si sono tolti la vita, con una media, quindi, di quasi un suicidio al giorno. Dati agghiaccianti – riguardanti sia chi ha perso il lavoro sia chi è in cerca di prima occupazione – che “confermando la correlazione tra rischio suicidario e integrazione del tessuto sociale”.

E anche scorrendogli annunci e le inserzioni su giornali e siti web la situazione non migliora. Età minima ed età massima rimbalzano di inserzione in inserzione pegggio di una roulette russa. La costante, qualora si tratti di lavoro retribuito, è “esperienza nel settore”. Richiesta che taglia fuori la fetta di inoccupati, i giovanissimi e le giovanissime alla ricerca cioè della prima occupazione. Al sud dello stivale, una ragazza su quattro è senza lavoro e quando lavora, a parità di mansioni, percepisce uno stipendio di oltre il 30% inferiore ad un omologo maschio del Centro e del Nord. Gli stage e i lavori non retribuiti, però abbondano a nord come a sud. Quando poi si incappa nel miracolo di un lavoro retribuito, è facile che sia un lavoro in nero. Senza alcuna tutela sindacale o di altro genere.

In questo caos, negli ultimi tempi è esplosa una bomba. L’articolo 18 e la riforma del lavoro. Pianse lacrime amare il ministro Fornero nell’ormai celeberrima conferenza stampa. Lacrime e sangue piangono ogni giorno i lavoratori italiani e gli aspiranti tali. Mettere ordine nella giungla delle tipologie contrattuali questa la priorità del governo tecnico in materia di lavoro. In che modo? Si parte dall’apprendistato, che dovrebbe diventare, almeno nelle intenzioni del ministro, il canale privilegiato di ingresso al mondo del lavoro e che riguarda la fascia di età tra i 15 e i 29 anni per una durata non superiore ai 5 anni con obbligo di assunzione da parte dell’azienda e l’abolizione delle partite IVA farlocche. E si arriva alla flessibilità come rimedio alla monotonia della vita moderna e di un lavoro fisso. Precarietà, minori tutele durante il processo per i lavoratori licenziati. Ingredienti esplosivi di un cocktail difficile da digerire. Ingredienti di una riforma migliorabile ma necessaria secondo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che si dice fiduciosa sui tempi rapidi di approvazione del ddl sulle “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, approvato dal Governo il 23 marzo scorso e attualmente all’esame del Senato. Fino ad arrivare alle dolenti note: l’articolo 18 della legge n. 300/1970, il noto Statuto dei lavoratori. La discrezionalità e l’arbitrarietà in materia di licenziamento tornano in discussione così come le tutele che l’articolo stesso forniva al lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Mentre Confindustria da una parte, la Cgil dall’altra chiedono a gran voce modifiche e l’Europa richiama l’Italia al rispetto degli impegni presi, il ddl Fornero procede spedito verso l’approvazione in una strana vicinanza temporale con il primo maggio, la festa dei lavoratori.

La nuova Linea Gotica della Resistenza

da “Siamo tutti Maniaci” (scarica) Febbraio 2012

di Sara Spartà

 (…) “La mia arma è questa”. E mi mise sotto il naso una bella stilografica. Quel ragazzo si chiamava Enzo Biagi e fu con quelle parole che mi convinse a scrivere sul primo numero di “Patrioti”.

 A distanza di tempo questa istantanea è una delle più belle che la nostra storia ci abbia regalato. Un partigiano della brigata Giustizia e Libertà sui monti dell’Appennino Modenese, in bilico tra la vita e la morte, che decide di combattere la sua guerra attraverso la sua unica arma, una penna stilografica. Ed è con questa che riesce nella più grande delle imprese, rafforzare la fedeltà a se stesso e ai propri ideali , a soli vent’anni.

 Un’istantanea però, che non ha mai sbiadito i suoi colori che si presentano ancora vividi e chiari.
Scrivere come unica possibilità di esistere, e di resistere. È quello che succede da sempre in Italia a giovani giornalisti e scrittori che hanno scelto di seguire quella possente parola d’ordine che pare nata da quei monti e che ancora non smette si spirare: la Libertà. Nessuna retorica né iperbole possono falsare la realtà degli intenti. Oggi come ieri Scrivere vuol dire Resistere. Ed è un raro caso del destino che oggi parta dagli stessi luoghi e abbia il nome di un ragazzo poco più che ventenne, Giovanni Tizian, giornalista e militante dell’associazione daSud, che da settimane vive sotto scorta per aver tracciato una nuova “linea Gotica” lungo lo stesso Appennino, quella delle mafie e delle loro economie.  Una linea che riesce a collegare l’intero paese attraverso nomi, volti, luoghi e armi ben precise.
Perché è questo che fa la differenza di fronte all’astrattezza dei bei discorsi che divulgano i partigiani dell’antimafia: la chiarezza e la precisione, che vengono intuite come un esigenza del nostro tempo, una necessità volta a smascherare i nuovi assetti economici e criminali. Ammettere che la mafia esiste anche al nord, anzi soprattutto al nord, significa ammettere che “la linea Gotica” non è più un luogo geografico o culturale, come poteva essere un tempo, alle origini del fenomeno mafioso, ma un confine etico che coinvolge tutti.

E ho trovato emblematico come la storia di questo ragazzo possa racchiudere un po’ quella che è la metafora della parola come strumento per poter raccontare, raccontandosi. Di origini calabresi, infatti, Giovanni si trasferisce a Modena con la madre all’età di sette anni, dopo l’omicidio del padre, un funzionario di banca “integerrimo” così viene descritto. E fugge da quel posto per trovare rifugio “in una terra fondata sulle rivendicazioni dei diritti, diversa dalla Calabria”, come la descrive lui,  per poter respirare un aria diversa, lontano dalle mafie e dalla corruzione. Ed è quasi un paradosso che sia proprio lui ora a trattare da cronista queste vicende, che per i vari corsi e ricorsi storici, bussano alla porta della sua casa, nella civilissima Emilia. Lui a saperle osservare ma soprattutto a saperle interpretare, lui a guardarle con altri occhi dando un senso doloroso alle proprie ferite e grazie a queste a recuperare una storia, che a volte ha vissuto anche con vergogna. La propria storia, quella della sua terra, di suo padre e della sua scelta.

“Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga, agli uomini di vent’anni già vecchi, quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza.” Enzo Biagi con queste parole scrive nell’Aprile del 1945 l’ultimo editoriale dal titolo “Vent’anni” per “Patrioti” in occasione della Liberazione di Bologna.

Biagi testimonia un’età, una passione, un ideale forse mai tramontati e che oggi sono su un nuovo fronte per una Parola liberata e libera dalle mafie.

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi.” Bertolt Brecht

 

Three imaginary boys.

di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Erano giorni sciatti di Settembre, quelli dei corsi appena iniziati e degli esami ancora lontani. Quelli che usi per fare programmi, tirare le somme, fissarsi mete e obbiettivi poi puntualmente scazzati.
O magari no, perché in quei giorni di Settembre, tre ragazzi un obbiettivo oltre a fissarlo, tra un “cosi” e un “tanto per”, vuoi vedere che l’hanno pure realizzato.
Già, sembra proprio cosi, tutto vero, siamo in rete, siamo in orbita, niente scherzi, siamo un missile. Decollati! Go!
Dieci e Venticinque” risponde presente, con quattromila visualizzazioni sul sito, a sole due settimane dalla nostra presenza in rete. Insomma, stiamo iniziando a conoscervi, e ovviamente voi a conoscere noi. E vogliamo ancora crescere e migliorare, con inchieste, interviste, fumetti addirittura. Il bilancio è positivo, eccome se lo è. Questo è il secondo editoriale mensile di “ Dieci e Venticinque”, significa che esistiamo e che stiamo andando avanti.
Fondamentale è stato Salvatore Naso, nel realizzare un sito efficiente e ad arrangiarlo con un vestito che andasse al di la delle nostre migliori fantasie.
Per non parlare dei tanti ragazzi in gamba che scrivono con noi, o del contributo prezioso, fatto di tempo, sproni e consigli, di Riccardo Orioles.  A lui, che per noi è più di un esempio, va un ringraziamento speciale.

Sembra incredibile se ripenso a soli tre mesi fa, quando l’idea di un giornale on-line accarezzava, ancora indefinita, le nostre meningi. Tutto è partito da Salvo, che, come un mulinello, centrifuga nella sua energia cinetica, tutto e tutti. Lui è stato il primo a crederci, da stacanovista qual è, s’è preso la briga di cercare le persone giuste e mettere su una squadra. A quel punto, vedendo “l’idea” indefinita, man mano prendere una forma, tutti abbiamo fatto incetta di entusiasmo, perché ti senti davvero coinvolto in qualcosa, solo quando inizi a crederci fino in fondo.
Eravamo in tre all’inizio, in quei giorni di Settembre. Io, Salvo e Novella, che ci ruzzolavamo per una Bologna ancora stordita dall’afa, e che iniziava ad essere invasa dalle prime ondate di studenti fuorisede. Ci recavamo ai campanelli delle firme importanti, degli esperti del mestiere, a chiedere consiglio e benedizione. Adesso siamo un giornale, siamo una band. Come i Cure, anche loro all’inizio erano solo in tre. E il loro primo album si chiamava infatti“ Three imaginary boys”. Era un album non troppo costruito, essenziale in effetti, con suoni ancora legati al punk, ma che lasciava già intravedere tutto l’immenso potenziale del gruppo.
Al giornale, mi capita di pensarci la notte, mentre aspetto che venga il sonno. Mi capita di pensare non tanto alle cose ancora da fare, quanto a quelle già fatte. Penso che tre ragazzi immaginari sono diventati un giornale. E allora mi vengono in mente i versi che chiudono il primo album dei Cure, con la track che da il nome all’intero disco.
“ All the night time leaves me\ Three imaginary boys \ Sing in my sleep sweet child….”

Beniamino Piscopo

Dieci e Venticinque – 1 editoriale

 

Ore: 10.25, ora si parte da qui! Le mute lancette di quest’orologio bruscamente bloccate cristallizzano un’unica ora, un’unica data, un unico tempo, in un unico posto: Stazione di Bologna 2 Agosto 1980. Non più ticchettii colorati e regolari, non più partenze scandite né ritorni attesi, non più chiacchiere stridenti e sospiri impazienti in quella sala d’aspetto di piena estate. Nulla, solo un boato. Un boato che squarcia il Paese intero, che fa tremare l’aria, squassa le dimore, sconquassa gli animi, distrugge vite. È questo che segna quell’ora. Una pagina strappata assieme a molte altre di questo grande libro che si chiama: Italia. “Una cosa straziante” commenterà il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la voce strozzata, stroncata come la vita di quelle ottantacinque vittime, protagoniste casuali e forzate del più atroce atto terroristico del dopoguerra. Il più grave, certo, ma pur sempre uno dei molti, dei troppi che hanno macchiato questo paese. Brandelli di corpi e cenere mista a polvere e sangue disegnano la nuova geografia dei posti e delle città. Piazze, stazioni, autostrade, quartieri interi rievocano immagini, volti, storie. Commemorano e rammentano, nelle vesti di estremismi politici, della mafia o del terrorismo, la gratuità del male per mano di uomini contro altri uomini, a malgrado degli uomini stessi. Celebrano il dolore e le lacrime degli italiani, quelli che hanno fatto l’Italia e che continuano a farla: lavoratori, madri, anziani, giovani, bambini. Onorano la dignità delle mani che hanno scavato tra le macerie, che hanno prestato soccorso, che hanno seppellito, che hanno abbracciato, che hanno consolato. Questi ultimi sono volti senza nome e senza storia che rendono vivo il senso della Costituzione, con lo stesso spirito e la stessa tempra dei loro padri, sessanta anni fa.

DIECIeVENTICINQUE è un simbolo, è un orologio interrotto che ha voglia di essere ripreso, rinnovato, rivitalizzato da giovani, da idee, da movimenti, da parole. È il simbolo di una storia, che come molte è di tutti. Che ci unisce e che da nord a sud ci rende fratelli, con la voglia di trasformare in sprone le sconfitte, e in voli le cadute. Dando valore a ciò che si è, perseguendo obiettivi che permettano ancora di parlare di morale e di etica. “Ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta” reso addirittura scopo statutario … che Paese meraviglioso è il nostro! Controverso e problematico, ma guardatelo dal basso, guardiamoci quali “miserabili” di questa società, guardate alla luce e alla dignità che accompagna le nostre azioni ogni giorno, al rispetto per l’altro, al saluto e al sorriso dato. Ci accorgeremo di quanto queste non siano tanto le sfumature del nostro vivere quanto i colori veri, vividi, e fermi di questa Italia.

Paese offeso, umiliato, maltrattato, stuprato da gente corrotta e senza umanità, politici che hanno reso la nostra terra prostituta alle pretese d’oltreoceano, dirigenti che l’hanno sventrata, svuotata, distrutta. Pertini diceva che il miglior modo per pensare ai morti fosse quello di pensare ai vivi. Beh questo è il secondo anno consecutivo nel quale nessun rappresentante delle Istituzioni si è presentato a Bologna per commemorare i morti, dubito che stiano pensando ai vivi. È per questo che si rischia di perdere “il senso dello Stato”, come diceva qualcuno, perché “c’è uno Stato che fa senso”, in questo momento è assente. È proprio in questa assenza, che deve essere colmata, che noi siamo i nuovi umiliati, offesi, indignati, noi che dobbiamo avere e prendere voce; noi a ritagliarci uno spazio in cui poter raccontare, parlare, proporre, discutere e contare, in maniera dinamica e fresca.

Questa è una fase delicata della nostra Italia, una fase in cui lo strapotere ha fatto perdere la voglia, la speranza, la fiducia e fa sentire come “gabbiani ipotetici” . Serve recuperare “lo slancio per poter essere più di sé stessi, come due persone in una: da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza ad una razza che vuole veramente spiccare il volo per cambiare veramente la vita”. Agguantare ciò che ci è dovuto, non far rattrappire il sogno, non essere “due miserie in un corpo solo”.

Sarà Spartà