L’art 18? Un falso problema

Intervista al Professor Carlo Zoli di Beniamino Piscopo

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Carlo Zoli è avvocato e giuslavorista. Insegna diritto del lavoro alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna.

 

D: Può spiegarmi in cosa dovrebbe consistere la riforma del lavoro?

R: Ovviamente posso dare solo indicazioni generiche, visto che la riforma non è ancora chiara ne è stata delineata in un concreto progetto legislativo. Certamente toccherà l’accesso al lavoro, l’uscita dal lavoro e gli ammortizzatori sociali. Penso che la riforma passerà soprattutto da una semplificazione formale del mercato del lavoro, attraverso una sintesi dei tanti, troppi tipi di contratti flessibili che oggi lo ingolfano. Sul piano economico invece, la svolta principale arriverà, se arriverà, con la riforma dell’articolo 18.
L’opinione generale, che condivido, è che questa riforma sia necessaria. Quindi è auspicabile che vada in porto, possibilmente con il consenso di tutte le parti sociali e con contenuti concreti. Ripeto, una semplificazione dei contratti flessibili oggi è una priorità.

D: In Italia, i lavoratori impiegati nella grande industria, quindi quelli coperti dall’art18, sono ormai una minoranza. Ma allora è davvero così utile e necessario cambiare l’art18? Lo stesso discorso vale per la cassa integrazione.

R: Non è poi così vero che l’articolo 18 ha un campo di applicazione limitato. Spesso si dimentica di sottolineare il dettaglio tutt’altro che irrilevante, che il 18 si applica anche ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Allora quando si parla dell’articolo 18, si parla di ben più della minoranza dei lavoratori subordinati, anzi…Comunque, per me il problema vero è un altro. Piuttosto che riformarlo, il 18 basterebbe applicarlo correttamente: ricondurre i concetti di giusta causa e giustificato motivo a fattispecie concrete. Mi spiego, oggi è difficile identificare in pratica la giusta causa. Ed è quindi facile da eludere per i lavoratori e difficile da dimostrare e quindi da utilizzare nel licenziamento, per i datori di lavoro.
L’articolo 18 è un falso problema. Più che riformarlo basterebbe renderlo più applicabile, impedendo gli abusi della tutela. È quindi un problema di “cultura”.

D: Gli iscritti dei principali sindacati sono oggi per lo più pubblici impiegati e pensionati. Secondo lei, le tre principali confederazioni rispecchiano ancora il polso e la effettiva rappresentanza dei lavoratori?

R: Io direi ancora di si. I sindacati funzionano e sono all’altezza dei migliori sistemi sindacali europei. Sarebbe ingeneroso dire che non svolgano bene il proprio lavoro.

D: Veltroni ha detto che l’art 18 non è un tabù, spaccando il suo partito. Si ha l’impressione che la sinistra dopo aver abbandonato le vecchie ideologie, fatichi a trovarne di nuove. In cosa dovrebbe consistere secondo lei, nel 2012, la politica progressista? Secondo lei il centro sinistra negli ultimi anni è riuscito a cogliere il cambiamento del mercato del lavoro, e intercettare le esigenze dei lavoratori?

R: Ognuno ha le sue opinioni, e come tutti io ho le mie. Ma preferisco fare il tecnico e lasciar parlare di politica gli altri. Penso comunque, che le posizioni di una parte del centro sinistra sull’articolo 18 non siano così sconcertanti. Lo sarebbero se non fosse chiesta una contro tutela in chiave di ammortizzatori sociali. Io rinuncio a qualcosa, in cambio però chiedo qualcos’altro.
L’articolo 18 per molti è un tabù, una sorta di feticcio. Quando una figura autorevole del Partito democratico, il mio collega Pietro Ichino, parlò di articolo 18 a Ferrara, alcuni militanti, appena dopo, stracciarono le loro tessere. Lo stesso D’Alema in una occasione, si dichiarò favorevole a una possibile riforma del 18, salvo poi ritrattare. Ma la tutela efficace dei lavoratori si può ottenere percorrendo tante vie diverse. È sbagliato arroccarsi sui totem, sia da parte del governo, che dei sindacati.

D: Il primo ministro ha detto che il posto fisso è monotono. I giovani devono davvero rassegnarsi a dover cercare un lavoro per tutta la vita? È possibile fare un progetto di vita a lungo termine senza la certezza del lavoro?

R: I tempi sono cambiati, non si può pensare che il posto di lavoro sia lo stesso, inevitabilmente per tutta la vita. La battuta del Presidente del Consiglio va interpretata in questo senso: “ Ragazzi, oggi le cose vanno così.”
È ovvio poi che la precarietà oggi è una realtà diffusa. E un giovane con un contratto a termine, incontra varie difficoltà, ad esempio, nell’ ottenere un mutuo dalle banche. In questo senso, si dovrebbero ricercare nuove e più agevoli formule per ottenere l’accesso al credito.
Detto questo, la precarietà non la vuole nessuno, tantomeno è intenzione di questo governo, ne lo era di Marco Biagi, incrementarla. I contratti a tempo indeterminato non saranno sostituiti da quelli a termine, ma come dicevo prima, deve cambiare la “cultura” del lavoro.

Intervista a Ilaria Schirru, presidente dell’associazione “Non si tratta”.

Di Marialaura Amoruso

da \”Avrei voluto un sogno\” marzo 2012

Ilaria Schirru è presidente di NON SI TRATTA, un’associazione nata a Bologna per contrastare la tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Ultimamente nella nostra città il tema della prostituzione è tornato a far discutere suscitando diverse reazioni. Ne approfittiamo per capire da chi come Ilaria, opera in questo settore per  approfondire la discussione, rivolgendole qualche domanda.

 

Come nasce l’idea di fondare un’associazione che si occupa del tema della prostituzione?

 

Intanto una precisazione: noi non ci occupiamo di prostituzione ma di tratta. La tratta di persone è una delle più drammatiche forme di violenza e schiavitù che caratterizza l’era dell’economia globale. La cosa più difficile quando si parla di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è riuscire a comunicare la complessità del fenomeno, la molteplicità degli aspetti che lo compongono e delle cause che lo determinano.

 

La difficoltà sta purtroppo anche nel rendere evidente che del contesto nel quale la tratta si inserisce e, soprattutto, si produce, facciamo parte anche noi.

 

Ciò che mi preme maggiormente sottolineare è appunto che il fenomeno non riguarda solo le donne trafficate o i criminali che le trafficano, ma riguarda nella totalità i paesi di origine e quelli di destinazione e quindi anche il nostro paese,  che si trova davanti a sfide sempre più faticose,  a livelli di povertà crescenti, a conflitti inarrestabili. Riguarda le persistenti e sempre più problematiche forme di discriminazione di genere che possono spingere le donne a partire, a qualunque costo. Riguarda  gli sfruttatori così come i clienti, così come le comunità di cui fanno parte: i totalmente estranei così come gli indifferenti.

 

Assumere consapevolezza su che tipo di prostituzione  ci sia in strada a Bologna diventa difficile ogni giorno di più, poiché la percezione di pericolo e di accerchiamento ci rende sempre più insensibili a ciò che accade al di là delle nostre pur sempre comode vite.

 

Di cosa si occupa  e come opera la vostra associazione?

 

Non si tratta nasce dalla volontà di raggiungere le donne che si prostituiscono sulle strade di Bologna e provincia: donne giovanissime, la maggior parte ha tra i 20 e i 25 anni. Sono donne che provengono da Romania, Moldavia, Nigeria, Ucraina, Bulgaria, Serbia. Già questo è un dato che dovrebbe spingere le persone a capire quanto possa essere libera la scelta di prostituirsi. Noi siamo un gruppo di volontari con diverse esperienze e competenze, uniti dalla consapevolezza che queste ragazze non hanno un punto di riferimento  imparziale che non sia quello del loro sfruttatore o dei clienti con cui vengono in contatto. Il nostro intento è  mediare tra la strada e le strutture di Bologna che offrono servizi a persone che vivono ai margini della società, fornendo alle ragazze i mezzi per raggiungere le strutture sanitarie, legali e di assistenza generica di cui possono aver bisogno. La nostra idea è quella di reagire ad una situazione sommersa dall’indifferenza e molto spesso fraintesa, di condividere informazioni verosimili sul fenomeno della tratta e sulla condizione reale ed umana  di coloro che la subiscono. Lavoriamo attraverso un’unità mobile  e il nostro strumento principale è un numero di telefono che diamo a tutte, attraverso il quale ci rendiamo disponibili per qualsiasi necessità, anche per reperire informazioni che possano essere loro utili.

 

Ultimamente a Bologna si è aperta una discussione sul tema della prostituzione. Dapprima l’Assessore alla Legalità, Nadia Monti aveva dichiarato di essere favorevole alle case chiuse. Prontamente è intervenuto il Sindaco Merola, frenando la proposta e dichiarandosi vicino alla legge svedese sul tema. Cosa ne pensi: case chiuse si o no?

 

La prostituzione di strada è una forma di prostituzione  al 99 per cento soggetta a racket, non penso che legalizzandola come professione e confinandola all’interno di appartamenti questo racket verrebbe significativamente attaccato. Il racket troverebbe nuove strade e costi minori per fare concorrenza alla prostituzione legalizzata. Bisognerebbe affrontare la questione in maniera meno superficiale di come normalmente si fa, appurando ad esempio perchè un sistema legislativo tra i più avanzati in Europa come quello italiano trovi così tante difficoltà nel contrastare il fenomeno.

 

Personalmente credo che se si volesse realmente regolarizzare la prostituzione come “offerta di servizi sessuali ” – e in questo caso considero prostituzione non quella di strada ma quella che viene esercitata ad esempio nella propria casa privata -  coloro che dovrebbero poter esprimere il loro parere a riguardo sono le attiviste per i diritti civili delle prostitute che ormai da più di 20 anni auspicano la possibilità di dar vita a delle cooperative.

 

E’ notizia di pochi giorni fa che i Carabinieri di Bologna hanno sottoposto un questionario alle donne che si prostituiscono per strada. Hanno chiesto loro come si chiamano, da dove vengono, dove abitano, da quanto tempo si prostituiscono e addirittura quanto guadagnano. E’ stata un’operazione corretta? Hai raccolto testimonianze dalle ragazze sulla loro reazione a tale procedura?

 

Io credo che sia stato scorretto il modo in  cui i giornali hanno reso pubblica questa notizia, mi è sembrata una strumentalizzazione politica  e anche un modo poco serio di trattare un argomento delicato e complesso.

 

Riguardo all’operazione dei carabinieri sapevamo quali erano gli intenti:  scoraggiare la prostituzione e lo sfruttamento che c’è dietro in una zona della città particolarmente visibile come sono i viali.

 

I  carabinieri sanno benissimo che la stragrande maggioranza delle ragazze che si prostituiscono sui viali sono sfruttate e pagano il marciapiede. Per contrastare il fenomeno però e indagare i criminali che gestiscono il racket bisognerebbe ricorrere ad indagini lunghe e dispendiose, utilizzando intercettazioni telefoniche che in un momento di crisi hanno un costo elevato…..

 

Per quanto riguarda le reazioni delle ragazze, ci avevano parlato di controlli, ma nello specifico nessuna ci ha mai detto che le erano state chieste informazioni su quanto  guadagnano.

 

Le ragazze non hanno comunque fiducia nelle forze dell’ordine: provengono da paesi dove la corruzione della polizia è un dato di fatto, spesso attraversano la frontiera proprio con la collaborazione di poliziotti e funzionari corrotti. Nel caso di chi è poi clandestina (nigeriane, ucraine, moldave, albanesi) si sono verificati anche di recente casi nei quali denunciare violenze comporta provvedimenti di espulsione o chiusura nei Cie,  vergognosamente nonostante l’articolo 18, che dovrebbe tutelare a prescindere dai documenti in possesso, chi denuncia sfruttamento e violenze……

 

Com’è la situazione a Bologna?

 

Direi problematica. Al di là dei viali, ci sono molte altre zone dove le ragazze si prostituiscono o vengono fatte prostituire: ad esempio ci sono molte ragazze nigeriane  a Corticella e Castelmaggiore che meriterebbero sicuramente l’attenzione di politici e forze dell’ordine e mi piacerebbe vedere chi avrebbe il coraggio di andare a chiedere loro quanto guadagnano e di parlare di agenzia dell’ entrate e di tasse…..

 

Prima abbiamo citato la legge svedese. La storia svedese è positiva: negli anni 70 la Svezia era il simbolo della liberazione sessuale e destinazione apprezzata del turismo sessuale. I movimenti di donne hanno lottato arrivando nel 1987 a denunciare la prostituzione come forma di schiavitù e nel 1998 è stata approvata la legge “Pace delle donne” secondo cui comprare o cercare di comprare servizi sessuali costituisce un reato punibile con una multa o la reclusione fino a 6 mesi, o fino a due anni nel caso in cui la vittima sia un minore. Le prostitute non incorrono il alcun procedimento penale. I risultati sono positivi: il numero delle prostitute da marciapiede è dimunuito e con esse c’è stata anche una riduzione del numero dei clienti e delle donne che iniziano a prostituirsi. La Svezia però è l’unico Paese in Europa che lotta contro la tratta e la prostituzione. Negli altri Paesi in cui la prostituzione è regolamentata, come la Germania e i Paesi Bassi, sono quelli in cui si sviluppa maggiormente. Il nostro Paese come si colloca in questo quadro?

 

Personalmente io non ho facili soluzioni per un fenomeno che ripeto è molto più complesso di come troppo spesso viene presentato all’opinione pubblica dai media.

 

Ritengo che abbia origine a livello culturale in un modo sessista di considerare la sessualità delle donne e probabilmente è per questo motivo che si tende a negare il fenomeno della tratta nella prostituzione di strada. Io credo che la prostituzione in quanto tale non sia un problema per la società quando è esercitata da donne libere che la scelgono, ma la prostituzione di strada che coinvolge donne provenienti da paesi poveri, giovani e vulnerabili, sia un’altra cosa e per questo motivo vada analizzata in modo molto più serio.

 

 

 

Intervista a Pino Maniaci

                                  Foto di Ines Mancuso

da “Siamo tutti Maniaci” (scarica) Febbraio 2012

Intervista a cura di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Raccontare, per alcuni vuol dire resistere, per altri qualcosa di più, significa esistere. È il caso di tanti giornalisti sottopagati e con le pezze al culo che hanno fatto del loro mestiere una sorta di missione. Uno di questi è Riccardo Orioles, una volta mi ha detto che il giornalista non è un lavoro da fighette, un mestiere di elite. Non ha il prestigio del professore o di uno scrittore, tantomeno quello del giudice o di un qualsiasi intellettuale. Il vero giornalista è come il fabbro, l’idraulico, il metalmeccanico. È un operaio specializzato, un artigiano della parola.
Raccontare, al di la della ricerca estetica della prosa, perche scrivere per un vero giornalista, è meno importante che informare. Raccontare, senza narcisismi, perché i veri giornalisti non hanno nemmeno i pezzi firmati, hanno un contratto a termine e di solito restano per sempre dei precari.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. È quello che da anni fa Pino Maniaci e la sua Telejato, una piccola tv locale privata, una delle tante. Una delle poche a farlo in terra di mafia, a Partinico, dove la vera cronaca equivale a un atto di guerra. Significa andare in redazione con la scorta e avere i carabinieri che ti aspettano sotto casa. Significa paura, per se stessi e i propri cari, paura che diventa rabbia, rabbia che si fa coraggio e ti da la forza ogni giorno di andare avanti.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. Perché esistere equivale a essere protetti dalla propria notorietà. Se arrivi alla gente sei qualcuno. Il tuo pubblico diventa allora la tua scorta e il tuo nome, la tua garanzia.
Con i tagli da 37 milioni, effettuati dal governo Berlusconi alle tv locali private, Telejato chiuderà e Pino Maniaci smetterà di esistere. Eppure lui ne parla senza toni da vittima o arie da sconfitto, con la voce metallica consumata dalle sigarette e quel fatalismo zeppo di sarcasmo, tipico dei meridionali. Ne parla soprattutto a testa alta, fiero, col sorriso sornione, convinto ad andare avanti, che tanto uno in gamba come lui, una soluzione sa sempre di riuscire a trovarla.

 

D: Una piccola televisione locale che raggiunge appena venticinque comuni è diventata una sorta di miracolo. Com’è successo?
R: Per culo. Nel 99 Telejato stava per chiudere a causa del mancato pagamento di numerose tasse arretrate col ministero delle telecomunicazioni. Mi fu chiesto di rilevarla, cosi mi misi d’accordo con il ministero che mi dilazionò il debito. Pagando il doppio, di fatto riuscii a pagare  anche gli arretrati. Poi è successa una cosa strana, non si capisce come, ma facendo il nostro dovere noi siamo diventati un qualcosa di eccezionale, con un’audience spropositato per una tv locale. Sono arrivati persino giornalisti dagli Stati Uniti per saperne di più, e in Francia hanno deciso di fare un film su Telejato. Il caso strano però non sono io, che faccio solo il mio lavoro ma gli altri che non lo fanno.

 

D: Si aspettava quando rilevò Telejato, tutto quello che poi le ha comportato?
R: No, tutto è successo con l’evolversi della faccenda. In sostanza, con la tv abbiamo iniziato a scendere sul territorio, territorio che offriva parecchi spunti di riflessione devo dire. Cosi abbiamo iniziato a denunciare, a fare nomi e cognomi e da li…

 

D: La sua TV mi ricorda a tratti la radio Aut di Peppino Impastato, nel senso che esorcizza il timore del male con lo sberleffo, la presa in giro. Come a dire, se si può ridere della mafia allora non fa cosi paura.
R: Una risata li seppellirà, tanto per dire una fesseria. I mafiosi hanno costruito un immagine di Cosa Nostra, fondata sull’onorabilità, il rispetto e tutte quelle minchiate. Denigrare quell’immagine è il nostro modo di togliere loro la corazza. Far vedere alla gente la merda che c’è dietro l’armatura.
Anche se il paragone con radio Aut, secondo me è inesatto. La radio di Peppino era fortemente politicizzata, noi cerchiamo di fare la nostra parte senza farci mettere il cappello in testa dai partiti.

 

D: La rete è il mezzo di comunicazione delle nuove generazioni, vi permetterebbe di arrivare a un bacino di persone molto più vasto. Come mai non ha ancora deciso di sfruttarla?
R: Noi in rete ci siamo già con un nostro sito. A parte questo, secondo me in Sicilia, o comunque in quella parte di Sicilia che fa riferimento a noi, la rete non è ancore diffusa quanto si crede. Abbiamo ascoltatori che vanno dalla casalinga all’anziano di settant’anni, gene che con il computer non ha dimestichezza. Spostare completamente Telejato in rete li penalizzerebbe, e questo non lo accetto.

 

D: Un decreto legge del precedente governo, ha tagliato 37 milioni alle tv locali. C’è il rischio che una risorsa preziosa dell’impegno civile come Telejato, possa chiudere i battenti. Come pensate di sopravvivere?
R: Stiamo facendo di tutto per far ritirare il decreto. E se questo tutto non basta, allora una legge iniqua va violata. Noi continueremo ad andare in onda violando la legge. A quel punto possono fermarmi o sparandomi o sbattendomi in galera.

 

D: Qual è stata la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno a Telejato?
R: Di soddisfazioni ne ho avute tante: avere mediamente 130mila telespettatori, avere condotto battaglie importanti e soprattutto averle portate a termine; ad esempio far chiudere le attività mafiose come la distilleria Bartolino, la signora titolare dell’attività, mi ha ringraziato con più di 200 querele.
Soprattutto la vittoria che rivendico con più orgoglio è una vittoria culturale. L’aver convinto i commercianti di venticinque comuni a non pagare il pizzo ne è un esempio tangibile.

 

D: E da giornalista, la notizia che ha dato, di cui lei va più fiero?
R: Anche qui c’è ne sono parecchie. Ricordo la notizia del pentimento di Giusy Vitale, un boss in gonnella: siamo stati noi i primi a darla. Ma la notizia più bella è stata l’arresto di Binnù Provenzano. Anche in quel caso fummo noi, i primi ad arrivare sul posto.

 

D: Allora saprà dirmi come mai Provenzano sorrideva mentre veniva arrestato.
R: Sicuramente perché mentre veniva portato via, ascoltava la mia diretta sul posto nella quale dicevo “Provenzano si nutriva di cicoria per problemi alla prostata e di altri prodotti prelibati delle campagne corleonesi. In galera purtroppo non potrà godere di simili prelibatezze.” Evidentemente zio Binnù sapeva che mi sbagliavo, quello in galera con i soldi dello Stato mangia meglio di prima.

 

D: Che cos’è oggi la mafia?
R: Oggi la mafia in Sicilia si chiama Dell’Utri, se c’hai le palle di scriverlo bene, altrimenti come non detto.

 

D: La cupola, la lupara, il giuramento con il sangue erano elementi folkloristici di una Cosa Nostra che ormai si è definitivamente imborghesita? Oppure anche la mafia in giacca e cravatta di oggi tende a conservare simili rituali?
R: Può sembrare buffo ma ancora lo fanno. Alle soglie del 2012, la mafia dei colletti bianchi pratica la “ punciuta” proprio come una volta, dai banchieri fino agli onorevoli.

 

D: Una volta la mafia imponeva la sua volontà attraverso la paura, facendo percepire la sua presenza sul territorio. Oggi preferisce svolgere le sue attività in maniera sommersa, come a voler dare l’impressione di non esistere. Quel’è più pericolosa, l’omertà o l’indifferenza?
R: Mettiamola cosi, dopo l’arresto di Totò Riina, Provenzano ha inaugurato la strategia della “ sommersione”, una strategia tra l’altro lungimirante. Eppure le direttive del capo non sono state rispettati da tutti. Da noi, a Partinico, ancora si spara, 8 morti in poco tempo. Riguardo l’indifferenza, personalmente la reputo peggiore dell’omertà. In quest’ultimo caso certi comportamenti sono dettati dalla paura, un sentimento legittimo. Gli indifferenti invece non hanno scuse. Ma la Sicilia si è svegliata, ci sono tantissime realtà, associazioni civili che raccolgono sempre un più ampio seguito e non solo tra i giovani. Giù da noi abbiamo le mafie ma abbiamo creato gli anticorpi. Il nord ha le mafie ma non ha gli anticorpi.
D: Una domanda sul rapporto tra cinema e mafia. Alcuni film e fiction di successo, dal Padrino alla serie di Romanzo criminale, hanno riscosso grandissimi riscontri sia di pubblico che di critica. Eppure il rischio di apologia del male, è sempre dietro l’angolo. Sarebbe forse il caso di evitare film del genere? Anche a costo di imporre un limite alla libertà artistica e di espressione?
R: Ho grande rispetto per questi cosiddetti capolavori del cinema. Ma qui non siamo in America, nelle nostre realtà il rischio di emulazione è forte. È molto triste andare in una scuola media a Palermo e vedere ragazzini che recitano a memoria le battute del Capo dei capi. Vedendo scene simili, è forte la tentazione di dire con tutto il rispetto, a Coppola e soci, di andare a cagare loro e la bellezza artistica.

 

D: Ha paura?
R: Minchia se ho paura. Però di solito a questa domanda rispondo che a Telejato abbiamo tre stanze, la più grande è il bagno. Quindi quando abbiamo paura, almeno c’è un posto dove andare a cagare. Scherzi a parte, nel tempo ho ricevuto minacce e attentati anche gravi, che mi hanno imposto la scorta, però ho imparato a convivere con la paura e a convertirla in energia positiva. È normale averne, ma bisogna pur dare un esempio. Quando dicono che voi giovani siete il futuro vi dicono una minchiata. Voi non siete il futuro, siete il presente.

 

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I Silenzi di una fotografia

Intervista a Flavio Romualdo Garofano

di Novella Rosania

“Le persone vengono fotografate,
muoiono. Poi ritornano e vengono fotografate di
nuovo, da qualcun altro. E’ una sorta di
reincarnazione. […]C’era solo quell’istante e
adesso c’è quest’altro istante e nel mezzo non c’è
niente. La fotografia, in un certo senso, è la
negazione della cronologia”.
Geoff Dyer

 
Quando si va ad intervistare un fotografo ci si aspetta, entrando nella sua dimora, che ogni angolo di muro sia ricoperto di immagini, come se sia necessario sottoporsi a un continuo allenamento degli occhi. Il “must”? Catturare la vita con un obiettivo tondo ma guardarla attraverso un’inquadratura rettangolare. È l’occhio del fotografo a fare il resto: osservare le ombre di un viso, stanare il volto di un giovane sorridente tra i caschi blu della polizia, sorprendere figure riflesse su un vetro, sorridere a un vecchio che ti apre le sue finestre, ammirare un profilo nascosto dietro una tenda, rendere poetica una busta di immondizia, far parlare una sedia vuota.
“I silenzi sono quelle situazioni in cui non c’è rumore. Nella fotografia da reportage sono i ritagli della realtà da cui viene cancellato tutto quello che c’è attorno, il prima e il dopo, così da creare un’immagine nuova: un silenzio che evoca una storia. Nella mostra “Silenzi”, organizzata presso la sala studio di Via Gandusio e sapientemente curata dalla giovane Marialessia Ferrara, la protagonista è una sedia vuota, evocativa di un’assenza che serve a far riflettere e a creare una situazione in cui il fruitore idealmente si siede. Egli potrà, così, avere un monologo interiore, rendersi personaggio della storia, avere la sensazione di conoscere chi vi era seduto. Nella locandina della mostra l’assente era il guardiano dell’orto. La sedia era di mio nonno. Sul muro bianco l’ombra proiettata dal sole rappresentava il silenzio. Nel teatro si usa spesso questa tecnica: cercare una concentrazione per suscitare una meditazione.”

C’è tanto teatro nelle foto di Flavio Romualdo Garofano, soprattutto se si sfogliano le foto di scena di “ le Mutande” , “The Living Room”, “La resistibile ascesa di Arturo Ui”.

“Faccio il Dams da decenni. Il teatro è la mia passione. Ho cominciato a fare fotografie nel 2006 raggiungendo la mia maturità nel 2010, ma prima di tutto sono stato attore, regista e fotografo di scena. Tornerei a fare l’attore se ci fosse qualcuno che mi permettesse di farlo. Uno dei grandi problemi del nostro tempo è la cultura la cui malattia è quella di non creare P.i.l.; essa non solo è bersagliata dai tagli ma anche da personaggi che agiscono per un interesse diverso da quello qualitativo. Chi fa teatro lavora per il teatro non nel teatro. Se lavori nel teatro sei un operaio, invece devi essere maestro e artigiano. Oggi si pone l’attenzione più sul suo aspetto organizzativo. Molti pensano che la cultura sia un modo per dire “io ne so più di te”, invece questa sa metterci tutti sullo stesso piano. Ruggero Cappuccio, regista italiano, direttore di “Benevento città spettacolo”, diceva che il teatro, quindi la cultura, deve innalzare lo spettatore al suo livello e mai abbassarsi a quello dello spettatore; in tal caso non ci sarebbe più scambio ma univocità. Se il teatro riesce a dare qualcosa al pubblico, anche il pubblico può dare qualcosa al teatro.”
Il passato e la memoria hanno il ruolo di protagonista nella fotografia. Essa stessa può essere usata come mezzo attraverso cui indurre la mente a ricordare, evocare, catturare e rappresentare il tempo.

“Il concetto di tempo non è un alleato né dell’artista né dell’umanità, ovvero la massa, che troppo spesso tende a dimenticare. Il tempo non solo fa invecchiare te ma rende vecchi anche i tuoi ricordi. Montale, nella sua poetica, lo paragona ad un flusso d’acqua, lo stesso che durante l’alluvione di Firenze spazzò via tutti i libri su cui aveva studiato da ragazzo e i suoi ricordi di scuola.
Non rinnego il passato o le mie origini. Non mi lamento del fatto che ho vissuto in un paese in cui non si faceva niente. Sono consapevole che quelle condizioni mi hanno permesso di raggiungere una maturità critica che nel benessere non avrei ottenuto. Il tempo non aiuta ma anche noi abbiamo fatto di tutto per dimenticare. Il non fare chiarezza equivale a seppellire. È questo che ha indirizzato il mio percorso fotografico: ho cercato di imprimere su pellicola il concetto della perdita, rendendo la memoria resistente al tempo.

C’è differenza fra essere fotografi e fare i fotografi?
“No, non ci deve essere ma c’è. Ci sono molti che non hanno l’umiltà di dire che non sono quello che vogliono essere. Così migliaia di persone si comprano la prima costosissima macchina fotografica solo perché se lo possono permettere, vendendo quello che producono. Questo si chiama inquinamento del mercato. Non condivido nemmeno chi distingue superficialmente il fotografo dall’artista definendo il primo, tecnico e il secondo, artista. Chi è fotografo può essere anche artista, come è vero il contrario: c’è chi, per esempio, ha un enorme bagaglio tecnico ma è senza fantasia, per questo scatta solo per imitazione. Trovo che ci sia una “demenzialità” anche nell’arte: galleristi che non sanno niente di fotografia, curatori che si trasformano magicamente in artisti. L’artista ha delle competenze, il curatore ha degli studi ma gli studi non garantiscono una competenza.”

La fotografia come strumento sta diventando sempre più diffuso ma come mezzo artistico viene troppo spesso frainteso, a volte male interpretato. È possibile che sia per la sua eccessiva divulgazione?
“Il fatto che la fotografia sia così diffusa e che soprattutto vi sia la possibilità un po’ per tutti di acquistare le macchine fotografiche è una opportunità. In mezzo a tutti quei ragazzini con le reflex in mano potrebbe esserci il Newton di domani. Se avessi avuto la possibilità di fare fotografia prima, forse scatterei in maniera molto diversa adesso; avrei 15 anni in più di capacità tecnica.”

Romualdo ultimamente sta collezionando una serie di successi professionali tra cui la collaborazione con il “il Male”, giornale satirico fondato da Vauro e Vincino, a cui partecipa attivamente con i suoi taglienti fotomontaggi. Quanto ancora saprà stupirci?

Per guardare tutte le foto di Romualdo clicca qui:
http://flavioromualdo.blogspot.com/