E l’Amore ha l’amore come solo argomento..

Di Valentina Ersilia Matrascia

I gay sono contronatura. Si, sono malati, pervertiti e contronatura. Gay, lesbiche, bisessuali e trans ovviamente. Tutti della stessa pasta e della stessa razza. Da evitare, come la peste. Le lesbiche? Non ne parliamo, degli uomini mancati. Vanno con le donne solo perchè non hanno trovato l’uomo giusto, quello che le metta al posto loro. Dare un lavoro ad una trans, ma stai scherzando? Quelle possono solo battere. I figli a una coppia di omosessuali no, proprio no. Ma ci pensi? Con che modelli crescerà quel bambino? Chi gli farà da padre o da madre? Sarà sicuramente traumatizzato. Piccolo campionario dei luoghi comuni, gli stereotipi e le idiozie sulle tematiche Lgbtqi. Potrei continuare all’infinito ma preferisco fermarmi qui. Mi sembra già abbastanza. Anche troppo per i miei gusti.

2012, Italia. Malgrado il parere favorevole della commissione Pari Opportunità pur avendo concesso il patrocinio, un’ amministrazione comunale vieta l’esposizione di un manifesto che ritrae una coppia di ragazzi che si baciano. “Per non ledere il rapporto con il partito guida della coalizione, l’Udc”, questo il motivo. Mantenere gli equilibri, che sia con una fazione politica o con la chiesa non importa. Non importa che in ballo ci siano i diritti e le vite di persone. Loro, non sono la priorità nell’agenda di un paese in cui il vuoto legislativo nei confronti delle coppie di fatto omosessuali e non è sempre più pesante e le tutele nei confronti di partner e conviventi di unioni al di fuori dal canone della ‘famiglia tradizionale’ sembrano pressochè inesistenti. Ma forse hanno ragione i solerti amministratori del comune di Battipaglia (questo il comune in questione). Si, dai, quella foto del manifesto non va bene. E’ una chiara ostentazione e poi cosa potrebbero pensare i bambini? Cioè potrebbero arrivare a pensare addirittura che una coppia di ragazzi o di ragazze può tranquillamente tenersi per mano o baciarsi per strada senza temere di essere guardati con riprovazione, indicati, presi in giro, insultati o picchiati. Ma ci rendiamo conto di cosa potremmo far credere ai nostri figli?! Potremmo portarli addirittura a credere che il nostro sia un paese civile. Meglio sostituirla con una foto reale, quella di William Santos, ragazzo vittima di attacco omofobo a Porto Alegre, in Brasile, mentre sfilava per le vie della città per la Marcia della gioventù.

E intanto domani sarà di nuovo il 17 maggio, la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia. Ha gli occhi dolci di Daniel Zamudio, giovane cileno morto dopo sei ore di pedate, cazzotti in testa, in faccia, sui testicoli, sulle gambe e su tutto il corpo in un parco pubblico. Ha paure e le speranze dei September’s Children e di tutti i ragazzi e le ragazze che esasperati dal bullismo omofobico si son tolti la vita. Questa giornata ha dentro tutto questo e non solo. Commemorazione, ricordo, riflessione e dibattito che non devono però fermarsi alle 24 ore del 17 maggio. La scelta della data non è casuale, il 17 maggio del 1990, infatti, l’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, depenna l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Proprio in quella data, quindi, su invito dell’UE dal 2007 si istituisce l’IDAHO, l’International Day Against Homophobia and Transfobia.

Alla depatologizzazione dell’omosessualità (per quella della transessualità la strada è ancora aperta) non ha coinciso una caduta completa di stereotipi e luoghi comuni. Ancora oggi troppo spesso l’omofobia trova spazio nella quotidiana di tanti, troppi. Costretti e costrette a nascondersi a vivere in penombra amori e passioni, nascosti in quell’armadio di cui parlava Harvey Milk per non incorrere nell’ ignoranza di genitori, parenti, amici e datori di lavoro, per non sbattere per caso contro l’ignoranza di un passante a cui non piace vedere due donne che si baciano tra loro senza lasciar spazio a lui e alle sue pruriginose fantasie.

Speranza. Dare ed avere speranza, è questo il compito che ognuno di noi oggi dovrebbe assumersi. Speranza in una società migliore, in un futuro in cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere, così come ogni altro tipo di diversità, non siano causa di odio ne diviolenza. Una società che non debba più misurarsi con adolescenti che vittime di bulli non vedono altra soluzione che metter fine alla propria vita. Un mondo in cui ragazze e ragazzi trans (MtF e FtM) svolgano tranquillamente il lavoro per cui hanno studiato. Un mondo migliore, decisamente, che abbia al primo posto le persone i loro sogni e i loro desideri. Prima ancora che le loro preferenze sessuali e ciò che avviene tra le loro lenzuola. Una società in cui ci sia posto per i diritti delle persone, delle coppie e delle famiglie al di là del sesso dei componenti e in cui i figli delle famiglie arcobaleno siano solo una meravigliosa normalità.

Europa e Lavoro

Di Federico Ticchi

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Ah il lavoro, il lavoro!  Problemone che affligge quasi tutta la comunità globale, salvo il famoso 1% che si nutre dello sfruttamento altrui. Sfortunatamente credo che chi leggerà questo articolo si trovi nell’altrettanto famoso 99%, ossia quelli che come me, una volta conclusosi il proprio percorso di studi, si troverà simpaticamente gambe all’aria. Ma cerchiamo di capire, in un’ottica europea, se questo seccante ed antipatico nemico della nostra tranquillità mentale risieda solo in Italia o sia comune ai 27 Stati membri dell’UE.

Come afferma il sito statistiche della Commissione Europea pubblicato il 2 aprile 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro raggiunge il 10,8% nel febbraio di quest’anno. Nel febbraio 2011 invece il tasso di disoccupazione degli stati della zona euro era il 10%. Quindi, in 12 mesi la disoccupazione all’interno di Eurolandia è aumentata dello 0,8%. Non sono briciole di pancarrè. Ampliando il raggio d’azione della nostra ricerca possiamo vedere che anche nel resto dell’UE, in quei paesi che non hanno adottato l’euro, la situazione sia particolarmente migliore. Infatti qui la disoccupazione nel febbraio 2012 raggiunge il 10,2%, mentre nello stesso mese del 2011 era al 9,5%. Questo significa che all’incirca 24,550 milioni di abitanti dell’UE, di cui 17,134 milioni appartenenti alla zona euro, sono disoccupati. E l’UE ha una popolazione di 502,489,1 milioni di abitanti (dato del 2010). Nel 2011 i disoccupati dei 27 erano 1,874 milioni in meno, mentre tra i 17 della zona euro erano 1,476 in meno.

I dati più interessanti li notiamo osservando le tabelle che comparano disoccupazione femminile, maschile e giovanile (sotto i venticinque anni) dei diversi stati membri.

Il Belpaese presenta succosi dati. La disoccupazione maschile e femminile è al di sotto della media europea, mentre invece desta preoccupazione la disoccupazione giovanile: nell’UE dei 27 si attesta al 22,4%, mentre in Italia giunge al 31,9%. I nostri cugini iberici stanno senz’altro peggio di noi. Con una disoccupazione giovanile che supera il 50%, la disoccupazione maschile e femminile supera di 10 punti percentuali la media europea.  I lusitani sono messi meglio della Spagna, ma peggio di noi. Vedendo questi dati ho pensato alla classica Europa mediterranea, nullafacente e pigra e quindi sono andato a controllare le realtà dei cosiddetti paesi virtuosi. Lasciando perdere la Germania, che ovviamente presenta percentuali al di sotto della media UE, ho voluto controllare i numeri del Regno Unito, per il quale nutro una certa antipatia a causa del loro forte anti-europeismo, della loro lingua imposta al mondo e della guida sul lato sbagliato della strada. Cercavo, cercavo ma non trovavo dati. Infatti, nello spazio dedicato all’UK, invece dei numeri vi si trovano due asterischi che rinviano alla scritta: “Data not available”. Ergo i britannici si sono ben visti dal rendere pubblici i propri dati. Forse perché si scoprirebbe che, nonostante la sterlina, la loro situazione non sia poi tanto migliore.

Mentre invece i nostri cugini transalpini sono messi meglio di noi ma, nonostante l’asse Merkozy, sono ben lontani dai numeri tedeschi.

Riassumendo: la minor percentuale di disoccupazione la presentano Austria, Olanda, Germania e Lussemburgo. La maggiore vede come vincitrice la Grecia, seguita a ruota dalla Spagna e Cipro. Fortunatamente non saliamo sul podio.

Dati: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home

Giovani, niente futuro. Ma quale presente?

Di Valentina Ersilia Matrascia

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Dodici ragazze e un ragazzo. Età media decisamente al di sotto dei 30. Altri nove che si erano candidati hanno preferito non presentarsi. Prova scritta, a seguire – se si sopravvive – colloquio attitudinale di gruppo in italiano e colloquio in inglese per concludere. Attese, ansie e speranze. Scene da un colloquio in un centro per l’impiego alle otto del mattino. Facce assonnate. Speranzose alcune, disincantate altre. “Sono laureata con il massimo dei voti in interpretariato da quasi un anno, faccio lavoretti saltuari. Tra poco meno di due ore ho un altro colloquio, sempre qui in zona”, “Ci spero davvero tanto in questo lavoro, ho bisogno di uno stipendio per pagarmi l’affitto altrimenti devo tornare dai miei”. Racconti, vite, percorsi e storie diverse che sembrano però trovare un minimo comune denominatore nella ricerca. La ricerca di un posto, di un’occupazione e in un certo senso di un’identità, sia pure precaria e a tempo determinato. Il lavoro nobilità l’uomo dice il detto e in questa Italia in crisi sembra essere in crisi anche la nobilità.

L’Italia è una repubblica sprofondata sul lavoro, mi disse una volta un amico. Scorrendo le ultime novità legislative sul tema del lavoro e le pagine di cronaca è sempre più difficile dargli torto. I drammatici effetti della crisi uniti alle politiche a dir poco suicide sui temi del Welfare e del lavoro, ce li raccontano quotidianamente i media. L’Eures, European Employment Services, nel secondo rapporto “Il suicidio in Italia al tempo della crisi” fotografa una realtà pericolosa. Stando ai dati raccolti, sono 362 i disoccupati che nel 2010 – nel triennio che va dal 2006 al 2008 i dati parlano, invece, in media di 270 suicidi accertati – si sono tolti la vita, con una media, quindi, di quasi un suicidio al giorno. Dati agghiaccianti – riguardanti sia chi ha perso il lavoro sia chi è in cerca di prima occupazione – che “confermando la correlazione tra rischio suicidario e integrazione del tessuto sociale”.

E anche scorrendogli annunci e le inserzioni su giornali e siti web la situazione non migliora. Età minima ed età massima rimbalzano di inserzione in inserzione pegggio di una roulette russa. La costante, qualora si tratti di lavoro retribuito, è “esperienza nel settore”. Richiesta che taglia fuori la fetta di inoccupati, i giovanissimi e le giovanissime alla ricerca cioè della prima occupazione. Al sud dello stivale, una ragazza su quattro è senza lavoro e quando lavora, a parità di mansioni, percepisce uno stipendio di oltre il 30% inferiore ad un omologo maschio del Centro e del Nord. Gli stage e i lavori non retribuiti, però abbondano a nord come a sud. Quando poi si incappa nel miracolo di un lavoro retribuito, è facile che sia un lavoro in nero. Senza alcuna tutela sindacale o di altro genere.

In questo caos, negli ultimi tempi è esplosa una bomba. L’articolo 18 e la riforma del lavoro. Pianse lacrime amare il ministro Fornero nell’ormai celeberrima conferenza stampa. Lacrime e sangue piangono ogni giorno i lavoratori italiani e gli aspiranti tali. Mettere ordine nella giungla delle tipologie contrattuali questa la priorità del governo tecnico in materia di lavoro. In che modo? Si parte dall’apprendistato, che dovrebbe diventare, almeno nelle intenzioni del ministro, il canale privilegiato di ingresso al mondo del lavoro e che riguarda la fascia di età tra i 15 e i 29 anni per una durata non superiore ai 5 anni con obbligo di assunzione da parte dell’azienda e l’abolizione delle partite IVA farlocche. E si arriva alla flessibilità come rimedio alla monotonia della vita moderna e di un lavoro fisso. Precarietà, minori tutele durante il processo per i lavoratori licenziati. Ingredienti esplosivi di un cocktail difficile da digerire. Ingredienti di una riforma migliorabile ma necessaria secondo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che si dice fiduciosa sui tempi rapidi di approvazione del ddl sulle “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, approvato dal Governo il 23 marzo scorso e attualmente all’esame del Senato. Fino ad arrivare alle dolenti note: l’articolo 18 della legge n. 300/1970, il noto Statuto dei lavoratori. La discrezionalità e l’arbitrarietà in materia di licenziamento tornano in discussione così come le tutele che l’articolo stesso forniva al lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Mentre Confindustria da una parte, la Cgil dall’altra chiedono a gran voce modifiche e l’Europa richiama l’Italia al rispetto degli impegni presi, il ddl Fornero procede spedito verso l’approvazione in una strana vicinanza temporale con il primo maggio, la festa dei lavoratori.

Un ricordo da un bolognese che, in quanto tale, ti conosceva

di Federico Ticchi

Sicuramente non era Dalla. E forse a un non bolognese non è che dica più di tanto. E chissà quante volte un fuorisede si è incrociato con lui, ma non essendo Prodi non è che lo riconosci. Si capisce.

Però per un cittadino di Bologna era “la presenza”. Ricoprendo incarichi importanti, ma mai in prima fila nel potere, era sempre al vertice della cittadinanza. Era il PD, era il Comune, era Bologna. Lo si vedeva dovunque. Manifestazioni del 25 aprile, manifestazione del primo maggio, feste dell’Unità, manifestazioni solidaristiche, manifestazioni sportive, a vedere il BFC, alle cene dei circoli PD. Io non lo conoscevo personalmente ma posso dire la mia impressione: non si trattava di presenzialismo, anche perché lui non era ne il sindaco, ne il Presidente della Provincia ne quella della Regione, quindi avrebbe potuto fare a meno di partecipare a numerose iniziative, che non era certo un suo dovere. Ma lui c’era sempre, e l’impressione era che la sua presenza perenne fosse voluta, e non dovuta. Lui c’era perché era prima di tutto un cittadino, non voleva arroccarsi nelle stanze del potere. Poteva ben supplire all’assenza di un Sindaco, o a un’assenza istituzionale del suo partito. Sinceramente, non so che abbia fatto a livello politico. Ma il fatto che un numero impressionante di persone (non per niente era conosciuto come Mister Preferenze), quando si trattava di votare, prendesse la briga di scrivere il suo nome nella scheda elettorale per manifestare la propria volontà di vederlo seduto al consiglio comunale, rende l’idea di come fosse entrato nel cuore politico di noi bolognesi. Non so che Sindaco sarebbe stato, se un’ischemia non lo avesse bloccato durante la corsa per le primarie del centrosinistra. So solo che da oggi, quando parteciperò ad un evento, ad una manifestazione, non farò più il giochino del “vediamo se c’è il Cev”. O forse, incoscientemente, a causa dell’abitudine, muoverò il mio sguardo per cercare un’ improbabile ma alquanto patriottica cravatta rossoblù muoversi fra la folla. Poi mi ricorderò, e sarò un po’ più triste.