Chi siamo

 

Due anni, le lancette che ripartono (e qualcosa in più)

 

DIECIeVENTICINQUE‘ e Dieci e Venticinque International nascono  dalla necessità di fare un giornalismo diverso.

Un giornalismo che sia una missione e un’eredità.

Lo spirito che contraddistingue questo progetto è la volontà di costruire una palestra di idee che abbia l’informazione come strumento principale  e come obiettivo ultimo.

Il 31 marzo 1962 la parola mafia entra per la prima volta nelle case degli italiani attraverso la televisione. Per la prima volta i nomi di Riina, Liggio, Provenzano diventano nomi di cosa nostra, diventano un problema di tutti. Tutto questo grazie a Enzo Biagi.

Un giornalista bolognese  che si era interessato di mafia in una terra, l’Emilia, così lontana dalla assolata Sicilia, dalla mafia che sembrava esclusiva siciliana ma che forse aveva già capito quello che noi cinquant’anni dopo ci ritroviamo davanti ai nostri occhi.

Noi di DIECIeVENTICINQUE abbiamo provato ad assorbire l’eredità lasciataci da Enzo Biagi. Come abbiamo provato a fare nostro l’insegnamento e la storia di Giuseppe Fava. Bologna come Palermo. Palermo come Bologna. Due città tanto vicine quanto lontane, vicine come le verità mancanti, lontane come quell’aereo che non arrivò mai a destinazione ma che si squarciò in volo e scomparve in mare, nei pressi di Ustica.

DIECIeVENTICINQUE sulle orme de “I Siciliani giovani”. Un popolo, un paese, da sud a nord, legato, aldilà delle latitudini, dalla lotta comune e dalla ricerca della pubblica verità.

Il Nord come il Sud. La mafia. Una. In tutta Italia.

Siamo nati il 7 dicembre del 2011, pochi giorni prima dei nostri “Siciliani giovani“, giorno dell’arresto di Michele Zagaria, ex primula rossa dei casalesi che comandava la rete degli affari relativi al cemento in Emilia-Romagna egemonizzando anche le varie ‘ndrine locali presenti sul territorio.

Nati in una data casuale e felice che segna in pieno il nostro cammino.
RETE Antimafia e impegno civile a Bologna. Qui giù al nord dove la mafia esiste e ancora non per tutti.

Arriviamo da realtà diverse, regioni diverse, storie diverse, e focalizziamo i tanti aspetti che ci accomunano nel grande bacino che è Bologna. Bologna come centro culturale di dibattito socio-politico alimentato da studenti quali noi siamo. Vogliamo dare voce e diffondere notizie su uno snodo cruciale della nostra nazione che ancora oggi fatica nel rendersi conto che la mafia c’è, esiste anche qui. Una mafia di appalti e cemento, una mafia di soldi e non di lupare; silenzi e connivenze che rimbalzano sui muri delle imprese e non in casolari sperduti delle campagne corleonesi.

Il nostro obiettivo è quello di informare o semplicemente offrire spunti di riflessione a chi ci legge, ma a sua volta chi ci legge può offrire suggerimenti collaborando con noi, o richiedendo di approfondire delle tematiche e analizzarle da un punto di vista diverso.

La nostra prima casa è ovviamente Bologna, la città che ci ha accolto nel nostro percorso universitario e di vita, e per questo vogliamo difenderla, aiutarla, creando una realtà che possa giovare a tutti: una realtà dove chiunque può inserirsi per dare il suo contributo.

La nostra casa madre sono I Siciliani Giovani; un’altra casa è Telejato. L’appoggio e il sostegno di professionisti e maestri come Riccardo Orioles e Pino Maniaci. Due uomini che nel loro piccolo hanno dato vita ad un microcosmo incontaminato dai grandi interessi e la grande informazione (spesso più nociva che utile), con il solo scopo di fare vera informazione, di parlare con i lettori e i telespettatori senza mezzi termini, con la sola forza della verità che è l’arma più potente e dissacrante che possa esistere. Per questo minacciati o ostacolati nel loro lavoro perché puro e schietto: per invidia nel voler essere come loro, e per paura di non essere all’altezza di farlo.

Una lancetta sul 10, una sul 25. La strage di Bologna del 2 Agosto 1980 è il punto d’inizio di un disegno che ci apprestiamo a compiere. Troppe lancette si sono fermate, troppe sono ancora ferme: un boato, un colpo di pistola, un esplosione. Luoghi, giorni, minuti che hanno segnato l’intera storia del nostro Paese. Le 17:58 di Capaci, le 16:58 di Via D’Amelio, Piazza Fontana, Portella della Ginestra, Piazza della Loggia. Siamo tutti ragazzi che non hanno vissuto quei momenti ma che sentono una responsabilità ed una memoria storica su quanto accaduto che non può e non deve essere dimenticata. E probabilmente siamo consapevoli che si tratta di una memoria volutamente e dolosamente, dimenticata: perché ricordare non può che far risalire a galla la verità e questa fa paura. L’Italia è un paese con la fobia per la verità e tenta in tutti i modi di ostacolarla perché è
cruda, è violenta, è disumana. E in questo modo si ostacola anche chi, con quei pochi strumenti che ha a disposizione, tenta di imprimerla con l’inchiostro. Una giustizia che arranca ma riesce sempre ad avanzare, nella stanza della verità. “Si è costruita una verità non vera per una giustizia non giusta. E quando si è costretti ad aggiungere aggettivi alle parole verità e giustizia, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona“.

L’ingranaggio scricchiola, stride. Si sente che è arrugginito, e non si riesce a smuoverlo perché i pezzi non riescono a combaciare tra loro. Noi non abbiamo paura di rimettere in moto questo meccanismo. Siamo guidati dal trinomio indissolubile di verità, giustizia e libertà: se viene a mancare uno degli elementi non si può parlare di democrazia. E l’Italia è una giovane democrazia, che noi di Dieci e Venticinque, vogliamo contribuire a maturare.

DIECIeVENTICINQUE è un simbolo, è un orologio interrotto con quelle ferme lancette che stiamo provando a rimettere in moto. Quell’orologio è l’immagine di una Storia, che ci fonde e che da nord a sud ci rende uguali, facendo rete. Fare rete, insieme, in questo cammino fatto di etica e verità così che quelle lancette possano ricominciare a girare.

Vogliamo essere militanti, attori, non spettatori.

 

redazione@diecieventicinque.it

 

“Radici

Un concetto etico del giornalismo”

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

Pippo Fava

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