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Alla ricerca dei quesiti perduti

Vignetta di Guglielmo Manenti

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Originariamente il referendum sulle trivelle doveva essere composto da 6 quesiti. Ben 5 di questi sono venuti meno, dopo che il governo ha approvato la legge di stabilità del 2016 intervenuta in materia.
Un focus sul travagliato iter referendario.

Di Ilaria Bianco

Lungo, articolato ed irto di ostacoli è stato il percorso che ci porta dritti al prossimo 17 aprile.
Facciamo un salto indietro.

Nel 2014, con il decreto “Sblocca Italia”, il premier Matteo Renzi rende “strategiche, urgenti ed indifferibili” tutte le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi ed opere connesse, accentrando il potere decisorio in capo allo Stato.

È il settembre 2015 quando Pippo Civati promuove con il neonato partito “Possibile” otto referendum, due dei quali hanno a che fare con la ricerca e l’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e sulla terraferma (eliminazione delle trivellazioni in mare e del loro carattere strategico). Ma il numero di firme necessario per la promozione di un referendum abrogativo – l’art 75 della Cost. richiede la firma di 500000 elettori o di almeno 5 Consigli Regionali – non viene raggiunto. Accade allora che dieci consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise ed Abruzzo, poi ritiratosi), per lanciare un chiaro segnale di opposizione all’accentramento decisorio del Governo, promuovono sei quesiti referendari.

Tutto sembrava procedere nella direzione auspicata quando il Governo Renzi decide di intervenire sulla materia apportando una serie di modifiche attraverso la Legge di stabilità 2016, assorbendo di fatto ben cinque dei sei quesiti proposti dai Consigli Regionali. Preso atto di queste novità, la Cassazione dichiara legittimo solo uno dei sei quesiti referendari antecedentemente proposti.
Tre quesiti, relativi all’esproprio delle aree di proprietà privata, alla strategicità e indifferibilità delle attività petrolifere e al conflitto Stato/Regioni vengono dichiarati superati poiché assorbiti in toto dalla Legge di stabilità. In questo senso i promotori del referendum hanno già segnato un punto a loro favore.
Due ulteriori quesiti subiscono invece un iter differente: non vengono accolti dalla Cassazione. Si tratta di quelli relativi al titolo concessorio unico e alla definizione del piano delle aree. Il Parlamento, eliminandone le relative norme, ha fatto cadere anche i quesiti referendari con un giochino paragonabile a quello del domino.
Sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Puglia, Campania e Liguria) decidono di sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale, proprio in riferimento all’attività di aggiramento dell’oggetto dei quesiti da parte del Parlamento.

PIANO DELLE AREE
Il decreto “Sblocca Italia”, all’art.38 co.1-bis, obbligava il Governo con il coinvolgimento delle Regioni a definire quali fossero le aree in cui avviare progetti di trivellazione su terraferma, tenendo conto della specificità dei territori e delle aree a rischio sismico. Il quesito referendario sul Piano delle Aree mirava a rafforzare il ruolo delle Regioni, ad estendere la previsione del Piano anche al mare, entro ed oltre il limite delle 12 miglia, e a ribadire il concetto che in assenza di Piano non può essere richiesto e rilasciato alcun titolo. “La Cassazione” – sostengono i NoTriv – “ha fatto decadere il quesito invece di sollevare una questione di costituzionalità e il Parlamento ha violato l’attribuzione che la Costituzione all’articolo 75 assegna al comitato promotore”. La modifica della legge di stabilità doveva essere conforme alla richiesta del referendum: l’obiettivo non è stato raggiunto e viene dunque richiesto il ripristino della norma dello Sblocca Italia per poterne abrogare realmente una parte.

TITOLO CONCESSORIO UNICO
Il secondo quesito oggetto di ricorso riguarda il “titolo concessorio unico” (art.38 co.5, d.Sblocca Italia), il quale prevedeva che alla società petrolifera fosse concesso di fare ricerca ed estrazione con un’unica richiesta, per procedere più velocemente.
Le vecchie concessioni separavano invece il permesso di ricerca dal permesso di estrazione, che poteva avere una durata di trent’anni con possibilità di proroga di altri venti, arrivando a cinquant’anni in totale.
Il quesito referendario promosso dalle Regioni chiedeva che venisse stabilita una durata limitata del titolo concessorio unico, fissandola a trent’anni al massimo e senza possibilità di proroghe.
La legge di stabilità ha modificato in tal senso la norma intervenendo sul limite temporale del titolo concessorio unico (massimo 30 anni senza possibilità di proroghe) ma ha contemporaneamente reintrodotto la vecchia forma di concessioni che prevede delle proroghe.
Riassumendo, attualmente una società petrolifera può fare una scelta tra due possibilità: il titolo concessorio unico, che le concede trent’anni di tempo, o le vecchie concessioni che le concedono – con le proroghe – cinquant’anni.
I promotori dei referendum hanno anche in questo caso sollevato un conflitto di attribuzione sostenendo che il governo ha eluso la questione per far tornare in vigore la vecchia norma. Il conflitto consisterebbe nel fatto che spetta ai promotori sottoporre agli elettori la loro richiesta e non al parlamento modificarla in modo da aggirare il quesito stesso.

E qui arriviamo al 9 marzo scorso, data in cui la Corte Costituzionale, di fronte al ricorso delle Regioni, si è trovata a dover valutarne la legittimità. Passaggio meramente tecnico, preliminare alla più perniciosa decisione “nel merito” della questione: nel primo caso si parla di forma (da un punto di vista prettamente giurisdizionale), nel secondo, invece, di contenuto. Cosa sarebbe accaduto se la Corte avesse accolto i conflitti? Si sarebbe dovuta attendere un’altra udienza, certo; se poi il tutto fosse andato a vantaggio delle Regioni promotrici, i due quesiti sarebbero tornati ad essere ammissibili e, forse, accorpati col primo turno delle elezioni amministrative di giugno. Ma una pronuncia il 9 marzo vi è stata, inutile ricorrere a forme ipotetiche ed astrazioni concettuali. Quello che doveva essere un mero passaggio tecnico-procedurale ha avuto un esito negativo. Molti si stanno  ancora arrovellando sul significato della pronuncia della Corte: “Non è stata espressa la volontà di sollevare detti conflitti da almeno 5 dei Consigli Regionali che avevano richiesto referendum prima delle modifiche legislative sopravvenute”. In pratica sembrerebbe un cavillo, poiché cinque dei sei delegati regionali promotori non avevano alle spalle una nuova deliberazione del Consiglio. Ergo, non risulterebbero legittimati a rappresentare la Regione.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, co-fondatore del Comitato Nazionale No Triv ed estensore dei quesiti referendari, “la decisione solleva perplessità. Come mai a gennaio la costituzione in giudizio del delegato abruzzese effettuata a nome del Consiglio regionale è stata ammessa senza che alle spalle vi fosse una previa delibera? Se il referendum fosse stato promosso tramite la raccolta delle 500.000 mila firme il Comitato promotore avrebbe potuto avanzare questi stessi ricorsi senza una delibera firmata da mezzo milione di persone. Perché se il percorso referendario è avviato dalle Regioni il Comitato necessita di un passaggio in più per agire in quella sede?”
Nel frattempo Puglia e Veneto hanno depositato, due giorni dopo tale pronuncia, nuovi ricorsi. La Corte Costituzionale, giudice super partes, sembra avere qui giocato un brutto scherzo, di parte quasi. Politica nazionale, locale e movimenti in difesa dell’ambiente sempre più in contrasto. Stavolta tutto ciò sembra frutto anche di una decisione che sembrerebbe quasi preconfezionata e pretestuosa.

Referendum: istruzioni per l’uso

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Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Per cosa andiamo a votare il 17 aprile? A cosa fa riferimento il quesito su cui i cittadini potranno esprimersi? E quali sarebbero le implicazioni della vittoria del sì o del no? Una panoramica generale, per fare ordine in una materia molto complessa.

Di Giulia Silvestri

Il 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a votare un referendum popolare abrogativo in materia di trivellazioni.
Di cosa stiamo parlando?
Per spiegarsi meglio è bene partire dal quesito, così come sarà scritto il giorno in cui andremo a votare:
«“Volete voi che sia abrogato l’art. 6 comma 17, terzo periodo del decreto legislativo 3 aprile n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015 n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)” limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?»
Tradotto: Volete che sia abrogata quella parte della norma che permette a quelle società oggi in possesso di permessi e concessioni per estrarre idrocarburi entro le dodici miglia marine, di sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento, anziché fino alla scadenza dei permessi e delle concessioni?
Questo, per capirci, implica che:

- si parla di dodici miglia poiché è il limite massimo stabilito per le acque territoriali;

- non sono ricomprese nella materia oggetto di referendum le concessioni e i permessi da concedere ex novo per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi  entro le dodici miglia poiché sono già vietate dal nuovo art. 6 comma 17 dlgs 152/2006*;

- non sono vi ricomprese le concessioni e i permessi riguardanti la ricerca e l’estrazione di idrocarburi oltre le dodici miglia, che continueranno anche qualora il referendum porti una vittoria dei sì;

- sono ricomprese nella materia oggetto di referendum le concessioni e i permessi riguardanti la ricerca e l’estrazione di idrocarburi già in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 128/2010 entro le dodici miglia per le quali la nuova legge di stabilità del 2016 ha previsto una sorta di proroga “per la durata di vita utile del giacimento”, una vita utile che può non coincidere con la durata residua della concessione o del permesso.
Questo perché le concessioni durano al massimo cinquant’anni (art 29 l. 613/1967 e art 9 l.9/1991). Per fare un esempio se queste concessioni sono state accordate negli anni ‘90, la società che ha ottenuto la concessione potrà estrarre fino al 2040, ma è possibile che il giacimento sia sfruttabile per un periodo di tempo più lungo.

Le implicazioni di una vittoria del sì porterebbero alla graduale riduzione (fino alla totale estinzione) delle trivellazioni in mare entro le dodici miglia allo scadere naturale delle concessioni (realisticamente si parla di decadi), mentre le implicazioni di una vittoria del no oppure del non raggiungimento del quorum comporterebbero lo sfruttamento del giacimento, da parte delle società che hanno le concessioni, per un periodo di tempo anche eventualmente superiore alla scadenza delle stesse.

*DIVIETO DI NUOVE CONCESSIONI
Attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che a partire dalle concessioni già rilasciate siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi.
Tra i titoli abilitativi che oggi possono godere di una durata a tempo indeterminato ci sono infatti anche diversi permessi di ricerca, alcuni dei quali già in fase esplorativa e in attesa di trasformarsi in vere e proprie concessioni di coltivazione del giacimento. Un esempio concreto è dato dal caso di VegaB, la nuova piattaforma prevista nel canale di Sicilia, nell’ambito di una concessione già esistente (dove già opera la piattaforma VegaA) e posta meno di 12 miglia da un’area protetta.

Il quorum dell’informazione

Sofia Luce Gallo

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Giulia Di Martino e Giovanni Modica Scala

Con l’eventuale vittoria del sì al referendum del 17 aprile, non si porrà immediatamente fine a qualsiasi tipo di trivellazione. È fondamentale partire da questa consapevolezza.
La campagna condotta fino a questo momento è stata avvolta da un alone di confusione diffusa, che ha visto il formarsi di due schieramenti categorici opposti, portavoci di due posizioni estremamente ridotte all’osso:  trivelle sì, trivelle no. Complice sicuramente lo slogan che, in quanto tale, deve essere di impatto ed escludere tutto il resto al momento del primo approccio. Ben vengano gli slogan, e soprattutto ben venga che le persone parteggino e prendano una posizione, ma a patto che si superi la cortina superficiale delle parole di pancia e degli improvvisati pseudo-tecnicismi.
Nonostante l’estrema complessità della materia, è assolutamente necessario stimolare l’attenzione della popolazione italiana su questo tema, se non altro per distoglierla dal gossip politico, dall’epocale scontro sulle unioni civili che tanto emoziona, per farla convergere invece su un argomento dal sapore vagamente noioso,  altrimenti destinato a rimanere confinato nel dibattito di pochi ecologisti infervorati.
Una certa resistenza ad abbordare l’argomento, da parte del cittadino medio, risede nella difficoltà di percepire i risvolti che una scelta legata all’ambiente e all’energia comporta: le connessioni fra il benessere socio-economico di un paese e un corretto e rispettoso approvvigionamento delle risorse ambientali non sono di immediata visibilità. E in Italia – si sa – ciò che non può attirare facilmente un giudizio di valore, e non crea fazioni e blocchi da stadio, non è degno di occupare lo spazio che merita nel dibattito civile.
Ma davvero non merita il nostro interesse?
Da dove viene l’energia che consumiamo? E poi, che tipo di energia? Elettricità? Prodotta come? Da combustibili fossili? Quanta importazione dall’estero? Quanta convenienza nel produrla a livello nazionale?
Gli interrogativi si moltiplicano, e sono quasi tutti al di fuori dell’unico interrogativo sottoposto alla gente in questo referendum. E allora, che si fa? Si boicottano le urne, offesi da questa truffa colossale?
Bisogna forse ripensare i termini di questa vittoria. Che finalmente le persone si informino, si pongano il sanissimo dubbio che forse le strategie di politica energetica non debbano essere accettate passivamente, ma essere messe invece in discussione da cittadini informati, che si esprimano su come utilizzare risorse che, in fondo, sono di tutti. Partendo da un approfondimento individuale scevro da qualsiasi sentimentalismo.
Noi, nel nostro piccolo, proviamo a fornire con gli articoli che seguono una chiave di lettura che metta a fuoco i principali corollari dell’oggetto referendario. Con l’auspicio di risultare un attendibile ausilio informativo per chiunque voglia approfondire, senza nascondere la nostra incorruttibile natura partigiana.

Referendum NoTriv – numero 30 | Aprile 2016

In questo numero:

- IL QUORUM DELL’INFORMAZIONE | Giulia Di Martino & Giovanni Modica Scala

- REFERENDUM 17 APRILE: ISTRUZIONI PER L’USO | Giulia Silvestri

- ALLA RICERCA DEI QUESITI PERDUTI | Ilaria Bianco

- IL REGIME DELLE ROYALTIES | Pietro Dommarco

- UNA POSSIBILE SVOLTA PER IL MODELLO ENERGETICO ITALIANO | Intervista a Nicola Armaroli | a cura di Milena Rettondini

- AMBIENTE E BIODIVERSITÀ: QUALI RISCHI CORRIAMO? | Rossella Baldacconi

- C’È CHI DICE NO | Intervista a Giannantonio Mingozzi | a cura di Stefano Fornito

- NOT IN MY BACKYARD. Voci dai territori

Basilicata | Pietro Dommarco

Abruzzo | Alessio di Florio

Puglia | Francesco Caroli

Sicilia | Olga Nassis

- IO VOTO FUORI SEDE

Impaginazione: Giulia Di Martino  |  Copertina: Flavio Romualdo Garofano  | Vignette: Guglielmo Manenti