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Manifestazione antirazzista all’hub di via Mattei

Di Enrico El Kempas

 

Nella giornata di ieri si è tenuta una manifestazione di tutte le realtà antifasciste e solidali con i rifugiati di Bologna di fronte all’ex CIE in via Mattei.

L’iniziativa è nata come risposta a un presidio lanciato dal consigliere regionale di Forza Italia, Galeazzo Bignami, sempre di fronte al centro di accoglienza.

Il sit-in si è svolto in maniera pacifica, nonostante il clima teso creato dalla scelta degli operatori del centro di tenere chiuso il cancello della struttura, impedendo ai rifugiati – che non hanno alcun divieto di uscita – di unirsi ai manifestanti. Dopo alcuni minuti di incitazioni e cori, i migranti sono riusciti ad uscire e prendere parte al corteo, che dal centro di accoglienza è arrivato a Piazza dei Colori, zona residenziale più vicina.

Il CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Bologna era come tutti gli altri sparsi nel territorio italiano: un carcere di detenzione amministrativa in cui i migranti “clandestini” (privati del diritto di libera circolazione) venivano rinchiusi per diversi mesi in attesa di essere deportati nel loro paese di origine.

Spesso queste carceri sono state teatro di vere e proprie privazioni dei diritti umani, determinati dall’assenza o dal ritardo di cure mediche, assistenza sociale e psicologica, assistenza legale. Anche per tale motivo, in diversi CIE sono scoppiate rivolte interne che hanno determinato la loro chiusura.

 

 

L’accoglienza dei richiedenti asilo in Emilia-Romagna

sud africa donne

 Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

di Lorenzo Pedretti

 

L’Hub regionale, situato all’interno dell’ex CIE di via Mattei a Bolona, è un centro di prima accoglienza per tutti i migranti trasferiti in Emilia-Romagna in base a quanto stabilito dal Ministero degli Interni. Il 21 ottobre scorso risultavano presenti in Emilia-Romagna 2839 cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, dei quali 588 nella provincia di Bologna.

Nell’Hub si svolge la prima fase dell’accoglienza: l’Ausl effettua lo screening sanitario, che valuta le condizioni di salute e le eventuali patologie di ogni persona; la Questura effettua l’identificazione e la fotosegnalazione (quest’ultima è necessaria per poter rimanere sul territorio), e tutti i migranti ricevono vitto e alloggio.

La loro permanenza nell’Hub, che al massimo può accogliere 270 persone, dura tre settimane in media. Dopo, la maggior parte di queste persone lascia la struttura volontariamente o viene trasferita in altre strutture situate nelle province emiliano-romagnole, aperte dalle Prefetture in collaborazione con gli enti locali. Tra di esse ci sono Villa Aldini a Bologna e Villa Angeli a Pontecchio Marconi. Qui si svolge la seconda fase dell’accoglienza alla quale partecipano alcune cooperative sociali della provincia di Bologna, tra cui quelle del Consorzio L’Arcolaio, impegnate nei progetti della rete SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati), alla quale i comuni partecipano volontariamente. L’accoglienza è rivolta esclusivamente ai richiedenti asilo: persone che non possono o non vogliono tornare nel paese di residenza per il timore di essere perseguitate per motivi etnici, religiosi, di nazionalità, di appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo in Italia presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato; pertanto, i rifugiati sono coloro la cui domanda è stata accolta.

Le cooperative svolgono un lavoro di mediazione linguistica e culturale con i richiedenti asilo, tenendo corsi d’italiano, fornendo loro informazioni legali, orientandoli ai servizi presenti sul territorio, e accompagnandoli nel percorso di richiesta di asilo, che va presentata alla Questura (è il cosiddetto modulo C3). In base al regolamento di Dublino, uno degli atti del diritto dell’Ue, la richiesta va fatta nel primo paese di transito. A stabilire chi ha diritto a questa protezione internazionale è una commissione territoriale composta da membri della Prefettura, della Questura e dai Comuni. Commissioni di questo tipo sono presenti in tutta Italia e sono coordinate dalla commissione centrale, che ha sede a Roma e dipende dal Ministero degli Interni. In base alle loro valutazioni, non sempre viene accolta la domanda di protezione internazionale. Pertanto, ad alcune persone può essere rilasciato, sempre su decisione della commissione, un permesso umanitario della durata di un anno.

I richiedenti asilo più numerosi sono nigeriani, senegalesi, ivoriani, maliani, eritrei, somali, siriani, palestinesi, pakistani, bengalesi. Per ogni persona ospitata vengono spesi 30 euro al giorno, dei quali 2,50 euro come pocket money e 15 di schede telefoniche. Il resto deve coprire vitto, alloggio, prodotti per l’igiene personale, indumenti, e la remunerazione degli operatori del settore dell’accoglienza, che però può fare affidamento anche al volontariato. Al termine dell’accoglienza, che dura dai quattro ai sette mesi circa, questi soldi non vengono più stanziati, perché ci si aspetta che chi ha ottenuto la protezione internazionale e intende rimanere nel territorio regionale abbia acquisito un certo grado di autonomia e d’indipendenza dalle politiche sociali regionali.

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Di Marialaura Amoruso

   Al Presidente della Repubblica  Giorgio Napolitano

Signor Presidente,

Come noto, il neo Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, ha provveduto  all’abrogazione della circolare 1305, consentendo pertanto ai giornalisti iscritti all’ordine, di visitare i centri di identificazione e espulsione (Cie), i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e i centri di prima accoglienza (Cpa).

 Si legge che i Cie sono da considerare “i terminali delle politiche migratorie italiane ed europee”.
 Essi sono stati istituiti in ottemperanza a quanto disposto all’articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998)[1] per ospitare gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.
Nell’ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazioni di norme penali. A tutt’oggi i soggetti prigionieri nei CIE non sono considerati detenuti, e di norma vengono eufemisticamente definiti ospiti della struttura..
 Si tratta di politiche immigratorie. Le nostre politiche di ospitalità e di accoglienza.
Laddove accoglienza non è sinonimo di “spalancare le porte del nostro bel Paese a tutti indistintamente”, perché una politica delle migrazioni ci deve essere.
Ma da giovane giurista ho sempre rilevato una sorta di collisione tra la nostra legge che regola i flussi migratori, in particolare l’attuale L. Bossi-Fini, con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, quel testo redatto nel 1948 e pertanto antecedente alle nostre leggi varate per regolare i flussi di popoli stranieri sul nostro territorio.
L’articolo 1 cita testualmente: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”
Quello spirito di fratellanza che ci induce ad accogliere i nostri fratelli in ex caserme, costretti a vivere in condizioni precarie, mettendone a rischio la salute psico-fisica.
Riporto anche l’articolo 2, comma 1:
“1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.”
 Noi siamo il Paese che ha vissuto i campi di concentramento.
Siamo gli Italiani che sanno cosa sono le foibe.
Siamo tutti quelli che il 27 Gennaio, giornata della memoria, ci ritroviamo a commemorare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico,  e sempre parliamo di quel periodo, come fase storica pregna di brutture compiute per mano dell’uomo. Azioni denunciate come brutali, indi irripetibili.
 Signor Presidente in qualità di giurista in erba, ho seri dubbi sul come svolgere la professione legale in Italia, perché mi vergogno di appartenere ad un Paese e ad un popolo che ha una simile legge, che fa della clandestinità un reato, che si permette di rinchiudere gli “autori” di tale reato in piccoli campi di concentramento.
Sono uomini, corpi e spiriti, paragonabili a quelle anime relegate nel limbo di dantesca memoria. Erano anime, quelle dantesche, che avevano accettato la loro triste condizione di un destino sfortunato: pur non avendo colpe particolari, e avendo anzi spesso condotto una vita virtuosa, gli abitanti del Limbo erano costretti a trascorrere l’eternità lontani dal Paradiso perché non battezzati.
 I nostri fratelli stranieri sono forse relegati nei Cie perché non appartenenti all’area Schengen?
 Forse non ci resta che aspettare l’istituzione di una giornata di commemorazione delle “vittime” dei centri di espulsione. Forse. Personalmente non ci sto…

 

Marialaura