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Novembre

amore

Di Novella Rosania

 

“Qualcuno una volta mi disse che l’amore non basta.
Io provo ancora a credere che non sia così.
Certe volte può andare anche oltre la malattia.”

 

Caro Tommaso

Ti ricordi quando il sabato non potevamo nemmeno permetterci di andare al cinema? e quando la nostra stanza era così piccola che a stento potevamo camminare mano nella mano? e poi il nostro letto minuscolo, così stretto che se mi giravo non potevi stare a pancia in su, la tua posizione preferita. Ricordo che abbiamo mangiato pasta e patate per 3 giorni per poterci permettere le lenzuola bianche a fiorellini azzurri che avevo visto quel pomeriggio in Cola di Rienzo, con il caldo romano e il mio vestito giallo che muovevo per rinfrescarti (e farti anche un po’ ingelosire!) Ti ricordi com’era bella la Primavera quando eravamo li? Io odiavo quella città con tutto il mio cuore e tu mi consolavi tra i tuoi abbracci, dicendo che era solo per poco, di avere pazienza e che prima o poi mi avresti regalato la vita che volevamo. Io ti prendevo il naso, poi il viso tra le mani e ti dicevo “a me basti tu.”
Studiavo tutto il giorno cose che odiavo mentre tu disegnavi la notte, con uno stupido cappello da minatore e la sua lampadina a luce fioca, per lasciarmi dormire, quelle notti un po’ più larga. Sentivo il rumore della matita scorrere sui fogli, tracciare le linee del nostro futuro, i pilastri della nostra vita insieme. Poi ti alzavi, a piedi scalzi raggiungevi il letto, mi accarezzavi la schiena, sul dorso, per farmi venire la pelle d’oca che mi faceva sorridere e tremare, poi un bacio sul collo e uno sulla fronte. Ritornavi a sederti e mi amavi ogni giorno di più, ogni linea in più.
Il sabato sentivamo litigare i vicini, quelli “brutti e antipatici” come li definivamo sempre sorridendo, e ci guardavamo terrorizzati…saremmo mai stati come loro? avremmo mai avuto gli stessi scleri? ti avrei mai urlato contro tutti i miei “perché non sei venuto quando stavo male, è colpa tua e della distanza” “io non l’ho fatto per te, perché un amore è come una pianta se non lo coltivi muore”. Ti avrei mai guardato con odio, sbattendo la porta?
Forse si e sarei addirittura arrivata a dire che l’amore non basta.
Per ora sentivo che la vita passata accanto a te aveva un senso e che camminare per strada con le mie dita tra le tue mi rendeva piena di una primavera dei sensi.
Sapevo che i giorni sarebbero passati senza lasciare indietro il nostro passato e le piccole tenerezze che mi donavi nella quotidianità.
Quando lo psicologo mi disse che eri scappato dalla casa di cura, il ricordo dei nostri giorni mi ha
preso a schiaffi con tutta la sua forza, come una freccia incastrata nel legno. Non contenta le schegge me le sono conficcate nella pelle.
Alcuni mi hanno detto che amare vuol dire essere attraversati dall’altro.
Adesso, in questo pomeriggio di Novembre, su un tappeto di foglie scure, i miei piedi non trovano più il suolo, la mia testa non ha più peso e il freddo mi ghiaccia le ginocchia.
Io ti sento, sento ancora la tua schiena sulla mia, la tua mano poggiata sul mio fianco, ogni volta che dormivamo, e le tue dita tra le mie, quel giorno di primavera in Villa Borghese.
Ovunque tu sia, amore mio, ovunque sia la tua testa e la tua “salute mentale”, io ti sono accanto, stretta a te, fra le tue braccia.
I Folli sono loro, noi siamo ancora noi.

Per sempre tua
Aurora

L’uomo vestito di bianco

rostango

 

Di Salvo Ognibene e Francesca De Nisi

 

 “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società

 ma creare una società dove valga la pena avere un posto

   Mauro Rostagno è morto al buio. Un paradosso per uno come lui, che di mestiere riportava luce. Cercava di illuminare con le sue parole quelle verità scomode che troppo spesso rimanevano al buio in una Trapani crocevia di interessi politici, massoni, mafiosi. Una Trapani che aveva scelto consapevolmente. E lo rivendicava con orgoglio: “conosco questa terra più di voi perché voi ci siete nati, io l’ho scelta”.

   Non soltanto in Sicilia Mauro cercò di riportare luce: cominciò a farlo molto prima, quando decise che non sarebbe stato uno spettatore indifferente di ciò che gli accadeva intorno, al contrario avrebbe preso attivamente parte alla costruzione del mondo, o meglio dei mondi in cui fu cittadino. Cittadino in molteplici ruoli tutti differenti tra loro, ma tutti ricoperti con lo stesso carisma. Mille vite. Tutte affascinanti. Incredibilmente intense e sconvolgenti. Proprio dalle sue mille vite bisogna partire per cogliere a fondo l’essenza di un uomo che ha saputo costantemente reinventarsi senza vendersi mai.

   Per primo, ci fu il giovane cercatore. Sposatosi appena diciottenne, dopo qualche mese lasciò moglie e figlia e partì approdando prima in Inghilterra e poi in Germania, continuando a reinventarsi nel fare i lavori più umili per mantenersi. Rientrato in Italia, decise di proseguire gli studi a Milano e diplomarsi con l’ambizione di fare il giornalista. La sua anima di cercatore si mette a pulsare nuovamente e decide di partire, stavolta destinazione Francia. Ed ecco che scorgiamo i segnali di ciò che di lì a qualche anno sarebbe diventato: prende parte ad una manifestazione studentesca, viene arrestato e ritorna in Italia, a Trento, dove si iscrive alla Facoltà di Sociologia. Ed eccoci alla militanza politica, la seconda vita di Mauro, quella della presa di coscienza e della ribellione, quella delle urla, delle rivendicazioni sociali, delle scelte di parte.

   Nel 1966 diventa uno dei leader del movimento studentesco, lancia l’idea dell’ “università negativa”, una controproposta all’università tradizionale i quali insegnamenti erano espressione della classe dominante. Ecco la seconda vita di Mauro. Eccola esplodere con tutta la sua vitalità: ecco l’esempio lampante e pulsante dello spirito rivoluzionario che lo accaompagnerà per tutto il suo breve viaggio e che sarà capace di applicare ad ogni contesto nel quale sceglierà di voler agire. 

   Nel ‘69  fonda “Lotta Continua” con Adriano SofriGuido VialeMarco BoatoGiorgi Pietrostefani, Paolo Brogi ed Enrico Deaglio. La sua terza vita ha luogo a Palermo e si divide tra il suo lavoro come assistente alla cattedra di Sociologia e la diffusione del Movimento di cui diventa responsabile regionale. L’attivismo sociale di Mauro cresce esponenzialmente man mano che i giorni passano, il verbo della rivoluzione diventa per lui un Vangelo da portare a conoscenza della popolazione intera, tanto che decide di candidarsi alla Camera con Democrazia Proletaria. La chiusura di Lotta Continua nel ’76 non segna affatto la fine dell’attivismo politico e sociale di Mauro, che tornato a Milano si farà promotore dell’apertura del centro culturale “Macondo”. Un altro esempio di come Mauro trasformasse in diffusione, informazione e confronto tutto ciò con cui veniva a contatto.

   Ed ecco la sua quarta vita: forse la più misteriosa e affascinante perché ha come scenario l’India e come protagonista il passaggio dalla lotta esteriore a quella interiore, dalla ricerca materiale a quella spirituale.

   Mauro prende parte infatti alla Comunità Arancione di Osho Rajneesh, sposando una filosofia fondata sulla meditazione e il rifiuto delle religioni istituzionalizzate. È il momento di una ribellione silenziosa, un percorso interiore al termine del quale approderà di nuovo in Sicilia, per dare il via alla sua quinta vita, la più intensa e consapevole, la più matura e forte.

   Nel 1981 fonda la comunità Saman, un centro terapeutico specializzato nel recupero dei tossicodipendenti. “La gente arriva qua a pezzi, e noi la rimettiamo insieme” dice, predicando un metodo innovativo, che mette in risalto la persona nella sua specificità, non seguendo una strada preordinata perché “ogni essere umano è unico al mondo”. Anche in questo caso l’attenzione di Mauro per il mondo circostante si tramuta subito in azione propositiva, grazie alla sua costante capacità di cogliere l’attimo, di ricordarsi che non esistono altri tempi, altri mondi e altri spazi. Capacità che oggi ci permette di parlare di un tempo così breve in grado di racchiudere molteplici vite così intense.

   L’ambizione di fare il giornalista che lo aveva accompagnato all’inizio del suo viaggio prende vita: a metà degli anni ’80 tiene una rubrica per Radio Tele Cine, all’interno della quale inizia ad occuparsi di cronaca a 360°, trasformando ancora una volta l’idea in azione, il coraggio in contrasto quotidiano, la passione in concretezza.

   Inizia a rilevare le collusioni tra politica e mafia locale, facendo nomi e cognomi, spremendo al massimo la sua necessità di essere, non solo di assistere, ad un cambiamento in meglio della società.  Credeva nel giornalismo vero Mauro, quello genuino il cui compito è cercare la verità, diffonderla, svelarla. L’ennesimo tentativo di cambiare il mondo spronando se stesso, di smuovere la società, di scuoterla. Uno scossone. L’ennesimo scossone. L’ultimo. Se n’è andato al buio. Se n’è andato in silenzio. Lui che per tutta la vita ha urlato. Ancora si cerca verità nella sua morte, ancora mancano i nomi di chi ha provato ad eliminare tante vite in un colpo solo, di chi senza curarsene ha tentato di cancellare tutta quella forza.

   “Sono stato molte volte infedele alle mie idee, ma sempre coerente con me stesso”. Vivono, e sono mancia, poche parole che racchiudono la capacità di cambiare senza essere stanchi, senza tradire il proprio io.