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Michela Buscemi: una donna del popolo libera e orgogliosa

 

Al maxiprocesso dell’84 testimoniò contro gli assassini dei suoi fratelli, Salvatore (contrabbandiere di sigarette spappolato da due colpi di lupara in una bettola di Palermo) e Rodolfo, scomparso nel nulla. Nell’83 il pentito Vincenzo Sinagra raccontò che siccome l’acido non era buono invece di sciogliere il cadavere l’avevano buttato a mare.
 
di Graziella Proto

Pubblicato su Casablanca n.7

Dopo la prima testimonianza nel suo bar non ci andò più nessuno. Isolata da tutti, ha condotto la sua guerra con il solo appoggio del marito, un uomo dolcissimo che paga  la sua scelta d’amore con la disoccupazione a vita. Un sacco di libri sulla sua storia, convegni, incontri, interviste. Adesso stanno per girare una fiction sulla sua vita e sul suo coraggio, ma lei povera era e povera è rimasta

All’appuntamento la troviamo già lì ad aspettarci. Completo pantalone nero, alta, bruna, due occhi scuri ce scrutano in profondità. Ti sorride subito ed immediatamente il suo viso si illumina.
“Alla fine del mese – racconta – ho un incontro con un regista ch e vuole girare un film sulla mia storia … e poi andrò in una scuola di Perugia, Padova, Aosta… poi alla presentazione del libro di Nando… e poi… ”, “ma ti danno una percentuale sui libri ch e pubblicano su di te? – la interrompe l’amica ch e è andata a prelevarla all’appuntamento – Di solito si fa così – le dice. E lei subito “no, m i danno copie di libri, io li regalo – dice – non posso tenerli tutti non avrebbe senso – aggiunge sorridendo”.

Una solare bellezza matura

L’appuntam ento è fuori città, in cam pagna, perché ormai da tanti anni non abita più a Palermo. “Era difficile… Costava troppo,” racconta candidamente e senza girarci attorno. “Dopo che mi hanno distrutto il bar con la bomba, nel marzo del 1990 lo abbiamo ceduto per poch i soldi… avevamo tanti debiti… Avevo avuto tante promesse per far lavorare mio marito come muratore… ma… tra il dire e il fare… Avevamo questo pezzetto di campagna e ci siamo trasferiti… “.

La casa in campagna, l’ha costruita lui, ci è costata solo il materiale… Mio marito non lavora sempre, qualch e giornata saltuariamente… sarebbe muratore in effetti fa quello che capita… ovviamente lavoro in nero… E poi, la vita in campagna costa meno, coltiviamo qualcosa… è più facile trovare qualch e giorno di lavoro. Dalla terrazza vedo il mare”.
Semplice, sobria, sempre decorosa, una dignità che la rende autorevole. Nessuno direbbe che si tratta di una donna che ha già sperimentato tutte le fatiche della vita. Prove dolorosissime che l’hanno segnata e collaudata.
La stessa donna, che alla fine degli anni ottanta allora abbastanza giovane sfidando tutto e tutti, si costituì parte civile al primo maxi processo a Palermo perché la mafia le aveva ucciso due fratelli Salvatore e Rodolfo e lei non poteva restarsene senza fare nulla.
“Sono Michela Buscemi, sorella di Totò e Rodolfo” dichiarò ed iniziò a parlare.
* * *
Suo fratello Salvatore disoccupato, con quattro figli piccoli, il più grande otto il più piccolo 4, carattere litigioso, negli anni settanta aveva iniziato a vendere sigarette di contrabbando senza aver ch iesto il permesso ai boss. Nem meno a quelli del quartiere di S. Erasm o dove abitava. Più volte gli avevano fatto perdere il carico come avviso, ma lui nulla. Anche perché a pugni era bravo e li faceva scappare.
Una sera di aprile del ’76, verso le otto di sera, Salvatore e Giuseppe un fratello più piccolo, si trovavano in com pagnia di loro parenti, in una bettola
del quartiere, mentre stavano per andarsene, entrarono due uomini incappucciati armati. Salvatore colpito a morte cadde subito a terra, m a non bastava, uno dei due si avvicinò e gli sparò due colpi di lupara alla gola e al mento.
La scena che ebbe davanti Giuseppe fu terribile. Il volto di suo fratello era totalmente sfigurato, la pancia squarciata, budella di fuori. Anche lui era ferito, fu portato all’ospedale. Una pallottola aveva perforato l’osso del bacino e gli si era posata sugli intestini.
Subito dopo l’assassinio, un altro fratello, Rodolfo, deciso a scoprire gli assassini di Salvatore, si trasferisce nel quartiere di S. Erasmo e comincia a fare indagini e raccogliere prove. Scopre o si convince che il mandante dell’omicidio del fratello era Filippo Marchese boss del q uartiere di S. Erasmo.
Il mafioso Vincenzo Sinagra futuro pentito, gli intima di smetterla, inoltre, forse lui stesso era implicato in piccole attività poco lecite e comunque non autorizzate da chi comandava nel quartiere, un mese dopo l’avvertimento da parte di Sinagra, Rodolfo e il cognato Matteo, di soli 18 anni, furono intrappolati con una falsa offerta di lavoro e scomparvero nel nulla.
Non rimasero tracce. Dopo qualche anno, il superpentito Sinagra raccontò che erano stati portati nella camera della morte, torturati e uccisi. Buttati in fondo al mare perché l’acido in cui avrebbero dovuto sciogliere il suo cadavere non era buono… La moglie di Rodolfo, Rosetta, si lasciò morire di dolore dopo il parto del secondo bambino.
“Sono Michela Buscem i, sorella di Salvatore e Rodolfo” disse quel giorno nell’aula Bunker di Palerm o Michela e subito nell’aula ci fu un bisbiglio di sorpresa. Il Presidente le chiese se avesse qualcosa da raccontare e lei rispose si. Per tutta la mattinata, racconta la stessa, davanti alla corte era passata una fila di parenti di vittime che non sapevano, non avevano visto, non avevano sentito. Tutte le televisioni, tutti giornali, si interessarono a Michela. Tuttavia, non tutti la pensavano alla stessa maniera.
“Spero a Dio ch e lo stesso dolore tu h ai da provare, i figli t’hanno ad ammazzare” la minacciò in modo orribile e snaturato la madre che di costituirsi parte civile non ne volle sapere. Anzi, con quella figlia pazza, che aveva avuto l’ardire di recarsi in Tribunale a raccontare fatti della famiglia, la madre interruppe ogni rapporto e assieme agli altri figli decisero di isolarla. Abbandonarla al suo destino.
“Quando io decisi di costituirmi parte civile al maxi processo dell’’85 – racconta con distacco – non sapevo che mia madre avrebbe preso le distanze da me, comunque, dopo ho continuato per la mia strada… ” rinnegata e rinnegando la famiglia. Era l’86, da allora, Michela combatte una guerra solitaria, priva di madre, nessun fratello, nessuna sorella.

 

* * *

 

Attraverso la storia di Michela, che  lei stessa ha raccontato e scritto in prima persona, senza più imbarazzi, sono venute fuori storie di fame, indigenza, miseria.
Storie che non nascono solo dalla povertà. Fatti miserabili. Sentimenti egoisti, avari. Forse criticabili e discutibili.
Violenze quotidiane che passano in secondo ordine, perché le necessità e i bisogni hanno sempre e comunque la precedenza. Interni di famiglia in case diroccate, o popolari occupate abusivamente dove le donne sono costrette a non fiatare davanti al padre, o alla madre o all’autorità.
Lei, Michela Buscemi  si è ribellata a tutto. All’ignoranza, alle molestie del padre, alla povertà, ai pregiudizi. Nata e cresciuta nei quartieri poveri di Palermo, era la più grande di otto fratelli e sorelle ch e la madre sistematicamente le scaricava addosso subito dopo averli partoriti. Sebbene cresciuta e vissuta in un contesto caratterizzato dalla mancanza di idonei modelli e strumenti culturali e sociali ha trovato il coraggio e la determinazione per essere una protagonista cosciente.
Una sfida enorme, ma ce l’ha fatta, per se e per i suoi 5 figli che “…hanno vissuto e vivono in una situazione totalmente diversa da quella in cui sono vissuta io, migliore certamente, nonostante le nostre difficoltà… ”. Anche se non tutti sono come si suole dire sistemati sono tutti orgogliosi di ciò che ha fatto la loro madre. Lei non è pentita della sua scelta e resta un’attiva sostenitrice della lotta contro la mafia.
“Un rimpianto? Essermi ritirata dal processo.
Oggi non l’avrei fatto, allora ascoltai le persone che mi stavano più vicine l’avvocato, l’associazione donne contro la m afia, il centro Impastato che mi è stato sem pre vicino”.
(Per raccogliere i fondi per pagare le spese delle parti civili al primo maxiprocesso di Palermo, si era costituito un apposito comitato Ma le uniche due donne del popolo presenti in quel processo, Michela Buscemi e Vita Rugnetta, fu deciso di non dare alcun contributo: i soldi raccolti dovevano essere dati soltanto ai parenti dei servitori dello stato. Ad aiutare Michela e Vita furono il Centro Impastato di Palermo e l’Associazione donne contro la mafia).

Il rumore del silenzio


Dal nostro mensile “Ustica…Stato disperso”.

di Francesca De Nisi

 

“Io non credo che qualcuno di voi creda che i militari siano ancora quelli delle barzellette. Perché se è così, non meravigliatevi che esista Ustica da 10 anni”.

E’ l’ex-colonnello pilota Sandro Marcucci a parlare, in un appassionato intervento del 1991 all’assemblea toscana del movimento politico “La Rete” fondato da Leoluca Orlando. Non è un militare qualunque, l’Ufficiale Marcucci, non tanto per le capacità di dialettica e retorica che faranno seguire a quell’intervento un applauso scrosciante, né per la bravura da Pilota qualificatissimo (“con Marcucci si torna sempre a casa”, ripetevano negli anni i colleghi e i subordinati). L’ufficiale Marcucci si distingue sopratutto per il suo percorso di “conoscenza della democrazia”, iniziato nel 1976. Per l’aerobrigata di Pisa quello fu un anno intenso: il Circolo dei sottoufficiali venne pacificamente “occupato” dagli stessi per iniziative di apertura alla società civile e Marcucci fu mandato dal proprio Comando a dialogare con questi sottoufficiali considerati rivoltosi, tentando di metterli “al loro posto” dall’alto dei suoi gradi. Non immaginavano, i suoi superiori, che quello sarebbe stato un incontro fatale per il Sandro che conoscevano loro, fedele seguace di quel principio di disciplina che incarna la vita dei militari e spesso, le loro contraddizioni. Quel giorno l’Ufficiale Marcucci conobbe la Costituzione, invitato a leggerla dall’allora suo subordinato Mario Ciancarella, che diverrà suo compagno di battaglie e disonori.

Lo studio della Carta fondamentale darà il via al processo di democratizzazione che Marcucci porterà avanti in tutte le declinazioni della sua carriera militare. Questo nuovo Sandro, però, non piace ai suoi superiori; la forte critica all’ideologia dispotica spesso pervadente delle Forze Armate e la messa in discussione degli ordini che gli venivano impartiti dall’alto quando ravvisava in essi qualche irregolarità lo resero inviso a quegli stessi Ufficiali che fino a qualche mese prima vedevano in lui una sorta di garanzia auto conservatrice: “Intralcia la policy di comando”, s’iniziò a leggere sui rapporti. Un “intralcio alla policy” che, tra le altre cose, gli inibì la possibilità di candidarsi alle prime elezioni di rappresentanza militare: era il 1980, l’anno di Ustica.

La convinzione della necessità di Forze Armate trasparenti e libere e il suo attaccamento alla Carta Costituzionale da lui minuziosamente studiata dal 1976, sono componenti fondamentali per capire l’abbraccio che legherà Sandro alla terribile tragedia di Ustica. E’ proprio Ciancarella a contattarlo per avere un suo parere riguardo alle informazioni a lui date dal Maresciallo Dettori: “Siamo stati noi, qui mi uccidono”, avrebbe detto il Maresciallo al Ciancarella. Inizia così da parte di entrambi un’affannosa ricerca della verità, interrotta dall’arresto di Marcucci in seguito a un procedimento per Falso e Truffa, per il quale ottenne la piena assoluzione in appello. Solo qualche mese prima Sandro avrebbe confidato a Ciancarella: “Mario li abbiamo in pugno. Ho i nomi di due colleghi, un pilota e un controllore che, se riusciremo a farli convocare dal Magistrato (sono troppo impauriti, infatti, per presentarsi spontaneamente) confermeranno che il MIG libico in realtà è decollato da Pratica di Mare”.

Il rallentamento dovuto all’arresto, il suo conseguente abbandono dell’Aeronautica, i due anni passati a lavorare in Svizzera e il nuovo impiego da sorvegliante dei fuochi boschivi presso un’azienda toscana non fermeranno la lucida determinazione del Marcucci nel voler far luce sulla vicenda di Ustica.  Col tempo, anzi, egli intuisce di dover approfondire la questione sfruttando la sinergia tra differenti movimenti democratici, e a tal fine promuove l’organizzazione di un evento dal titolo tanto profetico quanto beffardo: “Dare voce al silenzio degli innocenti”.

Non immaginava il Marcucci che proprio lui, di lì a qualche tempo, avrebbe avuto bisogno di una voce prematuramente strappatagli.  Il 2 febbraio 1992, infatti, Sandro Marcucci muore in un presunto incidente aereo all’interno di un velivolo antincendio. Le conclusioni ufficiali della Commissione tecnica occupatasi del caso furono di morte per ustioni da rogo in seguito ad incidente, dovuto alla sopravvalutazione da parte del Marcucci del velivolo, alla sua poca avvedutezza nel volare troppo basso e alla sottovalutazione delle condizioni meteo di forte vento.

Le conclusioni di Commissione e Procura non convincono però Mario Canciarella, che da subito si fa delatore di una contro tesi mai accolta in sede giudiziaria. Questo fino al 22/02/2013, quando il Sostituto Procuratore di Massa Vito Bertone ha deciso di riaprire il caso in seguito ad un esposto dell’ass. antimafia Rita Atria.  La tesi portata avanti dall’associazione è di quelle impronunciabili a voce troppo alta: omicidio volontario per “far fuori” un testimone scomodo. L’esposto ruota attorno a una serie di punti fondamentali che denoterebbero l’approssimazione delle indagini:

1)le quote di riferimento cui ci si è riferiti per addurre il “volare troppo basso” del Marcucci sono quelle predisposte per un velivolo normale (VFR), non per uno antincendio.

2)sul corpo di Sandro non è stata eseguita alcuna autopsia, e il tecnico dell’obitorio ha sollevato forti perplessità riguardo alla compatibilità delle condizioni esterne del cadavere con quelle di una morte per ustioni.

3)il corpo di Sandro appare carbonizzato e senza né mani né piedi, ma né i resti dell’aereo attorno a lui né gli alberi sui quali il velivolo è precipitato appaiono interessati da residui d’incendi.

4)Insieme con il corpo di Sandro è rilevato un pezzo di cruscotto con due tubicini di plastica perfettamente intatti. La circostanza non è entrata negli atti della commissione.

5) Il forte vento di cui si parla nelle conclusioni della commissione non trova riscontro in nessuna delle testimonianze.

Per questioni di spazio non è possibile analizzare in questa sede le altre circostanze prese in considerazione dall’esposto, né è stato possibile tracciare un quadro dettagliato dei rapporti che legavano a doppio filo l’ex Colonnello e alcuni dei personaggi coinvolti nell’inchiesta di Ustica.

La storia di Sandro Marcucci, però, non merita di essere ricordata con una sfilza di nomi a lui legata, né con l’elencazione delle stranezze che hanno circondato la sua vita militare e personale. L’ex ufficiale Marcucci merita di essere ricordato per il suo percorso di conoscenza, per la sua necessità democratica di andare oltre le rigide regole di disciplina che gli erano state insegnate all’inizio della sua carriera. Sandro merita di essere ricordato con le sue parole da “costruttore di pace sociale” quale amava definirsi portando avanti un’idea progressista di forze armate, idea di cui la società odierna avrebbe un bisogno infinito, soffocata com’è dall’idea di un noi-voi che altro non ha fatto che inceppare la funzione costituzionale delle Istituzioni.

“Fino a quando il sangue dei figli degli altri varrà meno del sangue dei nostri figli, fino a quando il dolore degli altri per la sorte dei propri figli, varrà meno del nostro dolore per la sorte dei nostri figli, ci sarà sempre qualcuno pronto ad organizzare stragi in piazze, stazioni, o nei cieli, avendo la speranza se non la certezza della impunità”- Sandro Marcucci

Per saperne di più:

http://www.ritaatria.it/LeStorie/Dimenticati/SandroMarcucci/ChieraSandro.aspx

http://archiviosandromarcucci.oneminutesite.it/

http://archiviosandromarcucci.oneminutesite.it/

TESTIMONI DI GIUSTIZIA: L’Antiracket rispetti i diritti dei Testimoni Grasso e Franzè

I coniugi Grasso tornano al Viminale per continuare a testa alta la loro lotta contro la ‘ndrangheta e per rivendicare i propri diritti. L’Associazione Antimafie Rita Atria è nuovamente al loro fianco per sostenerli in questo percorso di giustizia e nel riconoscimento dei diritti loro spettanti. Il 31 agosto scorso, infatti, i due Testimoni di giustizia calabresi sono tornati a Roma per un nuovo incontro con i vertici del Ministero.

Prontamente ricevuti dal dott. Fabrizio Izzo, dirigente della segreteria della Commissione centrale per i programmi di protezione, cui va un sentito ringraziamento per aver autorizzato che alla riunione fossero presenti due membri del presidio romano dell’Associazione Antimafie Rita Atria, Giuseppe Grasso e Francesca Franzè hanno esposto le proprie problematiche. Problematiche che, secondo il ricorso prodotto dal legale dei coniugi Grasso in data 03/07/2012 e inviato all’Ufficio del Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e anti usura e alla Prefettura di Vibo Valentia, deriverebbero da una grave ”violazione delle finalità solidaristiche” alle quali il suddetto Ufficio è istituzionalmente preposto. Aggiungiamo inoltre che i coniugi Grasso, ridotti ormai al limite dell’indigenza economica, prossimamente saranno chiamati a testimoniare in processi dove sono imputati personaggi facenti capo alla ‘ndrangheta.

L’associazione Antimafie Rita Atria, ha piena fiducia nell’impegno e nella serietà delle Istituzioni competenti, in particolare nell’azione del dott. Fabrizio Izzo e della Prefettura di Vibo Valentia, con la quale è in frequente contatto, e confida in una pronta e definitiva risoluzione positiva della vicenda Grasso- Franzè, da parte del Ufficio del Commissario Antiracket, vicenda che dovrebbe essere all’ordine del giorno della riunione della commissione antiracket fissata per il prossimo 12 settembre.

I testimoni di Giustizia rappresentano una risorsa per lo Stato, per quello Stato che vuole combattere, veramente e senza “trattative”, la criminalità organizzata. L’associazione Antimafie Rita Atria attende fiduciosa che questo Stato, nel rispetto delle leggi vigenti, possa garantire ai coniugi Grasso la possibilità di vivere dignitosamente la loro vita di cittadini onesti.

Milazzo lì, 04/09/2012 Associazione Antimafie Rita Atria