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Senza tetto e senza bus

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Andrea Parolin

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Immaginate di avere perso il lavoro, in questo momento di crisi economica. Aggiungete anche il fatto che, non potendo pagare l’affitto, avete subito uno sfratto. Siete rimasti senza casa e dormite in un dormitorio del Comune, magari al Rostom di via Pallavicini. La mattina vi svegliate e, per fare colazione, dovete andare in via Guinizzelli, dove c’è una mensa per i poveri. Come ci arrivate? Sono 4 kilometri e mezzo, troppi da percorrere a piedi ogni giorno. E allora utilizzate l’autobus, ma come pagare il biglietto?

Il Comune di Bologna offre, soprattutto tramite assistenti sociali, numerosi percorsi e servizi per persone in situazioni di difficoltà, senza fissa dimora e senza reddito: dormitori, mense, assistenza sanitaria, formazione e crescita personale. Questi sono solo alcuni dei supporti messi a disposizione per le fasce povere, che creano però un ulteriore bisogno: la reale possibilità di raggiungere i luoghi dove poter usufruire di questi servizi, che sono dislocati ovunque nella città, spesso anche fuori dalle mura.

E come raggiungere questi posti, se non prendendo l’autobus? “Spostarsi a piedi o in bicicletta è un ‘lusso’ che in pochi possono permettersi – spiega Carlo Francesco Salmaso, operatore di Amici di Piazza Grande –: oltre alle difficoltà motorie e di salute, bisogna ricordare quelle economiche per poter comprare e mantenere una bici, oltre al rischio di furto, che in una città come Bologna è decisamente alto. Per non parlare dell’auto, che quasi nessuno possiede”.

Ma trattandosi di persone in gravissima situazione economica, acquistare il biglietto, per non parlare poi di un abbonamento, è un’utopia. Il costo di un singolo biglietto è di 1.30 €, che sale a 1.50 € se comprato direttamente a bordo dell’autobus: un prezzo che può diventare proibitivo per chi non ha reddito, nel caso si trovi a utilizzare i mezzi anche tre o quattro volte al giorno. Per un abbonamento mensile servono invece 36 €, ma difficilmente queste persone riusciranno ad accumulare quella somma e tenerla da parte per l’acquisto.

Per muoversi, quindi, capita che i senzatetto usufruiscano del servizio di trasporto pubblico senza pagare, rischiando così di prendere la multa. Prima di tutto, a livello personale, la sanzione genera un forte sentimento di umiliazione e vergogna, per una persona per cui non pagare non è una scelta. “Questo sentimento alla lunga porta al diventare indifferenti – continua Salmaso –: a queste persone non importa più di venire mal giudicate per un qualcosa che non dipende dalla loro volontà. Questo meccanismo va quindi nella direzione opposta rispetto agli obiettivi che vorrebbero raggiungere le istituzioni, ovvero il supporto e l’inclusione”.

Il vero problema arriva poi nella fortunata ipotesi che la persona trovi lavoro, con un contratto registrato: in questo caso, le multe si trasformano immediatamente in cartelle Equitalia, e i primi stipendi vengono trattenuti direttamente dallo Stato. Se non pagata, una multa di 60 euro, arriva anche a superare la cifra di 300 euro. Tutto questo meccanismo non solo è inutile, perché queste persone difficilmente riusciranno a saldare il debito, ma è anche dispendioso per lo Stato, che impiega tempo e professionisti nel seguire queste procedure burocratiche molto lunghe. Parallelamente, operatori e volontari di associazioni, come Avvocato di Strada, impiegano le loro risorse e competenze per fare annullare le multe o renderle non esigibili: un processo che ha un costo sociale enorme.

Tper prevede agevolazioni sugli abbonamenti per determinate fasce di popolazione, come anziani, disabili e bambini in età scolastica, ma non c’è nessuno sconto per persone con reddito basso o per senzatetto. Questo è uno di quei casi in cui legalità e giustizia si scontrano – conclude Salmaso –. È giusto che i senza casa vengano equiparati a cittadini con un normale reddito? È giusto che chi vive in dormitorio e mangia alla mensa, debba pagare il prezzo pieno del biglietto?”.

La centralità della residenza nella tutela dei diritti fondamentali

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Antonella Frasca Caccia

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Tra le questioni giuridiche attinenti alla vita dei senza fissa dimora, assume rilievo, per l’ampiezza e complessità, quella relativa alla residenza, condizione necessaria per accedere a un ampia gamma di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati.

La residenza come diritto soggettivo è “il luogo in cui la persona ha la dimora abituale” come delineato dall’art. 43 comma 2 codice civile. La perdita della residenza, ad esempio in seguito ad un censimento, comporta che una fascia della popolazione, la più povera, venga confinata ancora più brutalmente ai margini della società, in condizioni che rendono puramente utopico il principio di eguaglianza formale e sostanziale sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Più dettagliatamente una persona senza residenza è una persona a cui viene ostacolato l’accesso al lavoro poiché non può aprire una partita IVA o semplicemente iscriversi al Centro per l’impiego. Altrettanto, una persona senza fissa dimora non può accedere al Servizio Sanitario Nazionale; non appartenendo a nessuna circoscrizione elettorale non può esercitare il diritto di voto; è dunque una persona che, perdendo il diritto all’accesso ai servizi di welfare locale non ha la possibilità di percepire una qualunque pensione; una persona che perde anche il diritto ad essere difeso, non potendo accedere al gratuito patrocinio e che, infine, non potrà iscrivere i propri figli a scuola.

BlCkMz0CAAEBx1JIn ogni Comune è istituita un’anagrafe della popolazione residente, dove sono registrati tutti coloro che hanno fissato in quel comune la propria residenza, nonché le persone senza fissa dimora che hanno lì stabilito il proprio domicilio. Vale infatti la regola per cui la persona senza fissa dimora si considera residente nel comune dove ha il domicilio, vale a dire “il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” come dice l’art. 43 comma 1 codice civile, o in mancanza di questo, nel suo comune di nascita. La circolare ISTAT n. 29/1992 riconosce poi che la persona senza dimora sprovvista di un vero e proprio domicilio ha comunque diritto a chiedere e ottenere l’iscrizione anagrafica in un determinato comune. In questi casi farà quindi richiesta di ottenere l’iscrizione in una via fittizia. Per fare qualche esempio a Bologna è stata istituita via Mariano Tuccella, a Firenze Via Libero Lastrucci e a Roma Via Modesta Valenti. Secondo le circolari del Ministero dell’Interno n. 8/1995 e n. 2/1997 è vietato all’amministrazione subordinare la residenza alla titolarità di un lavoro o alla disponibilità di un’abitazione. In particolare, la prima delle citate circolari specifica che “la richiesta di iscrizione anagrafica, che costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Carta costituzionale.”

Lo scopo della legislazione anagrafica è quindi nell’interesse della persona senza dimora e mira a promuovere il legame con il territorio. Inoltre, nell’interesse dello Stato, rientra la possibilità di registrare la popolazione stabilmente presente sul territorio.

Dall’entrata in vigore della legge 94/2009 non è più sufficiente la dichiarazione anagrafica ma sarà necessario dimostrare di avere un domicilio. In tal modo, le persone senza dimora assistite da enti assistenziali, sia pubblici che privati, possono eleggere domicilio nella sede della struttura assistenziale, altrimenti, a meno che non richiedano di essere iscritti presso la via fittizia di cui sopra, verranno iscritti presso il comune di nascita.

A occuparsi di alcune delle questioni ancora irrisolte relative alla residenza è l’associazione Avvocato di Strada. Questa associazione nasce a Bologna alla fine dell’anno 2000 per fornire tutela giuridica gratuita alle persone senza fissa dimora e con il passare degli anni si espande aprendo sportelli in tantissime città italiane (ad oggi presenti in quarantuno città). L’associazione, per garantire l’assistenza sanitaria alle persone senza dimora che, non avendo la residenza non possono iscriversi al SSN, ha presentato un progetto di legge per la modifica dell’art. 19 della legge n. 833/1978, e si è mobilitata contro la norma immediatamente operativa prevista all’art. 5 del decreto legge n. 47/2015 (il cosiddetto Piano casa o decreto Lupi) che prevede che “chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo”. A proposito di questa previsione, Avvocato di strada sottolinea come il presupposto che sta alla base della previsione ex art. 5 sia nullo, poiché la residenza non fornisce alcun diritto reale sull’immobile. A questa situazione ha provvisoriamente fatto fronte la circolare del Ministero dell’Interno n. 633 del 2015 che prevede che chi occupa una casa, vada registrato all’Anagrafe “analogamente a quanto succede alle persone senza dimora che hanno la residenza in via della casa comunale o in vie fittizie”. È comunque evidente che per una questione di gerarchia delle fonti una circolare ministeriale non dovrebbe essere sovraordinata a una legge.

L’auspicio di un intervento che riscriva tale normativa, incostituzionale nella misura in cui finisce per sacrificare diritti inalienabili e costituzionalmente garantiti alla persona, si accompagna a quello più generico di una futura normativa che rifugga dal creare situazioni giuridicamente e socialmente paradossali.