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Madri in carcere

Di Martina Nasso

 

Tic tac, tic tac, il tempo in una cella sembra non trascorrere mai, scandito solo dall’insistenza delle lancette di un orologio a muro.

Le condizioni di vita all’interno delle carceri italiane sono considerate tra le peggiori in tutta Europa e numerose sono state le condanne collezionate dallo Stato italiano per violazione dei diritti umani negli ultimi dieci anni.

I dati parlano chiaro, le carceri nazionali sono sovraffollate e non corrispondono a nessuno standard internazionale per quanto riguarda la possibilità di sopravvivenza al loro interno.

 

Tra gli esseri umani sottoposti a questo regime di tortura, le donne rappresentano il 4% del totale della popolazione detenuta e tra queste la maggior parte sono madri.

In prigione vivono insieme alle detenute all’incirca 70 bambini di età inferiore ai 3 anni.

 

Le carenze strutturali, le sempre più limitate risorse umane e finanziarie fanno sì che questi bambini si trovino a scontare la pena imposta alla madre.

Costretti a vivere in stanze buie, in condizioni igieniche disperate, senza acqua calda e docce in cella, i piccoli trascorrono le loro giornate in asili nido predisposti all’interno degli stessi istituti di pena. Questi luoghi spogli e dall’aspetto triste, si riducono a quattro mura e qualche vecchio gioco, e riesce difficile pensare come questo possa accontentare l’infinita immaginazione di un bimbo.

Nonostante il lavoro attento e costante di educatori e assistenti sociali (il cui numero negli ultimi anni è diminuito drasticamente per i tagli ai fondi per il carcere), i bambini reclusi vivono un trauma che li accompagna per il resto della loro vita, per il solo motivo che non è quello il luogo in cui dovrebbero trascorrere i primi anni della loro esistenza.

 

A questa orribile situazione va ad aggiungersi l’improvvisa separazione dalla madre che i piccoli reclusi devono sopportare una volta raggiunta l’età di tre anni. Infatti la legge stabilisce che una volta trascorso questo periodo vengano affidati a familiari (per loro quasi sconosciuti, viste le difficoltà dei contatti tra chi si trova dentro e chi vive fuori) o case-famiglia.

Negli anni trascorsi in cella spesso vengono colpiti da malattie, anche di una certa gravità, le quali sfociano nel ricovero ospedaliero. Anche in queste circostanze si ritrovano soli a dover affrontare la degenza, allontanati dalla madre alla quale non è permesso assistere il figlio al di fuori dell’istituto.

 

Negli anni si sono succedute diverse leggi sulla detenzione con figli. Le previsioni normative affermavano la possibilità di applicazione di misure alternative alla reclusione per madri con bambini minori di dieci anni, tra le quali la detenzione domiciliare speciale. Quest’ultima è sottoposta a strette limitazioni dovute al tipo di reato commesso e al pericolo di recidiva. Nella pratica, le donne alle quali sono state concesse queste misure alternative rappresentano la minoranza.

 

Dal primo gennaio 2014 entrerà in vigore la legge n.62/2011 recante disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. La legge dispone la non detenzione carceraria fin quando il bambino non avrà compiuto il sesto anno d’età e in caso di esigenze di eccezionale rilevanza sarà disposta la permanenza presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri ( in Italia, ad oggi, esiste un solo istituto di questo tipo).

Inoltre è stato scelto di permettere alla madre di far visita al figlio malato in caso di ricovero ospedaliero per pericolo di vita o per gravi condizioni di salute attraverso l’emanazione di provvedimenti urgenti.

Altra novità riguarda le condannate incinta (o madri con figli di età inferiore ai dieci anni) che potranno espiare una pena fino a quattro anni in una casa-famiglia protetta.

Nel caso non vi sia pericolo di fuga o recidiva e sia possibile ristabilire la convivenza con i figli, le detenute potranno espiare la pena nella propria abitazione o, in ogni caso, in altro luogo privato o luogo di cura dopo aver scontato almeno un terzo della pena.

Nonostante la legge rappresenti un buon inizio per dare una scossa al sistema carcerario e alle ripetute violazioni di diritti umani, molti rimangono i profili critici.

 

Da un lato è abominevole far crescere un bambino dietro le sbarre, privarlo dei profumi, dei colori e delle sensazioni di una vita in libertà, dall’altro lo è altrettanto l’allontanamento coatto dalla madre che provoca in entrambi traumi profondi e difficili da superare. Le risposte della legge non bastano.

 

Se entro il primo gennaio 2014 non sarà promulgato il decreto attuativo della stessa, tutti i bambini che condivideranno con la madre la detenzione rischiano di dover vivere dentro le mura del carcere fino a sei anni.

Quello che viene a rilevare, anche dopo un’analisi superficiale, è la totale carenza di strutture dislocate sul territorio nazionale per ospitare madri e figli. Tutte le associazioni che si occupano di questo tema, inoltre, avanzano molti dubbi sull’adeguatezza degli istituti a custodia attenuata, in quanto questi si trovano sempre sotto il controllo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Quello per cui queste realtà invece spingono è un maggior investimento in quelle strutture, quali le case-famiglia, che permetterebbero delle condizioni di vita più adatte al rapporto madre-figlio. La legge sul punto è chiara, non è predisposto nessun finanziamento per realizzare questa alternativa.

 

Anche sul versante dell’eventuale ricovero dei bambini, è palese che non sia sufficiente la tutela prevista dal testo. I casi in cui viene concesso alla madre di assistere il figlio ricoverato sono pochissimi e ne viene data un’interpretazione decisamente restrittiva.

 

Forse, però, un modo per ridare speranza a queste donne che auspicano per i loro figli un futuro migliore, ci sarebbe. Innanzitutto bisogna abolire completamente la detenzione in carcere, anche nei casi di reati gravi e di recidiva, e investire sul recupero delle madri, attraverso l’attivazione di percorsi alternativi di vita rispetto all’ambiente della criminalità.

Non basta una legge per farlo, è necessario che ognuno si attivi in concreto, innanzitutto a livello culturale, per superare i tantissimi pregiudizi ancora esistenti sulla popolazione detenuta.

Cultura e sensibilità devono essere alla base del cambiamento.

 

Ecco alcune parole di una mamma in permesso per qualche giorno dopo essere stata allontanata dal suo bambino una volta compiuti i tre anni:

 

Ecco sono uscita, la preoccupazione più grande è arrivare a casa il più presto possibile, perché lui sta per arrivare, mettergli in ordine i suoi giochi, riordinare i suoi vestiti, preparargli il pranzo, ricominciare a fare tutte quelle cose che erano un’abitudine.

Prima però lo attendo alla stazione e ogni treno che passa il cuore mi batte sempre più forte, ed ecco è arrivato il momento, “quello è il treno”, corro, lo vedo con il sorriso sul volto, vedo le sue manine muoversi per salutarmi, gli sportelli si aprono e lui fa un salto per abbracciarmi forte e sussurrarmi all’orecchio: “Mamma, sei qui“.”

 

Desaparecidos in Italia

di Associazione Antimafie “Rita Atria”
l articolo di Rabih Bouallegue sui ragazzi tunisini scomparsi

 

Palermo, 03/07/2012

Gent. Ministro Andrea Riccardi,

in Italia sono scomparsi più di 250 ragazzi tunisini. Questi ragazzi sono arrivati in Italia e a testimoniarlo ci sono video, immagini… ma poi sono scomparsi nel nulla lasciando nello sconforto le famiglie.

Lo Stato italiano e il parlamento italiano non stanno facendo niente affinché le famiglie di questi ragazzi possano ritrovare i loro figli, fratelli, mariti. La Sua storia, Ministro Riccardi, le permette di conoscere cosa significa dolore e sofferenza e cosa significa ingiustizia. Quei ragazzi sono anche figli nostri. Non esiste un essere umano che vale più degli altri. Questo Lei, sig. Ministro, lo sa molto bene.

Le chiediamo di attivarsi sia per l’accoglienza di queste famiglie che con grandi disagi passano da una città all’altra alla ricerca dei propri congiunti, sia per il ritrovamento di questi ragazzi.

Proviamo ad attivare VERE missioni di pace e a spendere i soldi dei contribuenti per ridare speranza e non per addestrare alla guerra.

Per decenni abbiamo chiuso gli occhi di fronte alle violazioni della democrazia in Tunisia preferendo seguire solo le indicazioni imposte dagli USA. Per una volta, proviamo a seguire le indicazioni della giustizia. L’Italia tutta sta perdendo. Sta perdendo la dignità di popolo civile. Nessun popolo si può definire civile se rimane indifferente al dramma di più di 250 famiglie che hanno perso i loro congiunti nel nostro Paese.

Certi di un suo pronto intervento

Cordiali Saluti

Associazione Antimafie “Rita Atria”

l articolo di Rabih Bouallegue sui ragazzi tunisini scomparsi