Tag: berlusconi

Scripta manent

 

Di Ilaria Bianco

 

La Storia e i suoi tanti se.

I suoi tanti perché, i suoi tanti per come. La Storia e i suoi figli, i suoi protagonisti, “la Storia siamo noi”.

La Storia e i suoi revisionismi, le sue omissioni, i suoi negazionismi. La Storia delle liberazioni, di vittorie senza vinti, di troppi vinti senza effettive vittorie.

La Storia rosso sangue, rosso amore, la Storia rossa.

La Storia fatta di eroi ed antagonisti, fatta di patrioti e tiranni, dittatori.

 

Se potessimo tornare all’origine, quando tutto non era e tutti noi non eravamo? Ecco, se potessimo tornare a quel momento, a quell’impalpabile istante, prima che tutto cominciasse?

Fossi stata nei (non-)panni di qualcun altro avrei scritto un copione, forse. Un copione con due soli protagonisti iniziali, ma in continua evoluzione. Un copione dinamico, che non avrei mai smesso di scrivere, probabilmente senza neanche lo spazio per il libero arbitrio. Forse sì, avrei fatto così.

Se penso al passato più remoto, più prossimo, se penso al presente.

Ci si pongono troppe domande, ci si trova in una realtà che si vorrebbe non conoscere, ne sentiamo scorrere addosso le conseguenze.

Se si pensasse- conoscendo ciò che ieri è stato- a domani, non vorremmo tutti avere il potere di cambiare le cose? O di dettare? Di rendere gli altri nostri burattini?

Se penso agli odi, alle alienazioni, alle presunzioni dell’uomo, al suo bisogno di innalzare continue barriere per rendersi diverso dagli altri… diverso culturalmente, religiosamente, etnicamente. Ma in fondo in fondo, diverso da chi?

Proiettiamo fuori di noi una parte del nostro “io”, quella secca e arida (inevitabilmente presente) che dovremmo, invece, migliorare e coltivare giorno per giorno in noi stessi. Ma la facciamo “altro-da-noi”, la allontaniamo, perché ci disgusta. E poi le diamo fattezze umane, quell’umanità “ultima” che preferiremmo non esistesse. E quindi detestiamo colui che impersona quella parte, all’origine (e ancora) nostra. Detestiamo, quindi, noi stessi?

Forse se in quell’istante primordiale un burattinaio dell’umanità avesse assunto le redini ed il controllo della Storia, oggi qualcosa sarebbe diverso. Diverso e non, però, per questo giusto. Tutto dipenderebbe da quel burattinaio, sia esso mosso da sentimenti giusti o sbagliati.

E quindi, in realtà, si preferirebbe una Storia come quella che già abbiamo, così, per non avere problemi di scegliere, così senza copioni, senza decisioni di altri prese da terzi individui, senza fili da giostrare, ognuno artefice di se stesso. Lasciamoci anche il libero arbitrio, sì lasciamoci anche questo”quid” in più. Lasciamocelo, viviamo come ci pare, tanto non arriverà mai nessuno a togliercelo di mano, a dirci di fermarci, a suggerirci le battute di un copione non scritto e che- in fondo dai- meglio che sia così.

La storia non è il terreno della felicità. I periodi di felicità sono in essa pagine vuote, diceva Hegel. E forse aveva ragione.

Inutile immaginarci un succedaneo migliore addirittura del Paradiso Terrestre. Perché Adamo ed Eva non avevano copioni, hanno fatto ciò che hanno voluto, nessuno li ha interrotti prima di fare e così in avanti.

E quindi, ancora e ancora, decenni e secoli si succedono senza sosta e la Storia siamo sempre e solo noi, senza costrizioni o ruoli da rispettare, senza confini da non valicare.

 

Prospettiamoci, ora, l’ultimo istantaneo, microscopico momento di questa Storia, l’esatto corrispettivo del primo istante primordiale, l’anello ultimo che chiude il cerchio. Fingiamo di arrivare tutti, sullo stesso piano, a tirare le somme di quel che è stato e siamo stati: dall’inizio alla fine. Immaginiamo di avere tutti uno stesso parametro di giudizio di ciò che è stato, cosa impossibile certo, ma caliamoci completamente nella sfera dell’immaginario. Sfogliamo le tante pagine, i tanti fanatismi, le ideologie, i particolarismi. Quegli eventi che tutti conosciamo perché insegnatici dai nostri docenti, ma anche le nostre storie, quelle rilevanti nelle nostre piccole ed intime quotidianità.

Guardandoci indietro credo che si creerebbe un altro “odio”, fenomeno pari a quello che da sempre abbiamo esercitato nei confronti dell’altro, schiavo, povero, ebreo, omosessuale, musulmano, nero che sia, come la Storia ci ha insegnato e ci insegna ancora. Ed odieremmo quindi noi stessi, odieremmo la nostra Storia, odieremmo noi artefici della stessa. E vorremmo cancellarci, non imputarci quei fatti ma, purtroppo, quei fatti sono stati e non possono non essere più. Non possono dimenticarsi come ci si scorda di un sogno appena alzati la mattina.

Perché esiste una “Memoria Storica”, una sorta di identità ontologica, esistente in quanto tale. E non si può mentire dinnanzi all’oggettività di essa, non si può.

Essa è stata, è, e non può non essere.

Numero 13 febbraio 2013

 

” Voti a perdere”: Elezioni, politica e giovani

 

Chi volesse una copia e non riesce a scaricarla da qui (clicca)  può richiederla a redazione@diecieventicinque.it

Il nostro 2012 (qui)

 

DIECI e VENTICINQUE

Buona lettura

Ironicamente verosimile: la politica di domani

 

Bologna 27-30 novembre. DIECIeVENTICINQUE, un anno dopo (vedi)

 

Di Mauro Scudiero

Scenario politico a 6 mesi:
Camera dei deputati: PD+PDL+UDC=45%; M5S=55%
Senato della repubblica: PD+PDL+UDC=50%; M5S=50%
Presidente del consiglio: Peppino, falegname di Busto Arsizio;
Presidente della camera: Gioacchino, postino di Molinella;
Presidente del senato: Gennaro, panettiere di Grottolella;
Presidente della repubblica: per soli 3 voti eletto Mario Monti;
Ministro dell’interno: Franco, marasciallo di Santa Maria del Focallo;
Ministro dell’economia: Franca, studentessa al quinto anno di Economia e Finanza alla Sapienza di Roma;
Ministero dello sviluppo economico: Roberto, l’uomo che fa Roma-Milano due volte la settimana, in monopattino;
Ministero dell’ambiente: Guerino, lui non usa combustibili, ha un pannello solare anche sull’accendino;
Ministero dei trasporti: Genoveffa, casalinga a Procida, per andare a fare la spesa ad Ischia usa la canoa;
Ministro della giustizia: Giuseppa, il suo primo provvedimento sarà quello di recepire il comunicato politico numero 148 del sommo Beppe Grillo;
Io: valigie pronte ed in partenza per la Finlandia, ci vediamo tra cinque anni.

 

Di Pietro dopo non esser stato eletto presidente del consiglio si ritira a Montenero di Bisaccia, dove scopre che le sue terre sono pari alla superficie del Molise;
Roberto Maroni e la lega nord dopo non aver vinto in Lombardia e dopo non essersi presentati proprio alle elezioni politiche, riscoprono il sapore della polenta (che non esiste);
Silvio Berlusconi si candida (e vince) a governare il Kenya;
Angelino Alfano scopre quello verso cui è veramente portato: l’agrigentino amministratore di condominio;
Sergio Marchionne presenta 23 nuovi modelli d’auto: 12 Panda e 11 Cinquecento;

 

Ecco, agli attuali politici, per salvarsi e continuare ad avere un qualche ruolo, basta fare meglio di questo e candidare persone leggermente più capaci di quelle sopra elencate; potrebbero riuscirsi, ma se consideriamo che in Italia le famiglia sono numerose, ed i parenti (diretti ed acquisiti) da candidare sono parecchi, ne dubito.
P.S. Dimenticavo Niccolò Ghedini, lui scopre che il lavoro degli avvocati non è quello di creare leggi ad personam, ma di cercare di usare quelle esistenti a proprio vantaggio; questo lo porterà alla povertà.

 

Noi della Lega e Bossi ce l’avevamo duro

Di Danilo Palmeri

 

Che fine ha fatto Bossi? Che fine hanno fatto sigari e canottiere?

Forse, nella stagione della frugalità, devono essere sembrati poco sobri.

Non si vede, Bossi. Neanche adesso che la sua Lombardia è sull’orlo del baratro.

L’uomo della secessione, l’epigone del federalismo, è finito. Politicamente, s’intende.

Allora è il momento di raccontare la storia di un “uomo del popolo” fattosi borghese per affrontare Roma ladrona.

 

Tre sono le vite di Bossi. Tre, come gli autori della sua biografia ( “L’illusionista” Corrias, Pezzini, Travaglio) che ripercorre le fasi della sua esistenza: lo spasso, il trionfo, la tragedia.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, per gustare la storia del ventennio da poco passato.

Bossi il cantante, il finto medico, il rivoluzionario. Se Cuba ha avuto Che Guevara, l’India Gandhi, il Sud Africa Mandela, l’Italia ha sfoderato Bossi.

Ognuno ha i rivoluzionari che merita.

 

Ne sono passati di anni da quel 1987 che segna l’ingresso di Bossi, con la Lega, al senato. Venticinque anni fatti di lotte, promesse, slogan. Anni in cui è riuscito a fare cadere governi, tenere in scacco maggioranze, alzare la linea del potere verso l’amata Padania. Bossi e la Lega, soprattutto quella dell’inizio, hanno anche avuto qualche merito.

Piaccia o meno, la Lega ha contribuito a scoperchiare Tangentopoli ed è stata un fattore aggregante per le persone che non si riconoscevano più nei partiti di massa.

Peccato che la nemica di un tempo, la partitocrazia, sia diventata il boia che ridesta dal sogno. Violentemente.

 

Se il potere di Bossi è al capolinea, stroncato da cerchi (troppo) magici, la Lega sembra arrancare, ma non fermarsi.

Adesso è solo una lontana parente della Lega rustica che infiammava i cuori del nord. Niente più ampolle, raduni, corna celtiche.

Anche il suo capo si è trasformato. Maroni, più che lo stereotipo del padano, somiglia a un vecchio democristiano. Il neutro del bianco ha sovrastato l’iconoclastia del verde.

Siamo certi che non ci saranno più tricolori da mettere al cesso, niente baionette in canna, nessun ombrello abietto da sfoderare.

Almeno, una volta, noi della Lega ce l’avevamo duro. Adesso, forse, non troppo.