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Su la Testa

La città di Bologna scende in piazza a fianco dei migranti contro ogni discriminazione razzista.

L’iniziativa – organizzata dal Coordinamento Migranti e promossa da diverse associazioni – ha visto protagonisti disoccupati, studenti e intere famiglie di migranti per chiedere l’abolizione della disumana legge Bossi-Fini e la chiusura dei CIE-lager.

 

 

Qui le foto della manifestazione

Lampedusa, la “vergogna”, il Nobel che abbaglia.

di Laura Pergolizzi

 

È il 3 Ottobre 2013 quando un gruppo di persone di nazionalità eritrea e somala perde la vita al largo delle acque dell’isola di Lampedusa. Il tentativo di segnalare la posizione della propria imbarcazione, incendiando una coperta, rappresenta, per le oltre cento persone che hanno perso la vita, un errore dalle conseguenze irreversibili.

Lampedusa ancora una volta è la protagonista di un dibattito decennale e, ancora una volta, le televisioni e i giornali riportano dettagliatamente i fatti. Il Papa riempie i silenzi lasciati dalle vittime pronunciando una parola d’ordine che, già da tempo e senza risultato, era scaturita dalle voci dei cittadini di Lampedusa e del sindaco Giusi Nicolini. Vergogna: adesso lo ripetono tutti.

A distanza di poche ore, una testata nazionale riporta le parole di un lettore: “non si può restare fermi, indifferenti davanti alle grida disperate di uomini e donne scaricati in un pozzo di disumanità. Non basta piangere, indignarsi, continuare a chiedere che cosa si può fare per fermare l’orrore dei barconi che ci sprofonda nella vergogna (…) ci penso da stamattina: diamo il Nobel per la pace a Lampedusa”.

Questo pensiero, definito “di sentimento collettivo”, ha fatto immediatamente il giro del web riscontrando un numero assai alto di consensi.

Nel 2011 un’operazione simile era stata compiuta nei confronti delle donne del continente africano.  La campagna, che promuoveva lo stesso ideale, invase la rete trovando l’appoggio, oltre che dell’opinione pubblica, di figure politiche di spicco: il risultato portò Ellen Johnson, Sirleaf Leymah Gbowee e Tawakkul Karman ad essere premiate a Oslo “per la loro lotta non violenta, per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. La questione africana raggiungeva allora la massima visibilità a livello internazionale: non vi era giornale che non commentasse in modo positivo l’evento. Quel giorno di festa sembrava cancellare secoli di tragedie per far posto sul calendario a una data che prometteva un inizio colmo di speranze. Il mondo occidentale riconosceva all’anello più debole il merito di essere sopravvissuto con le forze inaspettate: ecco che scattava l’applauso, ecco che il gioiello africano veniva premiato con un gioiello europeo. Sono bastati pochi mesi perché l’entusiasmo si affievolisse.

Alle donne africane resta un cospicuo premio in denaro e un numero infinito di fotografie, risalenti al 2011. Il panorama degli interventi esterni tanto promessi risulta, al contrario, invariato tra il 2010 ed il 2012.

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.                                                                                                                                                                                                                                                                                 Una preziosissima stretta di mano e un milione di euro potrebbero essere un ottimo punto di partenza, un faro di speranza, purché ciò non si riveli un semplice abbaglio.