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Noi della Lega e Bossi ce l’avevamo duro

Di Danilo Palmeri

 

Che fine ha fatto Bossi? Che fine hanno fatto sigari e canottiere?

Forse, nella stagione della frugalità, devono essere sembrati poco sobri.

Non si vede, Bossi. Neanche adesso che la sua Lombardia è sull’orlo del baratro.

L’uomo della secessione, l’epigone del federalismo, è finito. Politicamente, s’intende.

Allora è il momento di raccontare la storia di un “uomo del popolo” fattosi borghese per affrontare Roma ladrona.

 

Tre sono le vite di Bossi. Tre, come gli autori della sua biografia ( “L’illusionista” Corrias, Pezzini, Travaglio) che ripercorre le fasi della sua esistenza: lo spasso, il trionfo, la tragedia.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, per gustare la storia del ventennio da poco passato.

Bossi il cantante, il finto medico, il rivoluzionario. Se Cuba ha avuto Che Guevara, l’India Gandhi, il Sud Africa Mandela, l’Italia ha sfoderato Bossi.

Ognuno ha i rivoluzionari che merita.

 

Ne sono passati di anni da quel 1987 che segna l’ingresso di Bossi, con la Lega, al senato. Venticinque anni fatti di lotte, promesse, slogan. Anni in cui è riuscito a fare cadere governi, tenere in scacco maggioranze, alzare la linea del potere verso l’amata Padania. Bossi e la Lega, soprattutto quella dell’inizio, hanno anche avuto qualche merito.

Piaccia o meno, la Lega ha contribuito a scoperchiare Tangentopoli ed è stata un fattore aggregante per le persone che non si riconoscevano più nei partiti di massa.

Peccato che la nemica di un tempo, la partitocrazia, sia diventata il boia che ridesta dal sogno. Violentemente.

 

Se il potere di Bossi è al capolinea, stroncato da cerchi (troppo) magici, la Lega sembra arrancare, ma non fermarsi.

Adesso è solo una lontana parente della Lega rustica che infiammava i cuori del nord. Niente più ampolle, raduni, corna celtiche.

Anche il suo capo si è trasformato. Maroni, più che lo stereotipo del padano, somiglia a un vecchio democristiano. Il neutro del bianco ha sovrastato l’iconoclastia del verde.

Siamo certi che non ci saranno più tricolori da mettere al cesso, niente baionette in canna, nessun ombrello abietto da sfoderare.

Almeno, una volta, noi della Lega ce l’avevamo duro. Adesso, forse, non troppo.

Dove sono gli indignati?

di Novella Rosania

13 milioni con annesse proprietà immobiliari, per un ammontare di 18 milioni di euro. Viaggi-vacanza pagati da misteriosi mecenati, ristrutturazioni di appartamenti, macchine di lusso: tutto questo con i soldi dei contribuenti. Prima il caso Lusi, tesoriere della Margherita, che all’insaputa dei big del partito, fa scomparire magicamente, come preziose colombe d’oro nel cappello degli investimenti immobiliari, 20 milioni di euro; adesso il caso Lega Nord, con il tesoriere plurilaureato Francesco Belsito, che impiega soldi appartenenti al partito per investimenti di 6 milioni, finiti in Cipro e in Tanzania. Continuiamo a quantificare?

La legge n. 195/1970 prevedeva: “A titolo di concorso nelle spese elettorali sostenute per il rinnovo delle due Camere, i partiti politici di cui al presente articolo hanno diritto a contributi finanziari nella misura complessiva di lire 15 mila milioni. Hanno diritto al contributo i partiti politici che abbiano presentato, con il medesimo contrassegno, proprie
liste di candidati […]”. La medesima fu abolita grazie al referendum dell’Aprile del 1993 con il 90% dei voti favorevoli. Scandalosamente il parlamento nel dicembre dello stesso anno, con la legge n. 515, riammette ciò che gli elettori avevano escluso: i finanziamenti con soldi pubblici ai partiti, ora definiti “contributi per le spese elettorali.” Nel libro di Paolo Bracalini “Partiti S.p.a.” ci vengono indicate con precisione le cifre degli stessi: “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno […] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito.” da segnalare è l’aumento esponenziale del “quantum” rubato allo Stato: nella stagione di Mani Pulite i finanziamenti illeciti alla Lega Nord di Umberto Bossi erano pari a 200 milioni di lire, adesso si parla di milioni di euro. Tutti questi numeri fanno scalpore se paragonati alle misure di austerity che il nostro governo sta ponendo in atto. Aumento delle tasse, pensioni ridotte all’osso, l’Imu sulle stalle sono del tutto ingiustificati davanti a un tale spreco e scempio dei soldi pubblici. Come può, poi, il ministro dell’economia promuovere una pubblicità dove si afferma: “Se non paghi le tasse hai meno servizi”? Se esse servono ad arricchire maiali già abbondantemente pingui, perché non ci si  dovrebbe opporre. La coerenza e l’onestà, dunque, dovrebbe esserci sia da parte dei rappresentanti delle istituzioni, sia da parte dei cittadini, loro elettori.

Mi domando, infine, la sovranità del popolo non potrebbe concretizzarsi in rivolte? Cosa impedisce ai pensionati, che vivono con 500 euro al mese, di andare sotto Montecitorio e urlare la loro rabbia? Cosa impedisce ai cassaintegrati, ai giovani precari, ai licenziati di Trenitalia che sono su una gru da 2 mesi di prendere i forconi e cacciare tutti i collusi, corrotti, condannati, presunti innocenti? Nonostante il fatto che il rispetto, nei confronti degli elettori, sia venuto a mancare molti anni fa, gli Italiani non sono ancora capaci di prendere consapevolezza della loro forza subendo amaramente la peggiore delle ingiustizie: fare sacrifici per chi non ne ha mai fatti.

Dove sono finiti, dunque, i veri indignati?

Il Ladrone Verde

La Lega Nord è stata tradita dal suo uomo simbolo nonché fondatore, Umberto Bossi.

A 20 anni di distanza dalla fondanzione del partito del nord, Umberto Bossi lascia il comando a un triumvirato composta da Roberto Maroni, Manuela Dal Lago e il sobrissimo Roberto Calderoli che simbolicamente possono rappresentare l’attaccamento allo Stato, alla base e  alla scelleratezza fine a se stessa.

Ogni leghista ragionevole dovrebbe riflettere sullo scandalo che sta investendo il partito verde e sulle parole di Bossi che sembrano un  mea culpa:” Chi sbaglia paga qualunque sia il cognome che eventualmente porti“. Questa volta, infatti, non è uno Scilipoti ad esser beccato con le mani nella marmellata, ma piuttosto un Berlusconi, un leader di partito che frastorna l’intera base e tutti i suoi sostenitori.

Umberto Bossi da ventanni a questa parte non ha fatto che ripetere lo slogan “Roma Ladrona” per ritrovarsi all’interno di uno scandalo che lo definisce un vero e proprio ladro e che lo rende completamente uguale ai politici della Prima Repubblica che lo han portato alla ribalta proprio grazie alla facilità di prendere soldi illecitamente.

Come ogni cosa in Italia, anche questa verrà dimenticata. Magari la Lega perderà un po’ di consensi ora, ma se saprà giocarsi le proprie carte potrà ritornare alla ribalta entro poco tempo. O almeno questo è quello che accadrà se i leghisti onesti non decidono di impugnare le redini del partito.

La destra italiana, ma il generale tutta la politica del Bel Paese, ha proprio bisogno di loro, di persone oneste che non vedano nel proprio leader politico una divinità e che lo critichino apertamente costringendolo anche alle dimissioni. Sarebbe stato opportuno vedere la base leghista attaccare il proprio segretario e chiedergli le dimissioni ancora prima che Bossi avesse deciso di uscire dalla porta e rientrare dalla finestra divenendo Presidente del partito.

In un momento così delicato, non esiste destra e sinistra, ma la politica si divide soltanto in persone oneste e disoneste e gli elettori scelgono chi votare soltanto in base alla fiducia che ripongono nella buona fede del politico. Per questo un elettore di destra attualmente non può votare secondo la propria ideologia politica, perché se è fuori di senno votare Berlusconi credendo alla sua onestà, ora è accertato che è anche una pazzia votare Lega Ladrona.