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L’altra trattativa. La vera storia del fallito accordo stato-camorra

C’è stata un’altra trattativa rispetto a quella “famosa” per cui si sta celebrando un processo a Palermo. A differenza di quella iniziata attraverso quel famoso “papello”, “l’altra trattativa” non è per nulla segreta, anzi. Gode di sponsor importanti e ha il massimo di pubblicità possibile. Massimiliano Amato, nel suo bel libro edito de “CentoAutori”, ci racconta proprio questa trattativa,  quella del fallito accordo stato-camorra, dove la Chiesa ha giocato un ruolo importante. Ne parlo anche nel mio libro (qui) e credo che ancora oggi sia necessario far luce su un periodo infelice della nostra Repubblica. Amato, che è tra gli autori de “Il casalese”, riprende questo filone e si addentra nella storia dei “pentiti” e dei “dissociati” campani e non solo.

Dalla collaborazione di Pasquale Galasso e Carmine Alfieri, vertici della cupola vesuviana nasce un nuovo stato d’animo all’interno dell’ambiente camorrista. A farsene interprete è Angelo Moccia, detto “Enzuccio”, (scarcerato qualche settimana fa ) che si dissocerà confessando alcuni dei crimini commessi senza “accusare” o per meglio dire, chiamare in causa, terzi.

E’ una storia che parte da lontano, che prende vita dal sangue delle stragi degli anni ’90 e che si è prolunga nel corso degli anni ma non che non si gioca sul ricatto, anzi, racconta Amato, che l’idea di una resa di massa da parte dei “camorristi” nasce in un noto studio legale di Napoli prima di interpellare l’ex vescovo di Acerra Antonio Riboldi. Il monsignore, figura autorevole e credibile, rivestirà un ruolo importante e informerà alte cariche dello Stato italiano. Ne verrà fuori un dibattito importante che coinvolgerà la magistratura, la Chiesa e la politica italiana.

Un libro sicuramente da leggere. Per continuare a cercare la verità e perché a vent’anni di distanza l’argomento non è ancora del tutto chiuso. E le scritte (qui)  contro il 41 bis sui muri di Milano alla vigilia dell’anniversario della strage di Palestro ne sono la dimostrazione.

Vi racconto qualche cosa sulla mafia in Emilia Romagna

 

Di Gaetano Alessi*

 

Esiste una terra magica dove il multiculturalismo è già una realtà.

Bellemilia di buon vino, vecchie sedi di partito, con le carte sempre in mano e una fola piano piano, scrive Luca Taddia in una sua bellissima canzone. Il problema è che il multiculturalismo è quello mafioso, che le carte sono spesso dentro le bische clandestine gestite dalle cosche e che la “fola” a cui aggiungerei, come espediente narrativo, una elle, è quella delle ‘ndrine  che hanno ormai artigliato parte del tessuto economico della Regione.

Ora, per evitare che lo scriba venga definito “mitomane” e “fissato”, aggettivi amorevolmente rivoltimi da politici di tutto lo Stivale, vi racconterò una storia che ha come protagonisti boss silenti, politici distratti, imprenditori pavidi e Società Civile “opulenta”.

In questa storia una parte importante la faranno i numeri.

Non per uno sperticato amore dell’autore verso quei meravigliosi segnetti inventati dagli arabi, ma perché fanno da cornice ad un quadro che altrimenti resterebbe, con grande gioia della criminalità, nel solco del folklore.

A calcare le terre emiliane sono in questo momento undici organizzazioni mafiose.

Resto del mondo batte Italia per 7 a 4, schierando nell’ordine mafia Nord Africana, Nigeriana, Cinese, Sud Americana, Rumena, Ucraina e Albanese.

L’Italia risponde con Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita e la ‘Nrangheta, suddivise in 62 cosche, 34 della mafia calabrese, 12 di quella siciliana a pari merito con quella Campana e una dell’onorata società pugliese ben trapiantata in riviera dove gestisce il traffico di stupefacenti.

Da dove arrivano queste realtà e quando hanno cominciato ad agire?

Se fosse una fiaba l’incipit d’apertura potrebbe essere “C’era una volta”.

Già, “c’era una volta”, espressione semplice ma convincente per dire che certe cose oggi non succedono più, per buttare sulle spalle del passato ogni vergogna, ogni cosa che non ci piace ed assolvere il presente.

Il nostro quotidiano è però figlio di quel passato e in quel passato “C’era una volta” la legge sui sorvegliati speciali, ereditata dal fascistissimo “confino”.

E fu seguendo quella legge che dal 1958 fino quasi ai giorni nostri l’Emilia Romagna è stata terra di migrazioni, non di poveri disperati arrivati con i barconi, ma di mafiosi patentati e potenti, inviati dallo Stato nella “Rossa Emilia” per “ravvedersi”. Dal primo, nel 1958, Procopio Di Maggio, capo mandamento di Cinisi (Pa), a cui è seguito un vero e proprio tsunami mafioso che ha fatto approdare in Regione oltre 3.600 uomini e donne, appartenenti alla cosche.

Gente qualunque? E quando mai! Tanto per fare qualche nome: Giacomo Riina, Tano Badalamenti (che secondo la Criminalpol dal ’74 al ’76 gestiva da Sassuolo (Mo) i traffici illeciti nella provincia di Modena), Barbieri e Ventrici (tra i leader mondiali del narcotraffico), Pasquale Condello, il “supremo Boss” di Reggio Calabria (cuore in Calabria e portafoglio a Cesena si diceva) e il buon “Sandokan”, quel Francesco Schiavone noto per le sue “simpatie” nei riguardi di Roberto Saviano.

E la Società Civile che cosa ha fatto? Li ha respinti? Pare di no, anzi! Essendo l’Emilia Romagna una terra ospitale, capitava che il boss della ‘Ndrangheta Antonio Dragone, uscito dal carcere di Reggio Emilia, venisse omaggiato da imprenditori ed impresari del luogo che fecero la fila per consegnargli quasi un milione di euro, tanto per fargli capire che non c’era bisogno di nessuna opera di estorsione, tanto gli imprenditori si estorcevano da soli!

E mentre le mafie s’ingrassano la reazione dello Stato è lenta. Tanto per fare un esempio, nel 2009 a Parma il Prefetto dell’epoca Paolo Scarpis, poi divenuto vice capo dei servizi segreti (siamo in buone mani), disse che la mafia nella città Ducale “Era una sparata”.

E le mafie educatamente rispondono “obbedisco”, tanto che Raffaele Guarino (2010), Salvatore Illuminato (2003), Antonino D’Amato (2011) e Gabriele Guerra (2003) vengono “sparati” in giro per la Regione.

 

Ma Scarpis non è il solo, anche il Sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, ad ogni arresto, attentato, intimidazione, dichiara che è “un fatto occasionale”.

Di certo “occasionale” non è la presenza delle aziende mafiose nella gestione di opere pubbliche.

Tantè che le mafie negli ultimi trent’anni gestiscono, tra le altre cose, la ristrutturazione della Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’ampliamento e la ristrutturazione dell’aeroporto di Bologna e visto che c’erano dal 2004 al 2007 anche i servizi a terra dello stesso scalo e il progetto di ristrutturazione di Piazza Maggiore a Bologna. La discarica dei rifiuti di Poiatica nel comune di Carpiteti (Re): qui l’azienda, il gruppo Ciampà, ha da anni il certificato antimafia per smaltimento di sostanze tossiche ritirato in Calabria  (operazione Black Mountains) e tranquillamente da anni continua a lavorare in Emilia Romagna. E ancora: realizzazione del sottopasso di collegamento di via Cristoni e Pertini oltre la Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno (Bo), alloggi e autorimesse a Budrio (Bo) e Forlì, case popolari a Bologna, Reggio Emilia e Modena.

Le aziende delle cosche hanno bei nomi: Icla, Promoter, Ciampà, Doro Group, Enea, e spesso buoni soci, CCC, SaB, Gruppo Ferruzzi.

Mangiano bene gestendo ristoranti alla moda come il Regina Margherita a Bologna.

Ed hanno, o millantano, amicizie importanti. La telefonata che riporto tra Sasà D. direttore del ristorante Regina Margherita di Bologna e Marco Iorio (Camorrista dal buon curriculum) è del 13 febbraio 2011.

È Sasà a chiamare Iorio, che lui definisce “il capo in assoluto” del Regina Margherita Group. Dopo alcune battute sull’andamento del locale Iorio chiede a Sasà del nuovo questore di Napoli, dottor Merolla (questore a Bologna fino a febbraio 2013, ndr) e si accerta se è un suo amico.
Sasà: “L’amico mio… sì, sì, gli ho già parlato!”.

Iorio: “L’amico tuo?”

Sasà: “Sì, tengo il numero di telefono… quando viene a Napoli… già ho organizzato!”.
Poi nasce un equivoco. Iorio confonde Merolla con Francesco Cirillo, ora numero due della Polizia: “Ma io già lo conobbi, quel signore di carnagione scura e capelli brizzolati…”.

Replica Sasà: “No, tu hai conosciuto Cirillo, quello adesso è capo della Polizia… poi sto Merolla, mo’ è diventato questore di Napoli”,

Sasà: “E’ quello là che, io stavo a casa tua, ti feci parlare al telefono!… tu hai parlato al telefono con questo!”.
Iorio: “Lo so!”

Sasà: “E comunque gli ho detto: ‘dottore, lui dal primo marzo sta a Napoli, lo vado a prendere, stiamo insieme e poi vengo al Regina Margherita (quella di Napoli, ndr) da te!’ Deve stare da te, già è tutto programmato… già ho fatto, è venuto venerdì a mangiare qui, due pizze… è tutto tranquillo, gira molto per i ristoranti”.

Iorio è affamato di informazioni sul nuovo questore di Napoli. Chiede se “è pesante o compagno”, Sasà dice che “è compagno” tre volte, “proprio nostro amico… il figlio è un primario, no, è tutto a posto Marco!”. E termina con lo zelo del sottoposto: “Già lo sapevo che dovevo fare così”.

L’ex Questore ed il numero due della Polizia, non proprio un quadretto edificante dello Stato in Regione.

Ma la storia si sposta nel 2013. Dopo il sequestro del locale e la gestione di un barista locale, il Regina Margherita è stato nuovamente assegnato. Indovinate a chi? Ai gestori di Rossopomodoro, anche loro a suo tempo sotto inchiesta per “amicizie” pericolose e al timone del locale torna Salvatore D’Ascia. Chi è? Il Sasà delle intercettazioni.

Unico commento: siamo un paese fantasioso.

Ma la “favola” assume connotati dark, dato che le mafie in Emilia Romagna sono silenti per lo più, ma se s’incazzano assaltano Caserme dei Carabinieri (Sant’Agata Bolognese), mollano bombe all’agenzia delle entrate (Sassuolo), elargiscono proiettili (tra gli altri Massimo Mezzetti assessore regionale di SeL), tagliano gomme (liquidatore Sapro nel forlivese), danno fuoco con grande maestria (un mezzo meccanico esplode in media ogni tre giorni), minacciano giornalisti (5 casi negli ultimi anni con Giovanni Tizian che finisce sotto scorta e David Oddone che non può dato che San Marino non prevede “protezioni” per i giornalisti che fanno il loro mestiere). Vantano avvocati di grido, come Libero Mancuso difensore di quel Giovanni Costa che per anni ha ripulito soldi della mafia dal suo attico con vista tribunale di galleria Falcone-Borsellino a Bologna. E la Società Civile che cosa fa? Si costerna, s’indigna e s’indegna senza gran dignità. Per SoS impresa l’8,6% degli esercizi commerciali o paga il pizzo o è vittima di usura. Ma nessuno, o quasi, denuncia. Secondo il Magistrato Lucia Musti, memoria storica dell’antimafia emiliana, l’omertà è una costante della regione dato che, dice la Musti, “le intimidazioni denunciate sono state pochissime, quello che abbiamo trovato l’abbiamo trovato grazie alle operazioni di ascolto, alle intercettazioni”.

Ma non basta, la Dia (Direzione Investigativa Antimafia) ha evidenziato che non c’è provincia o zona della Regione che non sia contaminata dal nesso inscindibile tra gioco d’azzardo, indebitamento e successiva estorsione e usura. Mentre lo Stato ammorba l’etere con la frase “Ti piace vincere facile” le mafie si arricchiscono a dismisura aprendo sale Slot e gestendo le macchinette in bar ed esercizi commerciali tra l’indifferenza più o meno complice dei proprietari delle attività, ma anche di certe parti dello Stato stesso. Può anche capitare, quindi, che un uomo, Nicola Femia, n’dranghetista riconosciuto universalmente con condanna nel 2002 per narcotraffico, potesse camminare liberamente e far gestire attività intestate ai figli nella tranquilla Conselice (Ra), dove in pochi si chiedevano come questo uomo venuto da fuori possedesse tutto questo potere economico. Per fortuna a togliere dall’imbarazzo chi doveva vigilare ci ha pensato la magistratura, che ha sbattuto il Femia in galera sequestrando, nell’operazione Black Monkeys (gennaio 2013), beni per 90 milioni di euro.

E dato che appalti, usura, traffico di uomini e donne e droga c’erano, non poteva mancare il traffico d’armi, con partenza dal porto di Ravenna e ultima meta le coste della Somalia. Il traffico di armi è una sorta di ricompensa verso chi si occupa dello smaltimento di rifiuti tossici nelle acque del Golfo di Aden, a nord dello stato africano, ma anche nell’oceano Indiano, a sud. Uno scambio di morte che parte dalle gioiose coste romagnole.

Cose turche! Direbbe Franco Franchi, cose nostre potremmo aggiungere, perché il quadro della presenza mafiosa in Emilia Romagna non è ancora finito dato che la Regione è la prima in Italia per lavoro nero e la seconda sul fronte degli irregolari.

Il 70% degli appalti viene dato in sub appalto e sempre più spesso viene utilizzata, per assegnare le gare, la formula del “massimo ribasso”. Ad esempio, il Cie di via Mattei a Bologna (assegnato di forza dalla Prefettura ad un’azienda siciliana, il consorzio “Oasi” con il 70% di ribasso, collassato in pochi mesi con il risultato che la Procura ha aperto un fascicolo contro la Prefettura e i lavoratori sono finiti tutti per strada); tutto questo crea, nel silenzio, l’humus che permette il radicamento nell’edilizia (e non solo) delle forze criminali. Ancora: anche per il trasporto su gomma, dove per anni mafiosi come Ventrici, quello del “Contro di noi la guerra non la vince neppure il Papa”, hanno gestito il business anche per multinazionali come la Lidl, avviene il miracolo economico per eccellenza. Quale? Quello del trasporto merci, senza mezzi di trasporto! Mi spiego.

Su 9.083 imprese di trasporto in Emilia Romagna 2.599 (il 30%) risultano non possedere neppure una bicicletta! L’arcano lo spiega Franco Zavatti della Cgil di Modena “Alcune di queste sono le ditte fantasma attraverso cui la malavita organizzata fa il pieno d’infiltrazioni nei cantieri. Entra ed esce e controlla il territorio, la manodopera, minaccia chi lavora onestamente e la butta fuori dal mercato”.

Anche qui pochissime proteste e tanto silenzio della comunità anche di fronte alle minacce verso Cinzia Franchini, presidente CNA Fita di Modena, che per le sue prese di posizione si è vista recapitare dei proiettili in sede.

Il silenzio è una costante. Nel silenzio le organizzazioni criminali riciclano il denaro tramite, per esempio, il proliferarsi di compro oro e sale Vtl; le mafie straniere gestiscono la prostituzione, l’immigrazione clandestina e lo spaccio di stupefacenti; il paradiso fiscale di San Marino dà ricetto a tutti i traffici al grido di “pecunia non olet”. Per i beni confiscati, oltre 100, non si trova ancora la chiave legislativa per restituirli alla comunità.

Ma il motore economico che fa girare tutti gli affari della criminalità è la droga.

Il 34,2 % (tra i 15 e i 64 anni) degli emiliano romagnoli ha fatto o fa uso di cannabis. Visto che di legalizzazione non se ne parla le mafie, ‘Ndrangheta come capofila, hanno trasformato Bentivoglio (Bo) e Ozzano (Bo)  come centri del narcotraffico internazionale. Luoghi dai quali Francesco Ventrici e Vincenzo Barbieri in un decennio, 2001-2011, hanno messo sul campo un’organizzazione capace di trattare alla pari con i Narcos di qualunque parte del mondo inondando l’Europa di coca e milioni di euro sporchi.

Il 2013 è anche l’anno delle morti per “eroina bianca”. Solo su Bologna 15 decessi con una media di un morto al mese fino all’esplosione estiva con quattro morti ad agosto e tre a settembre. Da quando a Bologna ha iniziato a girare la “bianca”, è scattata l’emergenza. Questo tipo di eroina, allo stesso prezzo di una dose “normale”, si parla di 25-30 euro, contiene un principio attivo del 70-80%, una quantità molto maggiore rispetto agli standard abituali a cui gli utilizzatori non sono abituati. Questa piccola ecatombe in un territorio gestito “militarmente” dalla ‘Ndrangheta, che al principio del silenzio deve la sua ricchezza, suona davvero strana e potrebbe essere il segnale che in Regione si sta aprendo una crepa nel monolite della mafia made in Calabria, sfidata da mafie emergenti e con talmente pochi scrupoli di immettere nel mercato “cocktail” assassini pur di ritagliarsi uno spazio. Se questo segnale fosse vero ci troveremmo ad affrontare per la prima volta in terra emiliano romagnola una guerra di mafie e sarebbe la fine dell’illusione che la mafia in Emilia Romagna è un “problema degli altri”.

Nel quadro fin qui disegnato vi è però una punta di colore, sono gli anticorpi democratici che stanno venendo su veementi negli ultimi anni. Nati in periferia, nelle piccole cantine dove si riuniscono le associazioni di base come il Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna, Gap di Rimini, Sui Generis di Parma, Cortocircuito e Partecipazione di Reggio Emilia, NoName e DieciVenticinque di Bologna per fare alcuni nomi. Le Anpi di molte zone della Regione che hanno avuto l’intuizione di coniugare la Resistenza al nazi-fascismo con quella alla mafia: Carpi, Marzabotto e Daniele Civolani a Ferrara ne sono un esempio. Libera, l’Arci, Articolo21 e parte della Cgil, alcuni politici illuminati come Antonio Mumolo e Thomas Casedei. Una serie di piccoli “nidi di ragno” capaci di incrinare il silenzio e mettere sotto gli occhi della politica e dell’opinione pubblica una situazione esplosiva ma non ancora esplosa. La fortuna è anche quella di aver trovato nell’Università di Bologna ed in Stefania Pellegrini il mezzo, il corso ”mafie e Antimafia” ed il laboratorio di giornalismo antimafia che ne fa parte integrante, dove incanalare in percorsi di difesa democratica (perché soprattutto questo è l’antimafia sociale) una serie di sensibilità che nascono dal territorio. Da questo lavoro hanno preso vita due leggi regionali ed il protocollo sulla ricostruzione, ma soprattutto una consapevolezza oramai generalizzata: che le mafie in questa regione ci sono, sono presenti e potenti, e che non fanno sconti. Ed un ulteriore certezza: che se l’antimafia vuole contrastare questo impero criminale fatto di droga, prostituzione, riciclaggio, usura, colletti bianchi e sangue deve avere la stessa determinazione.

Non è una partita tra gentiluomini, ma una vera e propria nuova Resistenza, dove in palio non c’è nessun premio, ma il futuro di una terra straordinaria come l’Emilia Romagna.

 

*premio “G.Fava” 2011 per il giornalismo antimafia

Curatore 2011/2012 per l’università di Bologna (facoltà di Giurisprudenza/Scienze Politiche) del laboratorio di giornalismo partecipativo “mafie e antimafia in Emilia Romagna”. Scaricabile qui

 

N.b. L’articolo nasce dall’esigenza di mettere in fila i fatti di mafia in questa Regione negli ultimi anni. L’ampiezza del tema trattato, lo spazio e la volontà di non tediare il lettore non mi ha consentito di essere né esaustivo né esauriente. Chi volesse approfondire i vari fatti narrati, e controllare le fonti può consultare i Dossier 2011/2012 sulle mafie in Emilia Romagna sul sito www.gaetanoalessi.blogspot.com

 

Ringrazio tutti gli studenti del laboratorio di giornalismo partecipativo dell’università di Bologna “mafie e Antimafia” e Silvia Occhipinti per il prezioso lavoro di ricerca.

La DIA: occhi sempre più aperti su Bologna e dintorni

Di Antonio Cormaci

 

Seconda relazione semestrale DIA 2012: occhio su Bologna e dintorni.

 

Uscita la seconda relazione semestrale del 2012 della DIA, è arrivato il momento di tirare le somme per porre la lente d’ingrandimento sul movimento mafioso nel territorio emiliano e bolognese.

In un contesto di generale incremento, rispetto al primo semestre 2012, di denunce ma anche, e soprattutto di omicidi di mafia – la Camorra ha duplicato rispetto al primo semestre 2012 la quantità di omicidi volontari rispetto a ‘ndrangheta e mafia -, bisogna constatare un dato particolare: l’allontanamento dalla criminalità tradizionale; il che si traduce in un abbandono generale delle strutture classiche di mandamento, famiglia, ‘ndrina e così via. Questo particolare fenomeno ha avuto ripercussioni anche sul modus operandi dei principali canali criminali, capovolgendone, a volte, le peculiarità conosciute alle istituzioni ed alle Forze dell’ordine. Ad esempio, è proprio la Relazione semestrale a far notare come la camorra, in particolare, abbia valicato, almeno più rispetto al passato, i confini regionali per porsi su coordinate più internazionali, soprattutto per quanto riguarda il traffico di stupefacenti. Altra faccia della medaglia di questo mutamento è anche una frammentazione, una divisione più accentuata rispetto agli anni passati e che, dati alla mano, ha raddoppiato il numero di omicidi, conseguenti ad un altissimo tasso di conflitti tra clan. La novità sta appunto nel paradosso, poiché  questo “rimedio” è sempre stato bandito dalla camorra. Recita testualmente la relazione: “Lo scontro armato rappresenta generalmente l’ultima ratio per risolvere i conflitti, in quanto determina un controllo del territorio da parte delle forze di polizia e maggiore difficoltà nello gestire i traffici illeciti”. Ma la DIA sembra avere le idee chiare, addebitando questo ricorso alla “guerra” come “segno di debolezza della leadership dei clan”.

Ma non solo la camorra mostra sempre più caratteri “innovativi”. Anche la ‘ndrangheta presenta molte novità: oltre alla consueta capacità di infiltrarsi in qualunque tessuto amministrativo, politico ed economico, segno di una volontà di ostentazione di capacità di non essere dentro la politica ma di essere la politica stessa, ha maturato una particolare propensione a valicare i confini nazionali, “colonizzando” il sud della Germania e mantenendo come casa base la Calabria ed  adottando una nuova organizzazione che la relazione definisce “corona”; la “corona” è una sorta di grande comunità delle piccole ‘ndrine attive in particolare sul mandamento jonico della provincia di Reggio Calabria, una soluzione di accentramento per arginare potenziali conflitti e mantenere salde le redini del “regno” nella bassa Italia.

Ma chiusa questa doverosa premessa, cerchiamo di capire i punti salienti della relazione riguardanti le organizzazioni criminali e l’Emilia – Romagna.

La ‘ndrangheta è particolarmente attiva a Milano, città la cui procura ha portato avanti nel solo 2012 due maxi operazioni (Ulisse e Blu call, quest’ultima riguardante affari illeciti collegati ad una rete di call center a Milano e Bologna) e nel quale è stato verificato un altissimo tasso di operazioni illecite legate al mondo del traffico di droga e, soprattutto, di armi. Anche l’Emilia – Romagna è stata nell’occhio del ciclone, nel 2012. Modena è stata sede di due operazioni condotte dalla Guardia di Finanza: la prima, del 30 agosto 2012, ha portato all’arresto di due soggetti d’origine calabrese per bancarotta fraudolenta di un’azienda operante nel settore della ceramica e la seconda, il 23 ottobre 2012, ha portato all’arresto di soggetti legati alla cosca Longo – Versace di Polistena (RC).

Particolarmente attiva in Emilia – Romagna, nel 2012, è la sopracitata camorra: le operazioni delle forze dell’ordine hanno messo in luce attività portate avanti dal clan dei casalesi, con sequestri decretati a danno del clan Bidognetti. Le attività più appetibili per i camorristi sono quelle legate ad imprese edili, settore alberghiero turistico, aste fallimentari, riciclo rifiuti, condizionamento appalti pubblici e trasporti pubblici. In particolare a Bologna, le forze dell’ordine hanno verificato la presenza di attività sospette legate a clan ben noti della camorra: Mallardo, Afeltra e Di Martino; ed è stata la stessa procura di Bologna, di concerto con Roma, Milano, Salerno e Napoli e nell’ambito dell’Operazione Fulcro, ad emettere ordinanza di custodia cautelare per 28 membri delle famiglie Fabbro e Cino, accusati di estorsione e ai quali sono stati sequestrati beni fino a 112 milioni di euro. Modena, invece, è stata ancora al centro delle cronache giudiziarie di mafia: i clan Falanga e Di Gioia si occupavano infatti di traffico di cocaina ed hashish provenienti dalla Spagna.

La mafia, invece, sembra avere il classico atteggiamento di basso profilo che caratterizza le sue attività oltre confine: la relazione DIA sottolinea una particolare cura degli affari riguardanti il riciclaggio di denaro sporco derivante da attività illecite e tramite la gestione e l’infiltrazione in attività insospettabili.

Numero 18 la rete antimafia in E-r

Bologna, Piacenza, Rimini, Ravenna…persone e storie diverse, realtà differenti che si combinano fra loro, accomunate da una cosa: l’antimafia sociale. Il concetto di rete funziona, e ne diamo prova in questo numero: una rete antimafia che attraversa tutta l’Emilia-Romagna

 

La rete antimafia in Emilia-Romagna

 

 

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Le nostre foto (qui)

 

DIECI e VENTICINQUE

Buona lettura