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Processo alla Nazione

Processo alla Nazione

 

Omaggio collettivo e itinerante tra cinema, giornalismo, teatro, cultura a Giuseppe Fava.

A cura di Nomadica, Caracò, I Siciliani giovani

 

 

Durante gli ultimi anni di vita Giuseppe Fava giunge ad un’analisi lucida: la mafia è un potere multinazionale che siede nelle poltrone del parlamento. E’ un potere che riguarda e tocca tutti noi sin da bambini, anche se non ce ne accorgiamo, e che fa di noi, in partenza, dei mafiosi. Solo attraverso una consapevolezza profonda del fenomeno come delle sue innumerevoli manifestazioni è possibile prendere coscienza di questo rapporto e cercare di superarlo. Fava parla di un’isola che è l’Italia, di un’Italia che è il mondo occidentale.

Da questo il “Processo alla Nazione” – parafrasando il titolo del suo primo libro-inchiesta “Processo alla Sicilia” (1967) – ma fatto a colpi di cultura: di cinema, di televisione, di romanzi, di opere teatrali, di vero giornalismo; fatto con la convinzione che solo attraverso la dignità di questi mezzi è possibile costruire una società altrettanto degna.

Un “processo”, di cui conosciamo già la sentenza, diventa così l’omaggio stesso a Giuseppe Fava,30 anni dopo il suo assassinio (Catania, 5 gennaio 1984). Questa manifestazione toccherà decine di spazi differenti della città di Bologna e verrà riproposta in altre città d’Italia.

A CURA DI: Nomadica, Caracò, I Siciliani giovani

Caracò Editore: intervista a Maria Cristina Sarò

  Dal nostro mensile: “la rete antimafia in E-r”

di Valeria Grimaldi

 

Maria Cristina è dottoressa in Lettere (2006 all’Università di Messina) e Discipline Teatrali (2009 all’Università di Bologna). Autrice e regista di racconti e spettacoli teatrali, ci racconta come nasce, è cresciuta e continua a crescere la casa editrice Caracò.

 

-La prima domanda è scontata: perché Caracò?E come nasce questo vostro progetto?

Caracò è stata la nostra idea comune (quindi di un gruppo di persone ed operatori culturali) di voler portare avanti un progetto editoriale che potesse includere e dare spazio alle nostre competenze artistiche. Caracò è per noi un grande contenitore di idee e di coraggio. Le idee taglienti e precise che convogliamo nel nostro modo di fare veramente letteratura, cercando di utilizzare gli strumenti più contemporanei e più idonei per una comunicazione libera ed efficace; il coraggio di raccontare storie ai margini, storie poche conosciute e di dare spazio ad autori, professionisti e operatori che si ritrovano nella nostra idea di presente, un’idea che non si limita ad un tempo ma allo spazio delle idee, appunto. Caracò, hai detto bene, è un progetto anzi una progettualità in quanto ogni libro è legato ad una pratica della condivisione e delle arti. Molti progetti teatrali nascono dai libri e viceversa. Ci sembra che sia un’ottima modalità del fare e dell’arte.

– In questo numero la prima parola chiave è “rete”. Anche voi lo siete in un certo senso. Sul vostro sito (www.caraco.it) si legge “Editore Caracò Napoli Bologna”: una reta tra Nord e Sud insomma…

 Abbiamo due sedi: Napoli e Bologna. Quindi due redazioni operative. Questo ci ha permesso di creare molte sinergie e sviluppare le nostre idee con ampio raggio. La rete di Caracò consiste poi in questo circuito di prassi e combinazioni che abbiamo creato tra la Letteratura e il Teatro. Un binomio che ci ha permesso di affascinare, ed esplorare, il pubblico a 360 gradi. La rete è la ricerca e l’attenzione che abbiamo avuto non delimitando nessuno spazio, ma facendo delle scelte salde e chiare nel tempo.

– Seconda parola chiave è “antimafia”. Voi avete creato una collana, denominata “testimoni”, formata da due libri “Dove Eravamo: vent’anni da Capaci e Via D’Amelio” e “La giusta parte: Testimoni e storie dell’antimafia”. Cosa intendete voi per antimafia, e in generale, per legalità?

 Non credo si possa definire l’antimafia, per quanto ora sia un ‘comparto’ definito e limitato, perché nel momento in cui si fornisce una definizione si corre il rischio di considerarla un commercio e una croce alla quale essere devoti e discepoli. La stessa cosa vale per la legalità che non è una parola ed è e dovrebbe essere il sesto senso di una società civile. Io credo fortemente che l’antimafia non è e non può essere un valore aggiunto e disgiunto da una pratica quotidiana. La nostra collana Testimoni nasce non da una posizione, ma da una scelta. Una scelta di vita che non coincide con il senso tragico dei cantastorie o dei discepoli, ma con il miracolo dell’umanità che ogni uomo e ogni storia possiede. E aggiungo, non chiamandola polemica, ma poesia che non è possibile in una società civile strumentalizzare il dolore e la vergogna per essere liberi, non è possibile inseguire la mafia chiamandola antimafia, come non è possibile in Sicilia chiamare l’amuri, amore. Le parole sono importanti e sono così importanti tanto da custodire sempre l’azione e la verità dell’uomo.

– Vi impegnate anche in progetti di legalità con le scuole. Quest’anno avete portato avanti un laboratorio di giornalismo di inchiesta e teatro “Il viaggio legale, da Emilia a Romagna”, che ha prodotto lo spettacolo “Mafia pop, stop!”. Ci racconti questa esperienza?

Mafia pop, stop! segna la prima tappa di un bellissimo percorso di vita e di lavoro iniziato quattro anni fa. Esattamente è accaduto questo: io e Alessandro abbiamo iniziato a parlare col cuore, a fare teatro con la competenza e con l’amore giusto, a imparare e ad insegnare, a far giocare i ragazzi, a piangere con loro, a voler imparare ed amare assieme. Questo è accaduto. La magia che solo le storie e le persone hanno il coraggio di regalarsi e regalare. Alessandro ha donato la sua storia, la sua amicizia il suo coraggio a circa 10000 studenti in quattro anni. Questi ragazzi ci hanno donato la voglia di fare, di essere Vita e Teatro. La voglia di combattere, di cambiare idea di difendersi e vincere. Vincere con la conoscenza con la competenza e con la vita stessa. Mafia pop, stop! è l’ultimo dei nostri spettacoli ma è anche la gioia di poter avere come spettatori i ragazzi di quattro anni fa, di averli come amici e di vederli crescere come hanno scelto. Poi io ho solo cercato ciò che nel buio si può colorare, può essere vita e può essere realtà. Uno spettacolo che affronta tematiche importanti ma che attraversa tutti noi e tutto il pubblico che ha assistito alla forza della difesa che questi ragazzi hanno trovato grazie al Teatro. Uno spettacolo che ci ha regalato, e continua a regalarci grandi soddisfazioni e grandi umanità, dal Premio come miglior spettacolo a sfondo sociale al Festival internazionale delle scuole di Novellara alla Menzione speciale del Premio Cevenini assegnato dal Comune di Bologna. Il viaggio legale è stato veramente un viaggio, una relazione, una scoperta. Un modo per non fermarsi per continuare a muovere la testa l’anima e le persone.

– “Nella mia esperienza, quando sono andato nelle carceri a dire che avevamo intenzione di fare antimafia attraverso i libri, ci guardavano storto. E io chiesi ‘Perché storcete il naso?’ ‘Un conto è parlare di mafia sui giornali, quelli il giorno dopo li butti via: ma con un libro è diverso.” Questo disse il vostro Alessandro Gallo alla presentazione che abbiamo curato insieme del libro “Dove Eravamo: vent’anni da Capaci e Via D’Amelio”. Quindi voi credete che da un libro, anche a prescindere dall’antimafia, possa scaturire un potere di influenza sulla società e il modo di comportarsi delle persone?

Da un libro da una canzone da una parola da un fiore dall’orrore, può scaturire da tutto. L’importante è che nasca qualcosa per noi per gli altri da noi e dagli altri. Non esiste un modo di comportarsi delle persone. Esistono le persone ed esiste la loro azione attraverso degli strumenti. Se questi strumenti sono vivi e la vita coincide con l’impegno di essere presente per la vita stessa, allora non importano i filtri non importano le categorie non importano i costi. Importa solo la libertà che abbiamo scelto, e quando questa viene vissuta e riconosciuta diventa un’altra azione. Più azioni si chiamano coraggio. E dare nomi alle cose non serve a niente, se dentro il mare non sei stato mai felice non ti sei mai tuffato e ti sei perso. Il valore della semplicità e della verità è un mare che fa paura.

– Vostri progetti futuri?Ci puoi dare qualche anticipazione?

Continueremo i nostri progetti sulla legalità e ci sono altri progetti che prenderanno vita nel 2014. Progetti che ora diventano scambi tra scuole diverse in regioni diverse dell’Italia. Un esempio: i ragazzi del progetto ‘Un viaggio legale’ andranno a Napoli ospitati dal Nuovo Teatro Sanità (qui) i giovani attori della compagnia NTS’ (Nuovo Teatro Sanità) debutteranno assieme a tre studenti del Salvemini con uno spettacolo in cartellone a Politicamente Scorretto “La giusta parte”. A Gennaio invece, per Caracò , è prevista l’uscita del libro “Io resisto” viaggio dall’Emilia alla Romagna sulle tracce indelebili di mafia, camorra e ‘ndrangheta di Alessandro Gallo e Giulia di Girolamo. Una rete che si amplia e si arricchisce di sforzi di esempi e di coraggio, infatti i diritti del libro saranno dati in beneficenza alla RETE NO NAME e al GRUPPO DELLO ZUCCHERIFICIO di Ravenna. Abbiamo in cantiere altri spettacoli che debutteranno nel marzo 2014. Dopo ‘di carne’, spettacolo tratto dal romanzo Scimmie di Alessandro Gallo che affrontava il tema dell’adolescenza e della camorra, sempre insieme e in scena Alessandro Gallo e Miriam Capuano, debutterò con un nuovo testo teatrale e la regia ‘di sangue’ , ispirato al romanzo L’osso di Dio di Cristina Zagaria. Questa volta è una storia che parla di ‘ndrangheta. La storia di Angela Donato, la lotta di una madre sulla riva di un fiume, lontana dal corpo di un figlio, vicina alla libertà di essere donna e madre in una terra chiamata Calabria… Abbiamo in cantiere anche un nuovo libro su testimonianze di coraggio e di impegno…. Abbiamo deciso di non fermarci e abbiamo scelto questa vita. Scegliere ci sembra già una grande responsabilità, una grande preghiera. Ogni giorno è il primo tuffo dentro un mare pulito che vogliamo continuare a vedere.

Dove eravamo?…adesso siamo qui.

…dove eravamo?
…voi dove eravate?

Di Valeria Grimaldi

….io avevo 7 mesi a Capaci. E 9 in Via D’Amelio. Anche se avessi potuto sentire il boato di quelle bombe, il loro eco, non me ne ricorderei. Stasera invece ero alla presentazione di questo libro, sono praticamente appena tornata. Solitamente non riesco a scrivere di getto, ho bisogno di tempo per maturare i pensieri: ma quello di stasera è stato uno di quei momenti in cui ti prudono così tanto le mani, che non puoi fare a meno di lanciarti nei pensieri che si sono susseguiti mentre ascoltavi le parole di Massimiliano Perna, il curatore dell’antologia di racconti, Alessandro Gallo, uno dei fondatori della casa editrice Caracò che ha realizzato il libro, Giulio Cavalli, che ha partecipato scrivendo uno dei racconti.

Sarebbero tante le cose da dire: praticamente non ho fatto altro che annuire tutto il tempo per le riflessioni e i termini precisi che sono stati usati. Il momento che mi ha introdotto nell’anticamera della discussione è stato ancor prima che l’incontro cominciasse: vedere entrare nel cortile della propria facoltà un’auto blindata e due omoni scendere mentre scrutano l’ambiente è una di quelle scene per cui dici “soltanto nei film”. Giulio Cavalli è sotto scorta dal 2006, per il lavoro che ha fatto e fa tutt’ora si è ritrovato catapultato dentro ad una realtà nella quale agli inizi non trovava interlocutori: lui stesso lo racconta, anche se sono stati rari i momenti in cui ha accennato alla sua condizione (se così vogliamo definirla) o usando le sue parole “quello che mi è successo”. Dice Cavalli che due sono i tipi di uomini che si ritrovano a dover combattere e a doversi vedere proteggere ogni secondo della propria vita dalla minaccia mafiosa: i primi sono quelli che l’avevano scritto nel destino, e i più alti esempi di questa categoria non possono che essere Falcone e Borsellino; i secondi sono quelli che ci si sono trovati per caso, all’improvviso. E lui nella sua Milano, nella realtà lombarda, non riusciva a raccontare la sua esperienza perchè all’esterno non trovava una preparazione adeguata, di mafia non se ne parlava. “Fino a cinque anni fa a Milano, come qui a Bologna, non si sarebbe potuto organizzare un dibattito se si sapeva che si sarebbe toccato il tasto della criminalità organizzata, dell’influenza che ha sul territorio”dice.

La parabola del suo ragionamento è partita dal basso, in un ottica di pessimismo, per arrivare in alto ad una visione futura positiva: alla domanda “Che cosa è cambiato in questi venti anni?” ha risposto “siamo più vecchi di venti anni”. Sulla strage di Via D’Amelio non sappiamo ancora nulla, non riusciamo a distinguere “i buoni dai cattivi: anzi forse gli stessi che vanno a posare corone di fiori sono queli che hanno, o quantomeno erano vicini, a coloro che hanno posato le bombe”. Mancano le chiavi di lettura dell’epoca, e finchè non riusciremo ad acquisirle non potremo mai fare un salto di qualità. Anche perchè la classe politica, la classe imprenditoriale, la classe degli intellettuali è rimasta la stessa di venti anni fa. E quindi si è creato uno stallo, nonostante le tante manifestazioni di memoria e ricordo sui due giudici: importanti, certo, ma non bastano. Non si può delegare alla sola magistratura il compito di accertare le responsabilità, non possiamo comportarci come quei politici che solo davanti ad un’azione concreta della giustizia, un rinvio a giudizio, un indagine, agiscono di conseguenza: c’è “un rinvio a giudizio morale” prima ancora di quello giuridico. E di questo rinvio a giudizio dobbiamo farcene carico tutti, c’è bisogno soprattutto che nelle varie forme (teatro, libri, giornali) si estendano i processi alla responsabilità politica, alle responsabilità storiche che non possono essere ricomprese nell’ambito del penalmente rilevante ma che forse anche più di quello riescono a tracciare delle linee nette di storia e verità. L’ha spiegato bene Alessandro Gallo: “nella mia esperienza, quando sono andato nelle carceri a dire che avevamo intenzione di fare antimafia attraverso i libri, ci guardavano storto. E io chiesi ‘Perchè storcete il naso?’ ‘Un conto è parlare di mafia sui giornali, quelli il giorno dopo li butti via: ma con un libro è diverso.”.

“Parlando con Antonio (Ingroia ndr) e con Salvatore Borsellino, ci siamo chiesti una cosa: se non abbiamo sbagliato, se non stiamo usando le figure di Falcone e Borsellino nel modo in cui proprio loro ci avevano detto di non farlo” ammette Giulio Cavalli. Di fronte a questa affermazione non ho potuto che farmi anche io la stessa domanda: sto facendo del mio meglio, è giusto lo strumento che sto utilizzando, basterà scrivere o leggere solamente di mafia, basterà ricordare?La risposta può essere soltanto una: si può fare sempre di meglio. Tutti noi possiamo. E questo libro ne è la dimostrazione: “non sono storie bibliografiche di ciò che è successo”, afferma Massimiliano Perna, il curatore dell’antologia, ma una riflessione, uno squarcio sui pensieri che ricorrono costanemente quando si pensa ai due giudici palermitani. “Con questa antologia ho pensato soprattutto ai ragazzi di 20 anni, 18 anni, che oggi pensano alle figure di Falcone e Borsellino come due grandi uomini che anche in vita erano supportati: invece è stato tutto il contrario, soprattutto Falcone. E’ stato quello più colpito dalla vigliaccheria, dall’isolamento degli ambienti più vicini a lui. Era attaccato perchè considerato troppo esposto, una prima donna!” dice sempre Massimiliano. “Una cosa che mi ha colpito di tutti gli incontri che ho fatto per realizzare questa antologia, è stato il fatto che nessuno si aspettava che un mese e mezzo dopo l’uccisione di Falcone sarebbe stato ucciso anche Borsellino. Si pensava, dopo quello che era successo, che sarebbe stato protetto!”. E così invece non è stato.

Un accento di ottimistmo c’è, come dicevo. Tutti erano concordi sul fatto che il processo sulla trattativa stato-mafia non avrebbe portato a grossi risultati, ma che la verità sta comunque venendo a galla. Al momento delle domande è intervenuto un solo ragazzo chiedendo se c’è una via d’uscita, un mezzo efficace per contrastare la “merda che è la mafia”. Alessandro ha risposto che non è nemmeno esatto parlare di merda perchè “al suo odore ormai ci siamo abituati, quindi bisogna cercare un odore diverso”; Giulio Cavalli ha parlato della sua esperienza, di quello che vede a Milano, del processo sull’uccisione di Lea Garofalo (qui il mio articolo) che ha visto una grande partecipazione civile, impensabile fino a poco tempo fa; e ha parlato dei suoi figli, che non hanno scelto di trovarsi nella situazione in cui si trova il padre, ai quali ha promesso che quando loro si troveranno nella condizione di poter capire fino in fondo, parleranno di qualcosa di già superato, un tunnel dal quale siamo già usciti. “Credo sia difficile in tempo così ristretti, ma sono sicuro che ad un certo punto ce la faremo”.

Questi piccoli racconti sono delle ammissioni, interrogarsi su se stessi, vedere se si può fare di più, se ognuno di noi può fare di più. Come ha detto ad un certo punto Alessandro Gallo: noi non lo stiamo facendo per oggi, ma per il futuro. E, giusto per fare un attimo di pubblicità ma nei loro confronti la credo doverosa, sostenete questa piccola casa editrice “Caracò” che in napoletano arcaico vuol dire chiocciola: come spiegato sempre da Alessandro, “la chiocciola è testarda, va piano ma arriva fino in fondo al suo obiettivo”.

Sia chiaro, io il libro ancora non l’ho letto. Mi ero già convinta di farlo, e adesso lo sono ancora di più.

Una parola usata da Giulio Cavalli mi ha colpito molto: la parola lutto. “Il lutto è già passato” riferendosi alle stragi. Ho sentito un bruciore al cuore, la rabbia che saliva: forse perchè ho vent’anni, forse per un rimorso non dipeso da me ma solo dal tempo, perchè non ho un ricordo personale di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Perchè non sono potuta essere lì a sostenerli quando ancora erano in vita. Il mio lutto non è passato, credo non passerà mai: ogni giorno saranno il 23 maggio e il 19 luglio. Ogni giorno mi farò la stessa domanda: dove sono? A combattere. Per loro, per me, per tutti.

 

Qui la recensione del libro di Salvo Ognibene

Per ulteriori informazioni visita il sito di “Dove eravamo”: http://www.caraco.it/doveravamo

Il 12 luglio con Caracò e Giulio Cavalli

di redazione

 

Presentazione di Dove Eravamo.

Vent’anni dopo Capaci e via D’Amelio a Bologna con Giulio Cavalli

Qui l’evento Fb (clicca)

Insieme a Massimiliano Perna (curatore dell’antologia) e a Giulio Cavalli (scrittore, attore, regista e politico) ne discuteranno Alessandro Gallo (Caracò editore) e Salvo Ognibene (direttore del giornale Dieci&Venticinque e redattore de i Siciliani Giovani).

L’appuntamento è il 12 luglio alle ore 18 alla Sala Armi della Facoltà di Giurispdurenza di Bologna

“Dove eravamo 20 anni fa? Dove ci trovavamo quando a Palermo il 23 maggio e il 19 luglio 1992 la mafia uccideva Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli uomini delle scorte e Francesca Morvillo? Come abbiamo vissuto quel momento, in che modo abbiamo pensato al nostro Paese, al nostro domani?

“Dove eravamo” è scritto da Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Raffaele Cantone, Giuseppe Casarrubea, Giulio Cavalli, Lella Costa, Nando Dalla Chiesa, Pif (Pierfrancesco Diliberto), Maria Falcone, Antonio Ingroia, Pina Maisano Grassi, Pino Maniaci, Fabrizio Moro, Gianluigi Nuzzi, Moni Ovadia, Don Giacomo Panizza, Dario Riccobono, Renato Sarti, Salvo Vitale, I. M. D.

Per ulteriori informazioni visita il sito di “Dove eravamo”: http://www.caraco.it/doveravamo

La presentazione è organizzata da Caracò Editore in collaborazione con DIECI e VENTICINQUE (http://www.diecieventicinque.it/)