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Sapete com’è morto Niki Aprile Gatti?

Niki Aprile Gatti

 

Dal mensile di novembre de I Siciliani giovani, p. 69

 

Di Salvo Ognibene

 

Un ragazzo come tanti, un giovane informatico che lavorava alla OSCORP, una società di San Marino coinvolta nell’operazione Premium, condotta dalla Procura di Firenze.

Suicidato”, a pochi giorni dall’arresto per frode informatica.

Di più non si riesce a sapere, una storia dimenticata da tutti, su cui regna il silenzio.

Una storia con poche e tristi certezze, la morte del giovane ed i familiari che aspettano giustizia dal 24 giugno 2008. Dal giorno in cui, Niki Aprile Gatti fu ritrovato impiccato nel bagno della sua cella: “Secondo il Magistrato che ha archiviato tutto, non ci sono dubbi: con il suo peso di più di 90 kg (era anche alto), avrebbe utilizzato un solo laccio delle scarpe per impiccarsi1”.

I familiari hanno denunciato le diverse contraddizioni di questa triste storia, come le testimonianza discordante dei due compagni di cella. Inutile aver denunciato il furto, avvenuto a pochi giorni dall’arresto, sui cui non è stata fatta ancora chiarezza, nell’appartamento di Niki. E c’è da chiedersi come mai il materiale informatico (rubato) non sia stato perquisito e sequestrato dagli inquirenti.

 

L’Incarcerato” che da anni si occupa di questa triste vicenda, a cinque anni da quel 24 giugno 2008, ha lanciato un appello dal suo blog per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta: “a Grillo visto che a suo tempo ospitò nel suo blog Ornella Gemini, la madre di Niki. Un appello al quale non può fare orecchie da mercante: potrà fare qualcosa di concreto avendo i numeri necessari in parlamento2

 

Niki è stato ucciso, forse, perchè, da innocente, poteva rivelare alcune cose che potevano recare fastidio. E’ stato l’unico tra i diciotto arrestati a non avvalersi della facoltà di non rispondere e a differenza degli altri diciassette, cui verranno concessi gli arresti domiciliari, sarà trasferito, stranamente, nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e non in quello di Rimini.

Questa non è la storia di Stefano Cucchi o Giuseppe Uva massacrati dalle guardie carcerarie, è la storia di Niki Aprile Gatti, un informatico suicidato per strangolamento forse perché aveva deciso di far luce su una vicenda che ancora oggi è improntata sul massimo riserbo.

 

L’Inchiesta Premium si andava ad intrecciare ad altre indagini che approdano ad un’altra inchiesta, a Perugia: gente mafiosa, broker che viaggiavano tra Londra e l’Italia, business di compagnie telefoniche, odor di riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente importante della Guardia di Finanza.

In questi articoli (cliccate qui e qui), si trovano ulteriori dettagli3”.

Ornella Gemini, madre di Niki, ha costituito un comitato che si adopera per far emergere la verità sul figlio. E ha aperto un blog per informare degli eventi: nikiaprilegatti.blogspot.com

 

 

1 www.agoravox.it/Niki-Aprile-Gatti-il-nuovo.html

2 incarcerato.blogspot.it/2013/06/niki-aprile-gatti-appello-beppe-grillo.html

3 incarcerato.blogspot.it/2013/06/niki-aprile-gatti-appello-beppe-grillo.html

 

Madri in carcere

Di Martina Nasso

 

Tic tac, tic tac, il tempo in una cella sembra non trascorrere mai, scandito solo dall’insistenza delle lancette di un orologio a muro.

Le condizioni di vita all’interno delle carceri italiane sono considerate tra le peggiori in tutta Europa e numerose sono state le condanne collezionate dallo Stato italiano per violazione dei diritti umani negli ultimi dieci anni.

I dati parlano chiaro, le carceri nazionali sono sovraffollate e non corrispondono a nessuno standard internazionale per quanto riguarda la possibilità di sopravvivenza al loro interno.

 

Tra gli esseri umani sottoposti a questo regime di tortura, le donne rappresentano il 4% del totale della popolazione detenuta e tra queste la maggior parte sono madri.

In prigione vivono insieme alle detenute all’incirca 70 bambini di età inferiore ai 3 anni.

 

Le carenze strutturali, le sempre più limitate risorse umane e finanziarie fanno sì che questi bambini si trovino a scontare la pena imposta alla madre.

Costretti a vivere in stanze buie, in condizioni igieniche disperate, senza acqua calda e docce in cella, i piccoli trascorrono le loro giornate in asili nido predisposti all’interno degli stessi istituti di pena. Questi luoghi spogli e dall’aspetto triste, si riducono a quattro mura e qualche vecchio gioco, e riesce difficile pensare come questo possa accontentare l’infinita immaginazione di un bimbo.

Nonostante il lavoro attento e costante di educatori e assistenti sociali (il cui numero negli ultimi anni è diminuito drasticamente per i tagli ai fondi per il carcere), i bambini reclusi vivono un trauma che li accompagna per il resto della loro vita, per il solo motivo che non è quello il luogo in cui dovrebbero trascorrere i primi anni della loro esistenza.

 

A questa orribile situazione va ad aggiungersi l’improvvisa separazione dalla madre che i piccoli reclusi devono sopportare una volta raggiunta l’età di tre anni. Infatti la legge stabilisce che una volta trascorso questo periodo vengano affidati a familiari (per loro quasi sconosciuti, viste le difficoltà dei contatti tra chi si trova dentro e chi vive fuori) o case-famiglia.

Negli anni trascorsi in cella spesso vengono colpiti da malattie, anche di una certa gravità, le quali sfociano nel ricovero ospedaliero. Anche in queste circostanze si ritrovano soli a dover affrontare la degenza, allontanati dalla madre alla quale non è permesso assistere il figlio al di fuori dell’istituto.

 

Negli anni si sono succedute diverse leggi sulla detenzione con figli. Le previsioni normative affermavano la possibilità di applicazione di misure alternative alla reclusione per madri con bambini minori di dieci anni, tra le quali la detenzione domiciliare speciale. Quest’ultima è sottoposta a strette limitazioni dovute al tipo di reato commesso e al pericolo di recidiva. Nella pratica, le donne alle quali sono state concesse queste misure alternative rappresentano la minoranza.

 

Dal primo gennaio 2014 entrerà in vigore la legge n.62/2011 recante disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. La legge dispone la non detenzione carceraria fin quando il bambino non avrà compiuto il sesto anno d’età e in caso di esigenze di eccezionale rilevanza sarà disposta la permanenza presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri ( in Italia, ad oggi, esiste un solo istituto di questo tipo).

Inoltre è stato scelto di permettere alla madre di far visita al figlio malato in caso di ricovero ospedaliero per pericolo di vita o per gravi condizioni di salute attraverso l’emanazione di provvedimenti urgenti.

Altra novità riguarda le condannate incinta (o madri con figli di età inferiore ai dieci anni) che potranno espiare una pena fino a quattro anni in una casa-famiglia protetta.

Nel caso non vi sia pericolo di fuga o recidiva e sia possibile ristabilire la convivenza con i figli, le detenute potranno espiare la pena nella propria abitazione o, in ogni caso, in altro luogo privato o luogo di cura dopo aver scontato almeno un terzo della pena.

Nonostante la legge rappresenti un buon inizio per dare una scossa al sistema carcerario e alle ripetute violazioni di diritti umani, molti rimangono i profili critici.

 

Da un lato è abominevole far crescere un bambino dietro le sbarre, privarlo dei profumi, dei colori e delle sensazioni di una vita in libertà, dall’altro lo è altrettanto l’allontanamento coatto dalla madre che provoca in entrambi traumi profondi e difficili da superare. Le risposte della legge non bastano.

 

Se entro il primo gennaio 2014 non sarà promulgato il decreto attuativo della stessa, tutti i bambini che condivideranno con la madre la detenzione rischiano di dover vivere dentro le mura del carcere fino a sei anni.

Quello che viene a rilevare, anche dopo un’analisi superficiale, è la totale carenza di strutture dislocate sul territorio nazionale per ospitare madri e figli. Tutte le associazioni che si occupano di questo tema, inoltre, avanzano molti dubbi sull’adeguatezza degli istituti a custodia attenuata, in quanto questi si trovano sempre sotto il controllo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Quello per cui queste realtà invece spingono è un maggior investimento in quelle strutture, quali le case-famiglia, che permetterebbero delle condizioni di vita più adatte al rapporto madre-figlio. La legge sul punto è chiara, non è predisposto nessun finanziamento per realizzare questa alternativa.

 

Anche sul versante dell’eventuale ricovero dei bambini, è palese che non sia sufficiente la tutela prevista dal testo. I casi in cui viene concesso alla madre di assistere il figlio ricoverato sono pochissimi e ne viene data un’interpretazione decisamente restrittiva.

 

Forse, però, un modo per ridare speranza a queste donne che auspicano per i loro figli un futuro migliore, ci sarebbe. Innanzitutto bisogna abolire completamente la detenzione in carcere, anche nei casi di reati gravi e di recidiva, e investire sul recupero delle madri, attraverso l’attivazione di percorsi alternativi di vita rispetto all’ambiente della criminalità.

Non basta una legge per farlo, è necessario che ognuno si attivi in concreto, innanzitutto a livello culturale, per superare i tantissimi pregiudizi ancora esistenti sulla popolazione detenuta.

Cultura e sensibilità devono essere alla base del cambiamento.

 

Ecco alcune parole di una mamma in permesso per qualche giorno dopo essere stata allontanata dal suo bambino una volta compiuti i tre anni:

 

Ecco sono uscita, la preoccupazione più grande è arrivare a casa il più presto possibile, perché lui sta per arrivare, mettergli in ordine i suoi giochi, riordinare i suoi vestiti, preparargli il pranzo, ricominciare a fare tutte quelle cose che erano un’abitudine.

Prima però lo attendo alla stazione e ogni treno che passa il cuore mi batte sempre più forte, ed ecco è arrivato il momento, “quello è il treno”, corro, lo vedo con il sorriso sul volto, vedo le sue manine muoversi per salutarmi, gli sportelli si aprono e lui fa un salto per abbracciarmi forte e sussurrarmi all’orecchio: “Mamma, sei qui“.”

 

Viaggio nelle carceri danesi. Clemenza o civiltà?

 

di Francesca De Nisi*

 

“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri… Perché è da esse che si misura il gradodi civiltà di una nazione”. Così Voltaire nel diciottesimo secolo, sviluppando un concetto che, ripreso in seguito da Dostoevskij, sarebbe diventato una linea guida per tutti gli studiosi di criminologia del ventesimo secolo.
Concetto che sta dietro alle European Prison Rules, alla Convenzione Europea per i Diritti dell’ Uomoe più nello specifico all’art.27 della nostra Costituzione. Un principio di civiltà che qualsiasi giurista [e auspicabilmente qualsiasi cittadino] dovrebbe avere ben saldo quando si approccia al mondo dei penitenziari.
Cosa s’intende per “civiltà della pena”? La risposta è molto più semplice di quanto si possa pensare a prima vista: significa non infliggere una pena superiore a quella necessaria. Volendo essere più pratici: se la pena è la reclusione in carcere, essa si sconta con la deprivazione della libertà personale. Tutti gli altri diritti fondamentali Costituzionalmente e universalmente riconosciuti devono continuare a essere garantiti. Nel ventunesimo secolo questo principio in Italia viene costantemente violato.
Quella che oggi voglio condividere con voi è l’esperienza di una visita in un carcere danese. Mettendo da parte le problematiche legislative, i reati più rappresentati in carcere, la violenza di un istituto che sempre più spesso inasprisce le differenze tra classi sociali, concentriamoci sul suo aspetto più pratico e basilare: la civiltà della pena.

RINGE, Danimarca.
Il carcere di Ringe ospita 86 detenuti, tutti dai 15 ai 23 anni.  La visita in carcere è stata organizzata dalla cattedra di “Perspectives on punishment and alternative despute resolutions” della prof.ssa Storgaard da noi intervistata in precedenza. Siamo in 26 a decidere di andare, provenienti da Spagna, Italia, Polonia, Germania, Australia e Danimarca. Ad accoglierci è la direttrice del carcere, che ci parla dell’importanza delle European Prison Rules prima di dividerci in gruppi per iniziare il “tour” vero e proprio.

Sala da pranzo.
La prima stanza nella quale veniamo condotti è la sala da pranzo. Un tavolo, due divani, delle sedie, il lavandino e in una stanzetta adiacente i fornelli. I detenuti ricevono 400kr danesi (57 euro circa) a settimana per il cibo, i soldi sono caricati direttamente sulla loro carta di credito. Quando li ricevono, vanno a fare la spesa nei supermercati all’interno dell’istituto. Saranno loro stessi poi a cucinare ciòche comprano. Hanno a disposizione forchette e coltelli “morbidi”: le lame troppo taglienti e i coltelli più grandi sono vietati per ragioni di sicurezza. Seduti sul divano al nostro arrivo ci sono due ragazzi che giocano a carte.
“Perché non siete al lavoro? “chiede Majibrit Christensen..Responsabile dei social workers e per oggi nostra guida.
“Abbiamo finito prima, oggi a noi toccava la pulizia” rispondono. Majibrit chiede allora di mostrarci una stanza. Il ragazzo più giovane si alza e ci apre la porta della sua…

Cella.
La porta è senza sbarre. Rossa, ovviamente con meccanismo di chiusura solo esterno. La stanza è piccola ma piena: un letto in disordine, una scrivania, uno scaffale, un piccolo armadio e una televisione con playstation. Accanto a letto c’è una foto incorniciata. “E’ la mia ragazza”, ci dice. Lo scaffale è pieno di roba ammassata: fogli, foto, cornici vuote, cereali, biscotti, libri, “Deve diventare la mia casa”, ci spiega. “Ci metto quanta più roba posso”.
L’obbligo di chiusura in cella scatta la sera: dalle 21.15 alle 08.00 di mattina i detenuti non possono circolare per l’istituto. Se hanno bisogno di un medico o di andare in bagno vengono scortati dalla guardia di turno.
La chiusura in cella diurna poi a volte può essere una forma di “punizione”.
“Dobbiamo andare” ci dice la guida. “Siamo in ritardo e c’è da vedere

L’esterno.
La guida apre la porta che dà all’esterno… C’è un giardino abbastanza grande, una palestra chiusa, degli attrezzi all’aperto, un campo da calcio, dei tavoli da ping pong. I detenuti possono stare all’esterno circa 3 ore ogni pomeriggio, l’area esterna viene condivisa anche dalle donne.  I primi dieci metri (circa) subito esterni alla sezione comunque sono sempre frequentabili dai detenuti. Il limite che non possono valicare al di fuori delle “ore d’aria” non è delimitato da un muro ma da una striscia sul terreno ed è ovviamente videosorvegliato dalle telecamere. Subito dopo la palestra veniamo condotti alle

Sale per i visitatori.
Non possiamo entrare per questioni di tempo ma la nostra guida ci dice di dare un’occhiata dal vetro. Le camere non sono molto grandi, ci sono due divani, un letto, una scrivania e un armadio provvisto, tra le altre cose, di profilattici. Il detenuto e il visitatore vengono lasciati nella privacy più totale per tutta la durata della visita, che può variare dalle 2 alle 6 ore (questo perchè c’è una certa flessibilità quando i visitatori provengono da lontano. Non potendo andare ogni settimana, vengono loro concesse visite più lunghe.) Una volta ogni tot di tempo i/le rispettivi compagni/e possono chiedere di passare la notte all’interno dell’istituto. “La mia ragazza viene una volta ogni due settimane” ci dirà un detenuto qualche ora dopo.  La nostra guida ci scuote: “Muoviamoci o non faremo in tempo a incontrare i ragazzi sul loro posto di

Lavoro.
Ogni detenuto lavora sette ore al giorno. Il turno finisce alle tre del pomeriggio..Lo stipendio percepito è di 8 corone (1,50 euro circa) all’ora. Il salario settimanale viene dato ai detenuti insieme con i soldi per il cibo. Mentre quelli per il cibo però non possono essere toccati, quelli del salario diminuiscono se il detenuto non si presenta al lavoro. I lavori disponibili all’interno sono 3: lavanderia, carpenteria, falegnameria. Quando entriamo sono tutti al lavoro, ci chiedono chi siamo, da dove veniamo, tentano di parlare inglese e qualcuno abbozza un timido complimento in stile nord-europeo.  La guardia ci spiega che ogni gruppo di lavoro ha un responsabile per la pulizia e uno per la cucina. I detenuti possono poi scegliere di non andare al lavoro per qualche ora e frequentare invece la

Scuola.
Non vediamo la scuola al suo interno, ci viene raccontata da Pedro e Steen, due dei professori. Pedro è il più “anziano”, lavora in carcere da 22 anni e l’orgoglio con cui ne parla è tangibile e dirompente. I corsi disponibili sono la lingua danese [pensato in particolare per gli stranieri e per i ragazzi con problemi a leggere e scrivere], la lingua inglese, lingua francese, matematica e informatica. Steen ci dice che sperano di ottenere anche dei corsi in chimica e fisica per l’anno prossimo. Crede che il governo abbia capito che bisogna investire sull’educazione, c’è molta pressione a causa dell’ondata di sovraffollamento che ha investito tutte le carceri europee.
I programmi scolastici offrono un test di livello ogni sei mesi, il livello più alto al momento è quello che corrisponde ad un diploma liceale. La cosa più importante dell’attestato ricevuto dai ragazzi alla buona riuscita del test è che non è possibile risalire al fatto che sia stato conseguito in carcere. Il livello di istruzione è lo stesso garantito all’esterno, anche gli enti che effettuano il test sono quindi i medesimi.
Pedro ci dice che una delle sfide più grandi è quella di aiutare chi voglia ottenere una preparazione universitaria. Non ci sono corsi attivi al momento in quel senso, ma se i ragazzi riescono a prepararsi “da soli” possono richiedere un professore che vada ogni tot di tempo. Ci sono però degli studenti che volontariamente affiancano i detenuti nel loro percorso e li aiutano. O almeno, è capitato qualche volta.
Quando chiedo a Pedro cosa è che lo motiva a continuare a fare il prof.  a  tempo pieno in carcere, mi dice che rimarrei sorpresa nel vedere la voglia di fare che molti ragazzi mostrano. E nel vedere come nei risultati dei test, loro siano in media più bravi degli studenti esterni.
“Certo non va così con tutti – dice – ma quando ci riusciamo, la soddisfazione è doppia”.
Majibrit lo interrompe scusandosi. Il tempo incalza ed è ora di parlare con

La guardia.
Jan è il responsabile delle guardie penitenziarie. Lavora in carcere da 20 anni e la prima cosa che fa è mostrarci il manganello e dirci “Avete presente i film americani? Beh scordateveli. Posso dirmi fiero di non aver mai usato un manganello da quando lavoro qua”.
Ci vogliono tre anni di training per diventare una guardia penitenziaria. Si viene allenati a non perdere le staffe, a mantenere il controllo, a comunicare. Ci sono degli psicologi disponibili appositamente per loro all’interno del carcere, ci spiega che ci sono situazioni dalle quali è difficile uscire: la crisi d’astinenza di un detenuto ad esempio, o l’apertura della porta di una cella d’isolamento. L’isolamento è una forma di punizione. Jan ci dice che la cosa più difficile è riaprire quella porta e trovarsi davanti un’altra persona. Una persona che potrebbe avere una crisi nervosa di nuovo o che semplicemente potrebbe aver perso il contatto col mondo. Quando gli chiedo se abbia mai assistito o se abbia notizia di abuso di potere da parte dei suoi colleghi, mi dice che è avvenuto, ma molto raramente. Ci dice poi che la comunicazione coi ragazzi è forse un’utopia ma è comunque un obiettivo che devono perseguire.
Majrbite è costretta ad interrompere di nuovo. La fine del nostro tour prevede una chiacchierata con

I ragazzi.
Veniamo divisi in due gruppi, stranieri e danesi, in modo da scegliere per noi i ragazzi che parlino inglese. Sono due, entrambi di 22 anni ed entrambi recidivi. Chiedo di descrivermi la loro giornata tipo, mi dice che si svegliano, vanno al lavoro, pranzano, finiscono il turno e poi stanno ad allenarsi fino ad ora di cena. Alle nove e un quarto è la chiusura, rimangono da soli in cella e guardano la tv, giocano alla play, pensano.
Gli chiedo se credono che stia “funzionando” il carcere come rieducazione, mi dicono che a loro non interessa la rieducazione al momento, vogliono solo finire il loro tempo in carcere e uscire. Ma dicono che stavolta non ci ricascheranno, è per entrambi la seconda volta, prima erano più immaturi dicono, ora sono cresciuti.  La parte più difficile della settimana per loro è il week-end, non passa mai, non lavorano e le ore procedono più lentamente. Gli chiedo poi del rapporto con le guardie, mi dicono che non c’è violenza, ma a volte prepotenza. “Ad esempio-mi dice Jonas- se io fumo dentro e mi vede la guardia “buona” mi dice di andare fuori. Se mi vede quella cattiva, mi chiude in cella per punizione”. Gli chiedo qual è il rapporto con loro, e con i social workers. Mi dicono che loro non vogliono rapporti con lo staff. Un ragazzo che parla troppo con la guardia non è visto bene dagli altri, è considerato una spia.  Hanno le loro regole, sono loro, e poi ci sono gli altri. “Il mondo fuori continua e una volta usciti ne rifaremo parte -dicono- ma qua, qua è un’altra storia. Qua ci siamo noi. E tutto il resto del mondo.”
Ci chiedono se abbiamo visitato altre carceri, ci dicono che sanno di essere fortunati. Ogni 3 settimane possono uscire, è un istituto previsto dal codice penale danese, il cosiddetto “leave”. Escono un giorno e poi rientrano, li aiuta a mantenere il contatto col mondo. “La mia ragazza dorme qua ogni due settimane” ci dice Ralph. E’ ottimo, così non mi dimentica.

E’ ora di andare. Un carcere è sempre un carcere. Un mondo dentro il mondo, con le sue regole, le sue alienazioni, le sue contraddizioni. Ci sono però dei limiti che non possono essere valicati, dei principi di civiltà che separano la pena dalla tortura. E’ dovere di uno Stato essere responsabile delle persone che lui stesso decide di perseguire. Noi ci troviamo in una società in cui ancora adesso sentiamo parlare di “se la sono cercata”. Siamo ancora quelli che si affannano per imporre nuove regole, eccitandoci nell’improvvisarci giudici di fronte ai più eclatanti casi di cronaca nera, e poi lasciamo che quelle stesse regole che invochiamo vengano trasgredite continuamente.

L’Italia continua a versare in uno stato di illegalità permanente.
Siamo tra quelli che hanno fondato l’Unione Europea. Per quanto ancora dovremo vergognarci della nostra giustizia da terzo mondo?

*studentessa Erasmus ad Aarhus

Tratto da http://www.progre.eu/

 

La Salute (P)reclusa e le nostre forme di tortura. Bologna, Venerdì 1 febbraio 2013 Ore 16.30

Permesso di soggiorno a punti

Di Martina Nasso

da \”Avrei voluto un sogno\” marzo 2012

Entrerà in vigore il prossimo 10 marzo il decreto del presidente della repubblica del 14 settembre 2011 , n. 179 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 11.11.2011.

La misura prevede un ulteriore inasprimento delle regole relative agli arrivi e alla permanenza dei migranti che entreranno in Italia successivamente alla data di entrata in vigore dello stesso.
Il nuovo arrivato di età superiore ai sedici anni (sempre che non sia affetto da patologie o da disabilità tali da limitare gravemente l’autosufficienza o da determinare gravi difficoltà di apprendimento linguistico e culturale), infatti, dovrà sottoscrivere, contestualmente alla presentazione della domanda per il rilascio del permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno, un accordo d’integrazione col quale il migrante dichiari d’impegnarsi in tutta una serie di attività che dimostrino il suo sforzo nel voler  diventare un “bravo cittadino italiano” perfetto conoscitore della lingua, delle tradizioni e della cultura del Bel Paese.
La sottoscrizione dell’accordo non è prevista per i minori non accompagnati in affido, ovvero sottoposti a tutela, le vittime della tratta di persone, di violenza o di grave sfruttamento.
Il meccanismo è molto simile a quello previsto per la patente di guida. Questo, tristemente, è il paragone più efficace, per quanto mettere sullo stesso piano da un lato la possibilità di vivere in un luogo diverso dal proprio paese d’origine e, dall’altro, la possibilità di guidare un veicolo sia oggettivamente aberrante.
All’atto della sottoscrizione dell’accordo, sono assegnati allo straniero sedici crediti corrispondenti al livello A1 di conoscenza della lingua italiana parlata e al livello sufficiente di conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia.
Lo straniero partecipa gratuitamente alla sessione di formazione civica e d’informazione sulla vita civile in Italia entro i tre mesi successivi a quello di stipulazione dell’accordo. La sessione ha una durata non inferiore a cinque e non superiore a dieci ore e prevede l’utilizzo di materiali e sussidi tradotti nella lingua indicata dallo straniero. La mancata partecipazione alla sessione di formazione civica e d’informazione dà luogo alla perdita di quindici dei sedici crediti assegnati .

Nel corso dei due anni successivi con la possibilità di proroga di un altro anno nel caso in cui i crediti siano compresi tra 1 e 16,  lo straniero dovrà impegnarsi a raggiungere un monte crediti pari a 30 affinché si possa definire raggiunto lo scopo dell’accordo.

I crediti riconoscibili riguardano la conoscenza della lingua italiana (livello A2), la conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia (livello sufficiente), la frequentazione di percorsi d’istruzione per adulti, corsi d’istruzione secondaria superiore o d’istruzione e formazione professionale, corsi di formazione anche nel Paese di origine, percorsi degli istituti tecnici superiori o d’istruzione e formazione tecnica superiore, corsi di studi universitari o di alta formazione in Italia, corsi di integrazione linguistica e sociale, conseguimento di titoli di studio aventi valore legale in Italia e di onorificenze e benemerenze pubbliche, svolgimento di attività di docenza, attività economico-imprenditoriali, partecipazione alla vita sociale, scelta di un medico di base e di un’abitazione regolare.

Nel caso in cui, allo scadere del termine non si sia raggiunta la soglia prevista, la sanzione comminata è la revoca del permesso di soggiorno o il rifiuto del suo rinnovo e l’espulsione dello straniero dal territorio nazionale, salvo che lo straniero sia titolare di permesso di soggiorno per asilo, richiesta di asilo, per protezione sussidiaria, per motivi umanitari, CE per soggiornanti di lungo periodo, di carta di soggiorno per familiare straniero di cittadino dell’UE, nonché dello straniero titolare di altro permesso di soggiorno che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare.

I crediti possono anche diminuire nel caso di condanne penali, anche non definitive, illeciti tributari e l’imposizione di misure di sicurezza personali. Qualora il numero dei crediti finali sia pari o inferiore a zero, è decretata la risoluzione dell’accordo per inadempimento e le stesse conseguenze di cui sopra.

Una prima conseguenza di ordine tecnico-giuridico riguarda il profilo di illegittimità costituzionale che da una prima lettura è riscontrabile nel provvedimento. Infatti, l’elenco dei reati e delle misure di sicurezza personali idonei a comportare la decurtazione di punti, continua a non distinguere fra reati ostativi o meno al rinnovo del permesso di soggiorno secondo le previsioni dell’art 9 del D. Lgs. n. 286/1998 (Testo Unico sull’Immigrazione) . Ciò equivale a trasformare in ostativi rispetto alla permanenza sul territorio dello Stato, dei reati che non sono previsti come tali dalla legge.
Inoltre, questo sistema porterà con sé tutta una serie di conseguenze negative anche sul piano socio-economico.
È necessario tener conto delle differenze che verranno a crearsi tra chi arriverà prima dell’entrata in vigore del decreto e chi dopo. Si accentueranno ancora di più gli attriti tra persone che spesso si trovano in condizioni disperate e non è assurdo immaginare l’acuirsi della guerra tra poveri già in atto da qualche tempo.

In uno stato come l’Italia in cui le politiche di welfare sono ridotte all’osso e lo stato sociale ha fallito non si riesce ad immaginare come sarà possibile attivare questi corsi di formazione e istruzione che invece faranno gola ai vari istituti privati e daranno il via ad un’enorme speculazione sulla disperazione delle persone. Infatti, per il riconoscimento dei crediti sarà necessaria la frequentazione di corsi strutturati per lo più a pagamento che rilascino un attestato che sarà incluso nella documentazione che dimostrerà l’adempimento dell’accordo. Ciò senza dubbio causerà un’ulteriore divisione tra chi raggiunta l’Italia avrà la disponibilità di tempo e denaro per dedicarsi all’approfondimento della cultura e delle tradizioni del Paese in cui è arrivato, e chi, la maggior parte non avrà questa chance, costretta a lavorare 12 ore al giorno per un salario appena sufficiente alla sussistenza.

E’ impossibile ignorare che gravissime saranno le implicazioni sociali di un siffatto provvedimento: l’uniformazione e la creazione di una cultura imposta e preconfezionata a scapito della cultura di origine che dovrà essere distrutta per vivere legalmente in questo luogo, l’annichilimento della personalità rinchiusa in rigidi schemi a cui sarà permesso esprimersi solo all’interno delle istituzioni statali.