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Un reddito per la dignità, contro la povertà e le mafie!

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di Giovanni Modica Scala

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”.

Nell’aula della facoltà di giurisprudenza tipicamente riservata ai coinvolgenti seminari di Mafie e Antimafia, si è tenuto il workshop tematico dedicato al reddito di dignità e alla recente iniziativa promossa da LIBERA (www.campagnareddito.eu per informarsi e sottoscrivere l’appello)

Nata nell’ambito della campagna nazionale Miseria Ladra, finalizzata al contrasto della povertà, la petizione per un “reddito di dignità” intende fare pressing nei confronti delle istituzioni affinché si discuta e si approvi una legge per liberare dalla ricattabilità chi versa in stato di povertà. Sono, infatti, 10 milioni (16% della popolazione) i cittadini in stato di povertà relativa costretti a campare con una media di 506€ al mese e ben 6 milioni (9% della popolazione) quelli in stato di povertà assoluta.

 

Ad aprire i lavori, Sandro Gobettidi BIN Italia, network per la promozione del reddito garantito. Molto sinteticamente illustra alcune tappe del dibattito, specificando che già nel 1997 la Commissione Onofriaveva indicato la necessità di introdurre il reddito minimo garantito per fronteggiare le politiche di deregulation. Nel 2005, poi, l’Eurostat metteva in luce il rischio che il 42% della popolazione italiana potesse giungere al di sotto della soglia di povertà, previsione che secondo Gobetti potrebbe presto concretizzarsi.

La proposta avanzata da BIN è quella di garantire un reddito minimo individuale, individuando una soglia al di sotto della quale nessuno deve ritrovarsi, per garantire un’autonomia nella scelta del proprio percorso di vita anche in base alle competenze acquisite, di concerto con misure di inserimento sociale.

Viene citato un rapporto del Parlamento Europeo del 2010 in cui si sottolinea che le forme di reddito minimo non sono un fattore di crisi bensì uno strumento di lotta alla crisi, in quanto comportano l’aumento dei consumi. L’auspicio con il quale si conclude il primo intervento è che la prima tranche di finanziamento derivi dai soldi tolti alle mafie.

La parola passa al costituzionalista Gaetano Azzariti, il cui discorso si focalizza sul fondamento costituzionale del reddito di cittadinanza. Il docente universitario individua i principi fondanti della nostra Costituzione che giustificano l’adozione di una forma di reddito di cittadinanza: la dignità della persona, connessa ai doveri di solidarietà; l’eguaglianza; i diritti di cittadinanza, intesi come partecipazione ed appartenenza; il lavoro, che si pone a fondamento della nostra Costituzione. Sono dei principi inscindibili ed interconnessi, specialmente per quel che concerne lavoro e dignità (“garantire ai cittadini un’esistenza libera e dignitosa” – art.36 Cost.; dignità umana come limite alla libertà di iniziativa economica privata – art.41 Cost.; lavoro necessario per garantire il pieno sviluppo della persona – art.4 Cost.).

Bisogna intendere il reddito di cittadinanza come forma di partecipazione: bisogna scongiurare il rischio del reddito come mero sussidio, come elemento caritatevole. Per fare ciò si può legare il reddito alle attività sociali, legandolo alla necessità che ciascuno svolga in base alle proprie capacità e alla propria scelta un’attività “che concorra al progresso spirituale e materiale della società” (art.4 Cost.). Il giurista ricorda, poi – a proposito del solito slogan “Ce lo chiede l’Europa” al quale si ricorre per giustificare esclusivamente politiche di taglio al welfare – che il Parlamento Europeo, sempre nel 2010, ha invitato i paesi membri ad adottare forme di reddito minimo sostenendo che “è uno strumento che può contribuire a migliorare la qualità della vita e offre a tutti la possibilità di partecipare alla vita sociale, culturale e politica.

Non mancano, in chiusura, critici riferimenti all’attualità delle riforme costituzionali: “riformare la Costituzione per garantire la governabilità è una contraddizione in termini: il diritto costituzionale serve a limitare i poteri”.

 

Prima dell’atteso intervento di Maurizio Landini, il coordinatore della campagna Miseria Ladra, Giuseppe De Marzo, incentra il proprio discorso sui dati allarmanti sulla povertà in Italia e sull’ impellenza di alzare la voce affinché le istituzioni si facciano

carico di un problema che dovrebbe essere all’ordine del giorno (negli ultimi 3 anni la percentuale di atti e iniziative di legge discusse dal Parlamento in tema di lotta alla povertà è dello 0,8%).

L’origine di “Miseria Ladra” risiede nella necessità, come LIBERA, di assumersi delle responsabilità  di fronte alle pratiche di darwinismo sociale che colpiscono il nostro Paese.

La povertà, nel giro di 7 anni, è raddoppiata. L’Italia è il Paese in cui più di 1/4 della popolazione è in condizione di povertà. E’ anche il Paese con il più alto tasso assoluto di povertà minorile. Il tasso di rischio di rimanere povero è il più alto d’Europa. Anche i dati sulla dispersione scolastica sono sconcertanti: siamo al 17,6% (con punte del 22% al sud) contro una media europea del 13,2%.

In uno Stato in cui il 61% dei disoccupati sarebbe disposto a lavorare per le mafie, il primo fattore di lotta alla corruzione è la giustizia sociale, per questo motivo LIBERA ha deciso di condurre una battaglia sul reddito di dignità.

 

Maurizio Landini, leader della FIOM e protagonista del lancio della cd. coalizione sociale, ammette che era in principio contrario a questa forma di reddito, specie se destinato anche a chi non lavora. Viene ricordata in proposito la posizione del dirigente della CGIL, Bruno Trentin, il quale motivava la sua contrarietà in quanto l’ambizione di un sindacato dev’essere quella di puntare alla qualità del lavoro.

Dopo la fase di massima forza del sindacato e di conquiste anche sul piano dei diritti, tra il 1969 e il 1980, il mondo del lavoro è totalmente cambiato: secondo Landini siamo di fronte ad una svalorizzazione generale del lavoro senza precedenti, in cui anche chi lavora è spesso povero. Oggi c’è gente che pur di lavorare, paga per essere assunta: si è passati ad una logica del favore.

Di fronte a tutto ciò, Landini e la FIOM hanno progressivamente allargato gli orizzonti.

La battaglia non deve, però, limitarsi al tema del reddito minimo garantito. Di fronte alla scomposizione del ciclo produttivo e alla libertà di licenziare diviene difficile per i lavoratori organizzarsi collettivamente. Di qui l’esigenza di ricomporre uno strato

sociale frantumato anche all’interno del mondo del lavoro (v. partite IVA e lavoro autonomo). Le proposte della FIOM sono: estendere la cassa integrazione a tutti e finanziarla con i contributi dei lavoratori e delle imprese; introdurre una forma di reddito minimo garantito finanziato dalla fiscalità generale e, in particolare, dai più ricchi; andare verso un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e verso un ripensamento della contrattazione collettiva.

 

Conclusi gli interventi dei principali relatori, è stato concesso uno spazio anche a movimenti e realtà studentesche che da tempo portano avanti delle battaglie in tema di reddito minimo e che forniranno il loro sostanzioso apporto alla causa.

 

Pertini diceva: “Per me non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Possiamo considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io.