Tag: danilo dolci

Il vero volto della Sicilia

il vero volto della sicilia

Qui il questionario su mafia, Chiesa e religione. Aiutaci a compilarlo…

Pubblichiamo, a cinquant’anni di distanza, la lettera scritta dal Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, successivo alla strage di Ciaculli e all’intervento pubblico del pastore valdese Pietro Valdo Panascia. La lettera vale come risposta a mons. Dall’Acqua, segretario di Paolo VI che lo invitava a prendere una posizione sulla mafia in sicilia.

Ruffini individua tra i grandi mali della Sicilia Il Gattopardo, Danilo Dolci e la mafia…

 

“Mi trovo in Sicilia da 18 anni e ritengo poter dire di conoscere abbastanza questa grande e splendida Isola nonché il suo popolo, intelligente, generoso e buono. Quindi per l’appassionato amore che mi stringe alla verità e la profonda stima che andò sempre crescendo nel mio spirito per questa terra privilegiata, sento di dover dire una parola che dissipi pregiudizi e rettifichi concezioni le quali più della carità offendono la giustizia.
In questi ultimi tempi si direbbe che è stata organizzata una grave congiura per disonorare la Sicilia; e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.

 

La mafia

Una propaganda spietata, mediante la stampa, la radio, la televisione ha finito per far credere in Italia e ali’Estero che di mafia è infetta largamente l’Isola, e che i Siciliani, in generale, sono mafiosi, giungendo così a denigrare una parte cospicua della nostra Patria, nonostante i grandi pregi che la rendono esimia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano.
Prima del 1860 sembra che nessuno parlasse mai di mafia.
L’etimologia del nome è piuttosto oscura, ma l’opinione più probabile è quella che la fa derivare da una parola araba usata dai contadini trapanesi per indicare cave di pietre dell’epoca saracena, nelle quali si erano dati convegno o si erano rifugiati i untori dell’Unità d’Italia e gli organizzatori occulti delle squadre rurali di appoggio a Garibaldi nell’impresa dei Mille (1).
Quei partigiani chiamati «mafiosi», perché provenienti dai covo delle mafie, apparvero facilmente dinanzi al pubblico uomini d’onore, valorosi ed eroici. Il titolo di mafioso venne quindi esteso a significare persone e costumi di particolare parvenza ed eleganza (2); ma poi assunse il valore attuale di associazione per delinquere, e qui è necessario richiamare le condizioni dell’agricoltura nella Sicilia Centrale e Occidentale di quei tempi. Venuta meno la difesa che proveniva dal l’organizzazione feudale e infiacchitesi il potere politico, i latifondisti ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti e di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato, e il passo alla criminalità, per istinto di sopraffazione e di prevalenza, fu molto breve.
Tale può ritenersi, in sostanza, l’origine della mafia contemporanea. Ne può destar meraviglia che il vecchio, deplorevole sistema sia sopravissuto, pur essendo cambiato il campo dell’azione. Le radici sono rimaste: alcuni capi, profittando della miseria e dell’ignoranza, sono riusciti a mobilitare gruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia nell’orticultura, nel mercato e nei più disparati settori sociali- Questi abusi sono divenuti a poco a poco tristi consuetudini perché tutelati dall’omertà degli onesti, costretti al silenzio per paura, e dalla debolezza dei poteri ai quali spettavano il diritto e l’obbligo di prevenire e di reprimere la delinquenza in qualsiasi momento, a qualunque costo.
Si rileva per altro dai fatti che la mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza.
Inoltre se è vero che il nome di mafia è locale, ossia proprio della Sicilia, è pur vero che la realtà che ne costituisce il significato esiste un po’ ovunque e forse con peggiore accentuazione. Per non rifarmi a vecchie date, chiunque abbia letto anche di recente i giornali ha potuto notare – non di rado con somma indignazione e forte deplorazione – delitti inqualificabili commessi altrove, in Europa e fuori, da bande perfettamente organizzate. Quelle città e quelle Nazioni hanno il vantaggio di potere isolare le loro nefandezze, non avendo un nome storico che le unisca, ma non per questo giustizia e verità permettono che si faccia apparire il popolo di Sicilia più macchiato delle altre genti.

 

Il Gattopardo

Un altro motivo di diffamazione è stato tratto, di certo contro l’intenzione dell’autore, dal romanzo «Il gattopardo» di GIUSEPPE TOMASI Duca di Parma e Principe di Lampedusa (3), pubblicato a Milano nel 1958, che ha raggiunto già l’83a edizione con un mezzo milione circa di esemplari. Il volume, riprodotto in un film piuttosto seducente, è divenuto purtroppo, per una grande moltitudine, la fonte storica della Sicilia. Vi sono dipinte, a colori oscuri, la aristocrazia e la borghesia siciliane all’epoca del passaggio dal regno borbonico al regno d’Italia, che il lettore o lo spettatore può ritenere ancora viventi.
La rilassatezza dei costumi, l’ironia talvolta volgare sulle persone e sulle pratiche religiose danno un quadro assai spiacevole. Le miserie che affliggevano nell’8oo il popolo siciliano, dalle strade impervie all’assenza di igiene, dalla mancanza di istruzione a una pigrizia paga delle glorie antiche. . . è una lunga serie di motivi deprimenti che suscitano profondo scetticismo e creano disistima per il popolo cui il principe apparteneva.
Ora mi domando: è giusto fare della società di cento anni addietro la società di oggi? è giusto dar credito a un romanzo che un principe deluso compone nell’ultimo anno di vita e nulla sa trovare nella sua gente all’infuori dei difetti, che sono forse anche i suoi, e non riesce a vedere i Iati profondamente sani e in parte ammirevoli, quali la bontà semplice e robusta, il senso della famiglia ancor oggi resistente a ogni forza avversa, il senso dell’onore, il forte attaccamento alle più pure tradizioni cristiane, e altri pregi ?

 

Danilo Dolci

Alla mafia e al Gattopardo si aggiunge, per declassare la diletta Isola, il pubblicista DANILO DOLCI.
Nato a Sesano (Trieste) il 23.6-1924, nel febbraio del 1952 venne a Trappetto, in provincia di Palermo, per iniziare quella campagna, apparentemente benefica, che doveva tanto corrompere in molti paesi d’Europa il vero volto della Sicilia.
Mediante l’apertura d’un Asilo, che dovette esser chiuso per irregolarità, con la diffusione dell’opuscoletto dal titolo « Da borgo di Dio » e di altre pubblicazioni, nelle quali mette il popolo siciliano tra i più arretrati e miserabili del mondo, attirò molta attenzione in vari ambienti, mentre con i suoi decantati digiuni e piccole attività assistenziali ottenne – per protezione dei comunisti – il premio Lenin di 16 milioni di lire e da alcuni giornali il titolo di Gandhi della Sicilia.
Tengo sott’occhio l’elenco delle sue gesta, che non specifico per non scendere a particolari incresciosi. Basti dire che dopo più di dieci anni di pseudo-apostolato questa terra non può vantarsi di alcuna opera sociale di rilievo che sia da attribuirsi a lui. Eppure continua a tener conferenze in diverse Nazioni, facendo credere che qui, nonostante il senso religioso e la presenza di molti Sacerdoti, regnano estrema povertà e somma trascuratezza da parte dei poteri pubblici. Intanto raccoglie plausi e denaro, destando viva commiserazione in quanti l’ascoltano per il popolo di Sicilia.

 

 

***

 

Dopo questa succinta descrizione della battaglia morale che si combatte, un po’ ovunque, contro una regione nobilissima, mi sia consentito manifestare l’intima pena che provo nel constatare come nella nostra stessa Nazione abbia preso incremento, in non pochi manovratori dell’opinione pubblica, il pessimo gusto di diffondere a tinte marcate i torti – talora falsi o, per lo meno, ingranditi – della Sicilia, le colpe e i delitti che vi si commettono, mentre si passano sotto silenzio le singolari prerogative che la rendono degna di rispetto e fanno concepire le migliori speranze per il suo avvenire.

 

LE GLORIE SICILIANE

E’ chiaro che in una lettera Pastorale non è possibile descrivere, nemmeno per sommi capi, ciò che forma la storia gloriosa della Sicilia Non starò certo a ricordare le famose stirpi che hanno occupato il suo suolo : dai leggendari Ciclopi ai Sicani, dai Fenici ai Siculi (4), dai Greci ai Cartaginesi e ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, ai Francesi, ai Tedeschi, agli Spagnoli.

Monumenti lasciati da varie civiltà

Noterò soltanto che specialmente i Greci e i Romani, gli Arabi e i Normanni hanno lasciato grandiose memorie, che rendono celebri molte località dell’Isola. Dopo Roma non so se vi sia una terra che possegga maggiori monumenti della Sicilia. Ne sanno qualcosa gli studiosi e i turisti, che hanno avuto la buona sorte di visitare, p. e. Siracusa, Agrigento, Piazza Armerina, Selinunte, Segesta. . . La Cappella Palatina e la Cattedrale di Palermo, la Basilica di Monreale e la Cattedrale di Cefalù sarebbero sufficienti per giustificare un lungo viaggio che avesse per meta la visita e la conoscenza diretta di queste indescrivibili meraviglie. I mosaici della sontuosa Villa Romana della fine del terzo secolo o del primo decennio del quarto, scoperti recentemente a cinque chilometri da Piazza Armerina, si afferma che siano i più grandi del mondo.
Le altre testimonianze della fede cristiana, le antiche memorie cristiane, iniziate dall’Apostolo Paolo a Siracusa (5) nell’anno 60 dell’era nostra, sono addirittura commoventi.
I Sepolcri paleocristiani di Catania dei primi secoli, tra i quali emerge trionfale l’eccelsa figura di S. Agata, eroica testimone di Cristo sotto la persecuzione di Decio nel 296; le catacombe di S.Giovanni in Siracusa, certamente frequentate da S. Lucia, morta martire nel 304; le catacombe di Ragusa del terzo secolo; la piccola Basilica cristiana, con due absidi e il battistero del IV, rinvenuta a Gela; i numerosi documenti cristiani trovati a Piazza Armerina, pure dei secoli III – IV tra i quali una celeberrima lucerna rappresentante la Risurrezione di Cristo (6); il
complesso catacombale di Agrigento della prima metà del secolo IV, e l’apostolato svolto nel sec. VI dal Vescovo San Gregorio, che dedicò il tempio della Concordia al Principe degli Apostoli;
la presenza dei Cristiani a Marsala (l’antica Lilybaeum) prima del 270, contro i quali l’eretico PORFIRIO scrisse i suoi 15 libri, e la prosperità ivi raggiunta dalla Chiesa, sotto li Vescovo Pascasino. che in qualità di Legato del Papa S. Leone I, tra il 451 e il 453, presiedette il Concilio di Calcedonia (7); e, finalmente, per non dilungarmi, le catacombe di Porta D’Ossuna a Palermo (8), stanno a dimostrare la veneranda antichità della fede cristiana in Sicilia, emula veramente delle grandezze di Roma.
Che dire poi dei simboli pervenutici da quei remoti fratelli che attestano l’unità e la trinità di Dio, l’efficacia del Battesimo, il culto dei Santi, la risurrezione della carne e la beatitudine eterna?
In Sicilia si va particolarmente orgogliosi di una devozione fervidissima verso la grande Madre di Dio («la bedda Matri»).
Il massimo tempio di Palermo, eretto dall’Arcivescovo GUALTIERO OFFAMILIO nel 1170, venne dedicato a Maria Santissima Assunta in Cielo; a corona dei Santuari già consacrati all’Immacolata, tra il 1724 e il 1726 si innalzò in suo onore il bei monumento che adorna ancor oggi la Piazza di S. Domenico; e, come ho ricordato in altra Pastorale (9), la prima Diocesi che implorò e ottenne da Pio VI la facoltà di celebrare la festa del Cuore Immacolato di Maria è stata Palermo (22 marzo 1799).
La Sicilia si vanta inoltre di aver dato i natali ai Pontefici:
S AGATONE (678-681), S. LEONE II (682-683), S. SERGIO I (687701), STEFANO III (768-772) (10).

L’amore di patria

La Sicilia a nessuna terra è seconda per amore alla Patria e per i contributi dati alla sua grandezza. Numerosi eroi che si sono sacrificati per rivendicare le giuste libertà, tra i quali, venticinque decorati di medaglia d’oro, sono altrettante gemme che costellano lo splendido cielo d’Italia.

Personaggi illustri

Chi può enumerare gli uomini insigni che seguendo le orme di Archimede, nato a Siracusa nel 482 a. C., si sono distinti in ogni ramo del sapere e delle belle arti: l’architettura, la scultura, la pittura, la musica… e soprattutto nella santità? Mi accontento di accennare all’epoca moderna.
MARIANO SMIRIGLIO da Palermo (1561-1636) architetto del Senato di Palermo, il SAC. PAOLO AMATO da Ciminna (1534-1714) (11), FILIPPO JUVARA (1676-1736) chiamato dai messinesi l’architetto dei re e il re degli architetti, IGNAZIO MARABITTI (17191796), GIUSEPPE VENANZIO MARVUGLIA (1729-1814) e GIACOMO SERPOTTA (1656-1732) da Palermo, ANTONELLO DA MESSINA (1430-1479), GIUSEPPE SALERNO – detto « lo zoppo di Ganci » (verso la fine del sec. XVI), PIETRO NOVELLI da Monreale (1608-1647), ALESSANDRO SCARLATTI da Palermo (1660-1725) (12), VINCENZO BELLINI (1801-1835) detto comunemente « il cigno catanese », DOMENICO GAGINI da Bessone e FRANCESCO LAURANA da Zara che hanno trovato qui l’ambiente adatto, e cento altri (13) fanno della Sicilia un centro di ammirazione per quanti si interessano di opere di genio.
Tra gli apostoli della carità – che compendia tutte le virtù cristiane – omettendo i santi antichi, spiccano per salutari opere sociali, ognor crescenti: il P. GIACOMO CUSMANO (1834-1888) (14) e il Can. ANNIBALE DI FRANCIA (1851-1908) (15). Né può essere dimenticato il Servo di Dio P. GIORGIO GUZZETTA (1682-1756) (16), grande precursore dell’apostolato per il ritorno delle chiese separate d’Oriente all’unità cattolica.

Le bellezze naturali

Le bellezze naturali sono insuperabili. Le montagne, con l’Etna incandescente e il Monte Pellegrino detto da GOETHE «il più bel promontorio del mondo», (al quale ascendono folle festose per venerarvi la grotta abitata lungamente, in amorosa penitenza, dalla Santuzza, la Vergine Rosalia), le valli fiorite, con la rinomata Conca D’Oro di Palermo, il ciclo che riflette i suoi smaglianti colori sul mare, il clima dolce e carezzevole che fa trovare qui una perenne primavera, il fascino che destano i panorami di Palermo, di Erice, di Taormina, l’innata cortesia e generosità della popolazione fornirebbero davvero materia inesauribile per la poesia e il canto. Per questo l’idioma italiano, che ebbe alla corte di FEDERICO II, Re di Sicilia (1214-1250), i primi cultori – come in Toscana – fiorì in liriche stupende
Se tale è la Sicilia, perché si cerca di umiliarla mettendone in esagerato rilievo, non di rado aggravato con menzogne, difetti e manchevolezze che accompagnano l’umanità ovunque essa si trovi? Quanti siciliani dentro e fuori d’Italia onorano anche al presente la loro terra d’origine nella magistratura, nelle scuole medie e superiori, nell’esercito, nelle arti, nella politica e là dove, comunque, intelletto e cuore si congiungono per compiere opere di bene e di progresso!
Si dirà che mi sono proposto di tessere un panegirico da nessuno richiesto; ho espresso unicamente quanto mi dettava la coscienza, sicuro d’interpretare i comuni sentimenti delle persone rette.

INCORAGGIAMENTI ED ESORTAZIONI

I progressi realizzati e da realizzare

A questo punto vorrei dire ai Siciliani di perseverare nella via ascensionale che hanno intrapreso. La Sicilia di oggi non è quella di ieri: è assai migliorata e continua a migliorare sotto ogni aspetto.
Non so esternare l’intimo compiacimento che provo di frequente nell’accostare i poveri e gli ammalati: quale nobiltà di sentimenti manifestano con estrema semplicità! In umili paeselli ho trovato una gioia limpida, spontanea quale non si riscontra facilmente tra coloro che abbondano di denaro e di onori. Quella è una bontà sincera che emana da costumi moralmente sani e da profondo senso cristiano.
I forestieri che di anno in anno giungono ognor più numerosi in Sicilia sogliono ripartire col desiderio di tornare; e se com’è da sperare – risola avrà le riforme desiderate e sarà meglio conosciuta, diverrà probabilmente la regione più frequentata d’Italia.
La Sicilia è ancora lontana dall’avere quel benessere che le spetta; per troppo tempo è stata quasi dimenticata; sono necessari provvedimenti che il popolo non può darsi da sé.
Occorrono case, scuole – specialmente elementari e professionali, – e fonti di lavoro. La gioventù è fervida e avida di avanzare; possiede un potenziale preziosissimo, che, educato e coltivato con la collaborazione di tutte le autorità responsabili, darà – non vi è dubbio – nuovi motivi di vanto.

Spirito religioso e civiltà

Non si creda che il popolo siciliano sia superstizioso; anche quelle manifestazioni che possono apparire esuberanti o indecorose, hanno il valore di un linguaggio caratteristico, immaginoso e sommamente espressivo.
Mi si perdoni se l’affetto mi fa velo; penso che alle glorie del passato e alle bellezze del presente corrispondano in generale le virtù civiche e religiose del popolo.

***

Prima di concludere rivolgo direttamente la parola ai diletti figli e figlie, che tanti conforti mi hanno recato durante il mio lungo ministero pastorale.

Avanzamenti auspicati

Le lodi che vi ho tributato e la difesa che ho preso di voi non mi possono impedire di esortarvi a santificare la vostra condotta. Con la fedele adesione ai saggi insegnamenti dei vostri padri vogliate congiungere una vita effettivamente cristiana quale vi chiede Nostro Signore: le fughe matrimoniali devono assolutamente cessare; il Battesimo dev’essere ricevuto dai vostri bambini nei primi giorni dalla nascita. Urge che siano applicati con la dovuta energia e la maggiore sollecitudine i rimedi deliberati dalle pubbliche autorità – e altri siano presi, se risultano necessari (17), perché scompaiano quanto prima la delinquenza e la immoralità sia individuali che associate.
La diletta Patria che di quando in quando desta gravi preoccupazioni, sia decisamente fedele ai disegni di Dio che l’ha costituita, ponendo al suo centro il Vicario di Cristo, Missionaria di giustizia e di pace a salvezza di tutti i popoli! In cima ai nostri desideri un ideale raccoglie ogni altra aspirazione: torni la Sicilia di esempio, in modo che la vostra vita individuale, familiare e sociale sia apologia luminosa della nostra Santa Religione alla quale ci onoriamo di appartenere.
Pregando il Signore, per mezzo di Maria Santissima « Siciliae decus ac praesidium», che conceda a tutti e a ciascuno di prender viva parte alla ineffabile gioia della risurrezione di Gesù Cristo, Vi benedico nel Nome + del Padre e + del Figliolo e + dello Spirito Santo.

Dal Palazzo Arcivescovile, Domenica delle Palme 1964”.

 

+ ERNESTO CARD. RUFFINI
Arcivescovo

 

E. Ruffini, Il vero volto della Sicilia. Lettera pastorale, in Bollettino ecclesiastico palermitano. Pubblicazione ufficiale dell’Archidiocesi, LIX (1964).

 

 

 

Note

1) Cfr. GIUSEPPE GUIDO LOSCHIAVO, « 100 anni di mafia» (Roma 1962) 29 s.
2) Un’altra parola araba, simile alla prima, pareva legittimare anche questo secondo uso.
3) GIUSEPPE TOMASI nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma nel luglio 1957.
4) Si ritiene che dal nome SIKELIA, dato dai Siculi all’isola, sia derivato quello, giunto fino a noi, di Sicilia.
5) Atti ap. 28,12.
6) Vi si scorge la destra di Dio che attrae in Cielo il Salvatore.
7) In quel Concilio – il più importante del periodo patristico – si definì la unità di persona in Cristo contro l’errore di Nestorio e le sue due nature – divina e umana – che i Monofisiti, con a capo Eutiche, osavano negare.
8) Cfr. Mons. can. OTTAVIO GARANA, Le catacombe Siciliane e i loro Martiri, Palermo 1961.
9) 27 novembre 1953.
10) Secondo una veneranda tradizione S. SILVIA, quando lasciò Palermo verso il 540, attendeva già il figlio, che doveva diventare S. Gregorio M. Può considerarsi siciliano anche il Pontefice CONONE, succeduto a Giovanni V il 2I.X.686, perché educato in Sicilia.
11) Si deve a PAOLO AMATO l’artistica Chiesa del Salvatore divenuta ora «Auditorium», che il Maestro O. Ziino dice essere il più bello di quanti ne ha visti viaggiando per l’Europa, l’America, l’Asia e l’Australia.
12) Si riteneva oriundo di Trapani, invece risulta nativo di Palermo.
13) Più ampie notizie si possono trovare nel volume di G. GANCI BATTAGLIA, «Storie di Sicilia», Palermo 1960.
14) Fondatore delle due Congregazioni religiose: dei Servi e delle Serve dei Poveri («Boccone del povero»).
15) Fondatore dei Rogazionisti e delle Suore del divino zelo.
16) Nato a Piana degli Albanesi e morto a Partinico.
17) Mi piace riportare un brano dalla Relazione letta da S.E. Pasquale Carotalo, Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Palermo, nella solenne inaugurazione del corrente anno giudiziario: «Sono indispensabili nuovi provvedimenti legislativi, che consentano una più proficua azione contro le manifestazioni della delinquenza organizzata per reprimerla e per ostacolarla nella sua attività …….

 

Dalla “radio dei poveri cristi” a “radio aut”

L’uso dello strumento radiofonico in Danilo Dolci e in Peppino Impastato

Di Salvo Vitale

Il 25 marzo del 1970, alle ore 19,30 chi si fosse sintonizzato sui 98,5 mhz della modulazione di frequenza e sulla lunghezza d’onda di m 20.10 delle onde corte, avrebbe potuto sentire uno strano messaggio: “ S.O.S…S.O.S…Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza. Qui si sta morendo…Siciliani, Italiani, uomini di tutto il mondo, ascoltate: si sta compiendo un delitto di enorme gravità, assurdo, si lascia spegnere un’intera popolazione…” L’appello durava circa 20 minuti ed era seguito da una serie di altri messaggi che denunciavano lo stato di abbandono e di sfascio della popolazione delle Valli del Belice, dello Jato e del Carboi, ovvero di quella zona della Sicilia occidentale dove, due anni prima, un terribile terremoto aveva causato circa cinquecento morti e distrutto interi paesi: baracche, freddo, situazioni igieniche assenti, fame, sete, un panorama desolato su cui volteggiavano i corvi del clientelismo, della mafia, della disoccupazione, della disperazione. Il messaggio , accuratamente preparato, faceva appello all’art. 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. L’esperienza durò 26 ore, dopo di che un centinaio di carabinieri, già stati preavvisati con lettera, della natura non violenta dell’iniziativa, “attrezzatissimi di potenti mezzi meccanici, in pochi minuti scassavano, con innegabile perizia, porte e cancelli, impadronendosi delle trasmittenti” (1). Nei locali di Palazzo Scalia, a Partinico, si erano asserragliati, con il trasmettitore, Franco Alasia e Pino Lombardo, due collaboratori di Danilo Dolci, con cento litri di benzina, che avrebbero dovuto servire a dissuadere chi avesse voluto penetrare con forza nei locali: in realtà si è poi saputo che non si trattava di aspiranti kamikaze, ma che il carburante serviva ad alimentare un generatore di corrente, in caso di interruzione dell’energia elettrica. I due redattori vennero arrestati, assieme a Danilo, processati e infine rilasciati per una sopravvenuta amnistia.
Era nata “Radio Sicilia Libera”, la prima radio libera italiana, “la radio della gente che solitamente non ha voce, che non riesce a farsi sentire” (1)

Dall’esperienza della “Radio dei poveri cristi” (1970) a quella di “Radio Aut” ( 1977) passano appena sette anni, all’interno dei quali matura e si configura una situazione completamente diversa e una trasformazione radicale nel campo delle radiocomunicazioni.
Nel ’70 Danilo progettava “per evitare al massimo inciampi, di trasmettere su acque extra-territoriali su un’imbarcazione di bandiera non italiana”. Qualche altro tentativo, come quello di Radio Milano International venne effettuato e subito fermato con il sequestro delle attrezzature nel 1975 (10 marzo): il 26 aprile dello stesso anno il pretore di Milano, Cassala, definì legittima “l’attività di trasmissioni radiofoniche fino a quando non si determinano interferenze che possano nuocere o disturbare le emittenti di stato”. La totale “deregulation” consentiva, tra il ‘75 e il ‘77 una grande fioritura di emittenti private, in gran parte commerciali, in piccola parte legate al circuito delle “radio libere”, con forti caratterizzazioni politiche.
Peppino aveva sentito parlare di Danilo sin dai tempi in cui frequentava il Liceo Classico di Partinico. Le lotte per la diga sullo Jato, l’attenzione verso la vita e i problemi del mondo contadino, la denuncia delle collusioni politiche tra la mafia e Bernardo Mattarella, gli scioperi della fame, le scritte murali, ma soprattutto la grande capacità di Danilo di coinvolgere masse di gente e di intellettuali provenienti da ogni parte d’Europa, avevano affascinato il giovane studente. Nel ’67 egli aveva partecipato alla “Marcia della protesta e della pace” : il resoconto di quella storica iniziativa venne scritto da Peppino, in qualità di corrispondente, su un giornale locale “L’idea”, che lui stesso aveva contribuito a creare e costituì un forte momento di contatto tra una personalità politicamente matura, come Danilo, e un giovane di 20 anni, alle sue prime esperienze politiche.(2)
Qualche mese dopo, durante il terremoto del gennaio ’68, Peppino fu tra i tanti volontari che raccoglievano abiti, cibo, merci, per portarle nei paesi terremotati: frequentò anche alcuni seminari sulla ricostruzione della Valle del Belice organizzati a Borgo di Dio, la grande struttura creata da Danilo a Trappeto.
Sul modo con cui Peppino visse le vicende della “Radio dei poveri cristi” non ho testimonianze, tuttavia stupiscono alcune impressionanti analogie sul modo di concepire la comunicazione come momento politico fondato su una precisa concezione dell’intervento.
Il confronto è possibile sull’analisi di due documenti: un opuscolo dattiloscritto di sei pagine, scritto da Danilo tra il dicembre del ’69 e il marzo del ’70, con il titolo: “Radio libera: alcune considerazioni preliminari”, (3) e pochi appunti, scritti da Peppino, nell’estate del ‘77 dal titolo “Proposte d’intervento radiofonico”. (4)

La posizione di Danilo si sviluppa su alcuni punti fermi:
1) non lasciare nulla all’improvvisazione;
2) analisi della situazione
3) indicazione dei tempi: un’ora la mattina e un’ora la sera, con una parte culturale e una parte d’attualità;
4) organizzazione e rete di redattori e corrispondenti locali;
5) individuazione degli obiettivi: carattere educativo inteso come auto-educazione, autogestione culturale, processo democratico;
6) individuazione dei problemi: finanziario, tecnico, organizzativo, culturale, politico, giuridico;
7) favorire la“produzione di nuove strutture democratiche attraverso la denuncia e il superamento di quelle clientelari-mafiose attraverso una presenza costante penetrante.

La struttura radiofonica è pertanto concepita come “espressione del malcontento sociale, come strumento di conoscenza per determinare direzioni alternative di sviluppo e come strumento di coagulo”, considerate le carenze di vita associativa che caratterizzano la zona. La radio come strumento per realizzare il diritto-dovere all’informazione e alla libertà d’espressione e come espressione diretta della cultura popolare, come “comunicazione dal basso” che faccia sentire “le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo”. Alla base del progetto una semplice premessa : “Il mondo non può svilupparsi in vera pace finché una parte degli uomini è costretta alla disperazione”.

Nelle sue “Proposte” Peppino Impastato manifesta singolari analogie con il documento di Danilo, che egli non conosceva: uguale la concezione della radio come momento di formazione e di aggregazione di un gruppo di lavoro, come strumento d’informazione alternativa rispetto all’informazione di regime e come espressione dei drammi e dei problemi esistenziali delle classi sociali subalterne, uguale la concezione dell’intervento radiofonico come strumento pedagogico per la formazione di coscienze politiche e come strumento di lotta. Molte affinità presentano anche l’individuazione delle fasce orarie e delle organizzazioni sociali con cui confrontarsi: Abbiamo una uguale concezione della radio come strumento di comunicazione diretta dei bisogni e della cultura della gente: quelli che per Peppino sono gruppi di “organizzazione autonoma del sociale”, per Danilo sono “persone, tavole rotonde, gruppi come consorzi, cooperative, sindacati e così via”: termini diversi per indicare gli stessi soggetti.

-Scrive Danilo: “Occorre uno strumento di comunicazione che arrivi a ciascuno facendo esprimere alla popolazione direttamente , esattamente il contrario di quanto avviene oggi, la sua più autentica cultura e i suoi bisogni…uno strumento che sia occasione non solo di conoscenza, ma, sia pure nel modo più aperto, di nuova organizzazione; sia martellante pressione sugli organi male e non funzionanti degli enti pubblici, dello stato, delle vecchie strutture in genere; scelga e si esprima dunque in modo rivoluzionario”.
-Scrive Peppino: “Solo a partire da una premessa politico-culturale nel territorio, che sia al tempo stesso proposta di mobilitazione e organizzazione autonoma del sociale (comitati di disoccupati, organismi di lotta dei precari, collettivi femministi, circoli e cooperative culturali ed economiche, associazioni sportive ecc.) si può pretendere di costituire un rapporto dialettico tra la struttura radiofonica e l’ambiente”

-secondo Danilo “non c’è dubbio che sia determinante allo sviluppo di una nuova società democratica l’infrangere il monopolio dell’informazione e dell’espressione, in mano alle vecchie strutture del potere”.
-secondo Peppino “esiste un primo livello, quello dell’informazione e controinformazione, che si presenta immediatamente come momento di rifiuto e di ridimensionamento dell’informazione di regime e del monopolio dell’industria del consenso (Rai, TV, stampa e mass media in genere)”;

-Danilo: “agendo in modo concentrato e massiccio da alcuni punti strategici di zone omogenee attraverso l’azione di centri-pilota dal rompere la crosta in un punto nevralgico, sarebbe derivata una notevole facilità nel determinare screpolature in tutta la superficie interessata.”
Peppino: “un secondo livello è quello dell’intervento politico. La radio diventa strumento diretto, come il volantino, il videotape o il megafono. dell’iniziativa di lotta e del progetto politico complessivo di una struttura di base “dislocata socialmente e territorialmente”. E’ questo il livello dell’agitazione politica vera e propria, dell’istigazione alla rivolta e all’organizzazione autonoma delle proprie lotte…”

-Danilo “una precisa conquista in questo senso non ha solo un significato locale e riesce a produrre reazioni a catena, non solo in quanto riesce a produrre qualità attraverso il lavoro: una propulsiva reazione a catena può venire dal diffondersi della valorizzazione stessa dello strumento.
-Peppino “il tutto è da intendere evolutivamente in direzione del terzo livello, quello degli spazi autogestiti. E’ il livello in cui la realtà sociale si appropria dello strumento radiofonico e lo usa direttamente per allargare e difendere le “macchie liberate” e come mezzo di coordinamento delle lotte e delle iniziative di massa”;

-Danilo “l’esperienza ci dice come e quanto la popolazione ascolti la radio, soprattutto le notizie locali, pur sapendo da che parte vengano e che non ce ne si può fidare: tanto più e meglio ascolterebbe la propria voce, la voce che la esprime e la libera. Chi di noi ha avuto esperienza diretta delle radio di liberazione sa cosa esse rappresentano”
-Peppino “la notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta, in maniera amplificata, al sociale stesso, senza filtri e interventi manipolatori…Tutto questo presuppone un uso molto ampio di registrazioni dal vivo e di notevole disponibilità della presenza politica.”

-Danilo “il carattere complessivo delle trasmissioni deve essere educativo sulla base delle esperienze locali (secondo un’educazione concepita come autoeducazione, autogestione culturale, processo democratico)”
-Peppino: : “questi spazi si inseriscono a pieno titolo nel processo di crescita di un movimento di opinione democratico e di opposizione”

Danilo: “Premere non-violentemente, scioperando attivamente e passivamente, non collaborando a quanto si stima dannoso, protestando e operando pubblicamente in forme diverse che possono venir suggerite dalle circostanze, dalla propria coscienza e dalla necessità: valendosi delle leggi buone quando esistono e contribuendo a realizzarne di nuove quando sono insufficienti, ma premere con forza serena finché non vincono il buon senso e il senso di responsabilità” (5)
– Peppino: “Per quel che riguarda la selezione della notizia, il criterio di priorità viene indicato dalla collocazione che una radio si è data all’interno della dinamica dello scontro politico e di classe e delle esigenze del sociale ad emergere autonomamente. Centrale è la creazione di un forte movimento di opinione non scissa dalla crescita di ogni movimento di contropotere”.

Queste due ultime note tuttavia evidenziano la differenza tra le due formazioni politiche e culturali di Danilo e Peppino e il diverso rapporto con lo strumento della comunicazione che si è sviluppato nei sei anni che dividono l’esperienza delle due radio: in Danilo c’è la costante ricerca di strumenti di formazione popolare per la costruzione progressiva di un mondo diverso fondato sui principi della non violenza e della conquista lineare della democrazia, in Peppino c’è l’urgenza di costruire questo mondo nuovo attraverso la frattura traumatica dello lotta di classe e della rivoluzione come momento catartico di eliminazione delle ingiustizie. Comune invece l’esigenza di conquistare la libertà d’informazione come strumento per la conquista della democrazia e quindi l’uso del mezzo informativo come strumento di formazione politica oltre che di denuncia di tutte le distorsioni e le malversazioni del potere. Messaggio attualissimo.(6)

Note:
1)Danilo Dolci: “Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi” Bari Laterza 1970 – premessa
2)Salvo Vitale: “Nel cuore dei coralli” Rubbettino 1995 pag.78
3)Danilo Dolci: ”La radio dei poveri cristi” a cura di Salvo Vitale e Guido Orlando, edizioni Navarra Palermo 2008
4)Salvo Vitale: “Peppino Impastato, una vita contro la mafia” Rubbettino, 2008 pagg.147/152
5)Danilo Dolci: “Esperienze e riflessioni” Laterza 1974 pag. 204
6)Questo articolo, a parte alcune integrazioni, è stato pubblicato in: “Peppino Impastato e i suoi compagni: Radio Aut – materiali di un’esperienza di controinformazione” Edizioni Alegre Roma 2008 pagg. 37-42

Foto: Danilo Dolci e Peppino Impastato alla “Marcia della protesta e della speranza” (1967)
(Pubblicato su Antimafia Duemila il 6.3.2014)