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Riot, la Rivoluzione parte da qui

di Novella Rosania

 

Dove progettavano  Daniel Cohn Bendit e i suoi compagni il movimento del ’68? In quale luogo si sono incontrati per la prima volta Fabio Gándara e Jon Aguirre Such per creare Democracia Real ya, il movimento che ha dato vita agli indignados e alle proteste di Puerta de Sol? In una piazza, uno scantinato, un garage, un’aula di università? O forse in un campeggio in riva al mare? Si, esattamente, i nuovi movimenti possono nascere anche sotto gli ombrelloni, con la sabbia, le  infradito e il sapore del sole e del sale ad ogni boccone. Questo è il Riot, campeggio studentesco, espressione e vigore di una nuova ondata di giovani liceali e universitari. Il Riot è il luogo dove le rivoluzioni si incontrano: quelle personali, quando un bacio rubato da uno sconosciuto ti sembra il momento più magico della tua adolescenza e quelle ideologiche, risultato del continuo incontro di idee, progetti e punti di vista.

Dopo aver montato le tende, ancora sporchi della terra rossa salentina, i ragazzi sono invitati dal megafono dello staff a raggiungere i vari workshop organizzati. Le tematiche sono le più disparate: quale scuola per il futuro dell’Italia, reddito di cittadinanza e diritti dei lavoratori, la creazione di un manifesto per la ripubblicizzazione dei saperi, il ruolo degli enti locali nell’Europa dell’austherity, dai conflitti ambientali alla democrazia energetica. Non solo scuola, dunque, ma anche e soprattutto questa. Di rilevante importanza la visita al bene confiscato di Torchiarolo, nel territorio di Mesagne, e il successivo dibattito con i volontari della cooperativa sul tema dei beni confiscati alla mafia come risorsa pubblica per il riscatto del territorio. Il confronto generazionale è all’ordine del giorno: non ci sono solo studenti, diplomandi e diplomati, ma anche universitari e lavoratori. Danno il loro contributo personaggi di rilievo: Mimmo Consales, sindaco di Brindisi, Stefano Ciccone, Maschile Plurale, Elettra Deiana, ex parlamentare, Assunta Sarlo, giornalista, Giorgio Ariaudo, del sindacato Fiom Cgil, Mimmo Pantaleo, Flc Cgil, Giulio Marcon, di Sbilanciamoci. Grazie a loro cresce la discussione, animata da punti di vista diversi, provenienti da una realtà più adulta e esperta che ha già avuto modo di confrontarsi con lo sfruttamento del lavoro in fabbrica, la ripetitività della catena di montaggio, le redazioni giornalistiche, le pubbliche amministrazioni. La peculiarità di questo campeggio è la vivacità dei giovani partecipanti: ogni dibattito è fatto per essere “interrotto” dagli interventi. In ogni fila si vedono moleskine e biro che, scorrendo frementi, lavorano per creare una nuova unità di movimenti. Il campeggio delle rivoluzioni 2012 ha come scenario il Villaggio Lamaforza presso Ostuni, città patrimonio dell’Unesco, ma prima ancora Lecce, Piombino, Cecina. Promotrice  di questo straordinario luogo di incontro e confronto è la “Rete della Conoscenza”, il network che raccoglie oltre 120 associazioni territoriali di studenti di scuola e università. Tra queste, le principali sono l’Unione degli Studenti, per gli studenti delle scuole superiori e Link-Coordinamento Universitario, per gli universitari. A guidare gli studenti con le loro parole in musica e non, i miti di ogni generazione, nuova o passata che sia: gli immortali De andrè, Gaber, Janis Joplin, Che Guevara, Bob Marley, e i riscoperti Impastato, Luxemburg, Ibarruri, Wolf, Gramsci. La forza e il successo del Riot, che da circa 10 anni lo accompagna, è il mix di politica e programmazione, lavoro e sinergie di intese, studenti e studentesse. Su ogni singolo volto un monito per il paese: il futuro è qui, in questo campeggio, fra le mani dei giovanissimi, nella loro istruzione, fra i banchi di scuola e le sedie di tutte le Università d’Italia, unite sotto un unico grido:

“E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”
Questo per dimostrare che parlare di giovani non significa solo parlare di canne, amori passeggeri, alcool e dipendenze ma soprattutto di democrazia, unità, musica, albe in riva al mare, orizzonti che si incontrano, politici o sentimentali che siano.

Sappiamo ancora viaggiare?

di Ilaria Bianco

Sappiamo ancora viaggiare? Sappiamo ancora dare un senso, il senso più autentico, a questo termine? O forse la domanda da porci è un’altra: sappiamo essere, se lo siamo mai stati, Viaggiatori?

Pensiamo al “Wanderer” proprio del Romanticismo tedesco. Pensiamo a lui, avventuriero dello spirito, un essere alla ricerca di se stesso, un nomade senza terra. Il “viandante” con il quale diamo il corrispettivo italiano a questo termine tedesco è sempre stato (ed è), per noi, colui che transita da un luogo all’altro, che viaggia attraverso un cammino fatto di tappe già scelte, tappe fatte di altre tappe per rendere tutto più facile ed agevole, meno faticoso. Un cammino fatto di un inizio ed una fine, con in mezzo un “mentre” scandito e deciso a tavolino.

Ma il “Wanderer” no. Lui non va verso qualcosa o qualcuno, o forse lo fa, ma non sa dove questo qualcosa sia, né tanto meno chi sia questo qualcuno. Il viandante romantico viaggia perché vuole viaggiare. Viaggia per il gusto di viaggiare, forse andando alla ricerca di se stesso, oppure alla ricerca dell’indefinibile ed intangibile, verso ciò di cui non ha mai fatto esperienza. E se l’infinito è inconoscibile, inconoscibile è la sua meta o, meglio, irraggiungibile.

E allora perché viaggia? Perché lui sì, viaggia comunque. Non sa stare fermo, cittadino del mondo, viaggiatore instancabile. Viaggia, ed il senso del viaggio lo trova solo viaggiando. Né prima né dopo, ma solo durante. Mentre scende e sale da una montagna, magari; e per questo passa la sua vita “viaggiando”: perché un senso a questa vita vuole darlo.

L’estate scorsa tre miei amici, ragazzi del mio vecchio Liceo, hanno realizzato anche loro un viaggio, che sapeva di nuovo e novità, che sapeva di bellezza. Un viaggio non come tutti i nostri (ed i loro coetanei): borsa in spalla, borraccia e tanta forza nelle gambe. Un cammino alla scoperta di un passato in cui i protagonisti erano celati dietro ricordi, luoghi simbolo, lacrime e caduti di guerra. Da Ortona a Montecassino, dal Cimitero Canadese a quello Polacco, dalla Strage di Sant’Agata a quella dei Limmari (e tanto altro che il paesaggio abruzzese custodisce), fino a Cassino, nel Lazio Meridionale: la Linea Gustav, che durante la Seconda Guerra Mondiale divideva in due la nostra Penisola, quell’Italia già fortemente divisa tra gli abitanti su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Su quello stesso sentiero teatro del passato, il silenzioso passo di tre ragazzi. Giovani, stanchi, con lo sguardo acceso. Camminavano, camminavano per ricordare e commemorare, camminavano per loro stessi, camminavano per dare una svolta al significato di quella parola ormai troppo ricorrente … Quale parola? Quella parola tanto usata, talvolta violentata, più volte mistificata con parole differenti ma considerate sinonimi. E ora solo loro, solo loro e i passi e la strada. Tappa dopo tappa, quel percorso lungo una guerra, lungo una storia, lungo un Viaggio.

Il comune viaggiatore che noi intendiamo è un viaggiatore comodo, in cerca della comodità, che non si sorprende né vuole essere sorpreso. Che cerca, anche in viaggio (che in realtà è più giusto definire vacanza), una casa. Una casa intesa nel suo lato comodo, non affettivo.

Ma i giovani ragazzi, i miei tre amici, no. Loro non cercavano una casa, quasi scappavano da quella certezza comoda e scontata. Qualcuno diceva che per l’uomo onesto e virtuoso la patria è il mondo, dopotutto. Avventato definirli virtuosi, presuntuoso pensare a loro come a degli eroi di altri tempi. Bello giudicarli per la loro freschezza e spontaneità, per il loro considerarsi svegli e pronti, per il loro sperare di farcela in quella impresa. “ Impresa”, termine più giusto non ce ne sarebbe. E non solo per il valore storico dato all’idea. Cose come queste insegnano, per chi vuole imparare. Cultura, storia, voglia di conoscere, fatica, gioie, Memoria. Tutto questo e un Viaggio. Tutto questo dovrebbe essere OGNI viaggio. Magari anche con meno impegno e più spensieratezza, certo. Non dobbiamo, per forza, essere “Wanderer” romantici.

E poi tornare e raccontare, raccontare a chi non sa ma tende le orecchie, raccontare a chi è pronto, raccontare a chi ha già raccontato e ora versa lacrime ascoltando. Oppure sorride, perché il viaggio è anche sorridere, siamo seri e sinceri.

Per la stessa ragione del Viaggio, Viaggiare.

Bun cumpleannu Faber

Valzer per un amore

di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.com/


Fabrizio De Andrè nasceva a Genova Pegli, in Via De Nicolai, il 18 febbraio 1940.

La leggenda narra che il giradischi di casa sua suonasse il ”Valzer Campestre” di Gino Marinuzzi, ripreso anni dopo dallo stesso “Bicio” con “Valzer per un amore”.

“Vola il tempo lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo
e per questo ti dico amore, amor
io t’attenderò ogni sera,
ma tu vieni non aspettare ancor,
vieni adesso finché è primavera”.

 

Oggi avrebbe compiuto 72 anni quel  “pettirosso da combattimento”.
Già me lo immagino con quella Marlboro tra le dita a sfuocare la sua precoce malinconia.
A chiedersi oggi come allora “dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione” e rispondersi sempre allo stesso modo nonostante gli anni.
Ad incazzarsi e a fottersi dalle risate in queste strane giornate, magari burlarsi di questa  62° edizione di Sanremo con i compagni della cattiva strada sorseggiando un bel whisky.
A scegliere ancora quelle parole con la sua maniacale cura in via d’estinzione
A cantare con la sua voce attenta sempre chi resta un pò più indietro.

Bun cumpleannu Faber.

 


Intervista a Claudio Lolli

di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Un cliché tipico della musica d’autore è che si tratta di “ poesia” più o meno bella, accompagnata da un arrangiamento semplice e nemmeno poi cosi fondamentale. Lei è uno di quelli che invece cura la parte melodica delle sue canzoni. Anzi era molto “prog” se mi fa passare il termine.

Come nasce una canzone di Claudio Lolli? Trova un giro di accordi che le piace e su di quello ci costruisce un testo, oppure vengono prima le parole e poi la musica fa da contorno?
È vero, per me la ricerca della complessità melodica della canzone ha grande importanza, e l’aggettivo prog me lo tengo volentieri. Riguardo la costruzione della canzone, non c’è una regola, per me almeno. È un gioco a incastro. Ti viene una bella strofa e la tieni, ti viene una bella musica e fai lo stesso. La fortuna sta quando ti accorgi che le due cose possono combaciare.

Che musica ascolta? Le piace la musica di oggi? Qualche preferenza in particolare?

La musica di oggi l’ascolto poco. Ascolto molta musica classica e il rock della mia generazione.

 Oltre a lei, in Italia abbiamo avuto De Andrè, Rino Gaetano, De Gregori, Paolo Conte, Battiato…secondo lei, chi è stato il più grande?

Battiato è avanguardia, un’artista davvero pregevole, anche se a volte troppo post moderno. Rino Gaetano era bravissimo e mi fa piacere vedere come oggi venga riscoperto e rivalutato.
Ma il più grande è stato De Andrè, il migliore a intercettare sentimenti e inquietudini di una generazione e a saperli raccontare in musica.

Una canzone di un suo collega che avrebbe voluto scrivere lei? Che quando l’ha ascoltata ha detto: perché non ci ho pensato io?

“ La storia siamo noi” di De Gregori.

Oggi la musica cantautorale è diventata ormai un genere di nicchia. Conosce cantautori come Dente e Brunori SAS? Secondo lei sono dei validi eredi della sua generazione?

No, non li conosco. Come ho già detto, ascolto poco la musica contemporanea.

La sua canzone più famosa, “Borghesia” l’ha scritta nei primi anni settanta, eppure sembra essere più attuale oggi che allora. Forse perché a differenza della solita canzone politica questa è una canzone sociologica. Cioè, non parla della borghesia intesa come classe sociale antagonista ma della cultura borghese. Ed è a causa di questa cultura, che da venti anni non siamo nemmeno un paese civile normale come lo eravamo quando l’ha scritta, ma siamo qualcosa di molto peggio.

Davvero oggi l’Italia, non si sa “se fa più pena, schifo o malinconia.”
Hai praticamente già detto tutto tu. E il fatto che questa canzone sia cosi attuale, mi dispiace veramente molto. Adesso quando la faccio dal vivo, al verso “il vento un giorno ti spazzerà via” aggiungo la parola “forse”. Arrivato a una certa età, non credo molto in grandi cambiamenti, ma non si sa mai.

Un’altra canzone senza tempo è “Vent’anni”. Cosa ne pensa dei giovani di oggi?
Mi fai piangere. Io ho un figlio di vent’anni, ancora indeciso sul da farsi. È un’età molto difficile, non sai cosa diventerai e se diventerai qualcosa o qualcuno. Oggi poi, l’insicurezza giovanile è diventata quasi patologica.

Lei oggi va a votare? C’è qualcuno da cui si sente rappresentato?

Vendola mi piace, ha più attrattiva di Bersani che pure è una persona che stimo. Con Nichi senti la ragione e anche il cuore. Poi è anche un poeta.

C’è chi dice che con l’arte non si mangia. Che cos’è per lei la musica? Crede ancora nel potere pedagogico della canzone?

Sarò controcorrente ma in effetti è vero, con la cultura non si mangia.

Ma questo non ne svilisce di certo il valore.

Credo molto nel potere “ didattico” della canzone. In qualche modo, se produci qualcosa che fa nascere un dubbio, una riflessione, hai già svolto una funzione pedagogica. Poi perché il parlare di impegno non può essere artisticamente bello? Impegno e bellezza possono perfettamente legarsi.

Una cosa che mi ha sempre colpito di lei, è che nonostante il successo, ha continuato a insegnare lettere, come mai?
Premettendo che, come ho detto prima, con l’arte non si mangia, eccetto rare eccezioni, il lavoro di insegnante l’ho sempre amato. Ho avuto classi bellissime, con le quali è nato un legame prezioso. Avevo un modo di insegnare particolare, cercavo di tirare fuori da ogni ragazzo il suo talento, come una sorta di maieutica socratica.

Oggi emergere nella musica è più difficile che nella sua epoca? Negli anni 70 c’erano le radio libere, oggi che consigli da a un ragazzo che vuole provarci?
Oggi c’è una maggiore facilità da un punto di vista tecnico: un gruppo di ragazzi può con 1000 euro, incidere un disco di qualità. Il problema è semmai, arrivare. Ai miei tempi c’erano le radio libere, i circoli politici, molti più canali di comunicazione. Ora la carriera artistica porta spesso a un vicolo cieco. Trovo ad esempio sbagliato che una vetrina come il “ premio Tenco” quest’anno sia stata assegnata a Ligabue, un artista già affermato e di successo. Dovrebbero invece dare visibilità ai giovani di talento.

Molti ragazzi, anche di talento cercano visibilità attraverso i reality. Crede che i talent show, siano davvero in grado di valorizzarli?

No, e sono programmi che non ho mai seguito. Mi fanno tristezza, non creano artisti ma fenomeni “effimeri”, mode che poi passano. Ai giovani dico di andare in giro a suonare. Magari non si avranno grandi vetrine, ma è il modo migliore per crescere artisticamente e maturare.

Guarda la tv? Qualcosa in particolare?
La tv generalmente non mi piace e la guardo poco: calcio, i Simpson e se capita, qualche film.

 La copertina di “Antipatici antipodi” è stata disegnata da Andrea Pazienza, com’è nata questa collaborazione?

Andrea in quegli anni era ancora a Bologna. Siamo diventati amici, frequentando gli stessi locali.
Volevo fare un disco molto bolognese, legato alle personalità interessanti che offriva questa città.
Cosi gli dissi “ Andrè, mi fai la copertina?” e lui fu subito disponibile. Era un personaggio, un tipo tanto originale quanto geniale. Un giorno è venuto a casa mia, e d’un tratto ha cominciato a parlare di un nazista con l’orecchino. Io lo guardavo spiazzato, senza capirci un cazzo. Mi stava descrivendo la copertina dell’album.

Che farà da grande Claudio Lolli?
Questa è una domanda stronza. Sono stato già grande: ora che non insegno più, ho un solo lavoro invece di due. Ho tempo per leggere, scrivere, occuparmi di musica e di qualche data. Sto scrivendo un libro, non so neanche se pubblicarlo.

Ha qualche rimpianto?

No, sto meglio ora di quando ho scritto “Vent’anni”. La mia carriera è stata ricca di soddisfazioni. Ho avuto ottimi riscontri sia di pubblico che di critica. Sono sereno, consapevole di aver fatto della musica onesta e qualche canzone davvero bella. Non ho rimpianti, perché dovrei?

Curiosità. Perché Luigi Nono è un coglione?
(risata) Nella canzone “ Anna di Francia” descrivo un momento in cui i protagonisti sono all’osteria e “Luigi Nono è un coglione” è uno dei commenti che si sentono in quella cagnara. Ma non è un pensiero mio, ci mancherebbe.