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La centralità della residenza nella tutela dei diritti fondamentali

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Antonella Frasca Caccia

clochard

Tra le questioni giuridiche attinenti alla vita dei senza fissa dimora, assume rilievo, per l’ampiezza e complessità, quella relativa alla residenza, condizione necessaria per accedere a un ampia gamma di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati.

La residenza come diritto soggettivo è “il luogo in cui la persona ha la dimora abituale” come delineato dall’art. 43 comma 2 codice civile. La perdita della residenza, ad esempio in seguito ad un censimento, comporta che una fascia della popolazione, la più povera, venga confinata ancora più brutalmente ai margini della società, in condizioni che rendono puramente utopico il principio di eguaglianza formale e sostanziale sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Più dettagliatamente una persona senza residenza è una persona a cui viene ostacolato l’accesso al lavoro poiché non può aprire una partita IVA o semplicemente iscriversi al Centro per l’impiego. Altrettanto, una persona senza fissa dimora non può accedere al Servizio Sanitario Nazionale; non appartenendo a nessuna circoscrizione elettorale non può esercitare il diritto di voto; è dunque una persona che, perdendo il diritto all’accesso ai servizi di welfare locale non ha la possibilità di percepire una qualunque pensione; una persona che perde anche il diritto ad essere difeso, non potendo accedere al gratuito patrocinio e che, infine, non potrà iscrivere i propri figli a scuola.

BlCkMz0CAAEBx1JIn ogni Comune è istituita un’anagrafe della popolazione residente, dove sono registrati tutti coloro che hanno fissato in quel comune la propria residenza, nonché le persone senza fissa dimora che hanno lì stabilito il proprio domicilio. Vale infatti la regola per cui la persona senza fissa dimora si considera residente nel comune dove ha il domicilio, vale a dire “il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” come dice l’art. 43 comma 1 codice civile, o in mancanza di questo, nel suo comune di nascita. La circolare ISTAT n. 29/1992 riconosce poi che la persona senza dimora sprovvista di un vero e proprio domicilio ha comunque diritto a chiedere e ottenere l’iscrizione anagrafica in un determinato comune. In questi casi farà quindi richiesta di ottenere l’iscrizione in una via fittizia. Per fare qualche esempio a Bologna è stata istituita via Mariano Tuccella, a Firenze Via Libero Lastrucci e a Roma Via Modesta Valenti. Secondo le circolari del Ministero dell’Interno n. 8/1995 e n. 2/1997 è vietato all’amministrazione subordinare la residenza alla titolarità di un lavoro o alla disponibilità di un’abitazione. In particolare, la prima delle citate circolari specifica che “la richiesta di iscrizione anagrafica, che costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Carta costituzionale.”

Lo scopo della legislazione anagrafica è quindi nell’interesse della persona senza dimora e mira a promuovere il legame con il territorio. Inoltre, nell’interesse dello Stato, rientra la possibilità di registrare la popolazione stabilmente presente sul territorio.

Dall’entrata in vigore della legge 94/2009 non è più sufficiente la dichiarazione anagrafica ma sarà necessario dimostrare di avere un domicilio. In tal modo, le persone senza dimora assistite da enti assistenziali, sia pubblici che privati, possono eleggere domicilio nella sede della struttura assistenziale, altrimenti, a meno che non richiedano di essere iscritti presso la via fittizia di cui sopra, verranno iscritti presso il comune di nascita.

A occuparsi di alcune delle questioni ancora irrisolte relative alla residenza è l’associazione Avvocato di Strada. Questa associazione nasce a Bologna alla fine dell’anno 2000 per fornire tutela giuridica gratuita alle persone senza fissa dimora e con il passare degli anni si espande aprendo sportelli in tantissime città italiane (ad oggi presenti in quarantuno città). L’associazione, per garantire l’assistenza sanitaria alle persone senza dimora che, non avendo la residenza non possono iscriversi al SSN, ha presentato un progetto di legge per la modifica dell’art. 19 della legge n. 833/1978, e si è mobilitata contro la norma immediatamente operativa prevista all’art. 5 del decreto legge n. 47/2015 (il cosiddetto Piano casa o decreto Lupi) che prevede che “chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo”. A proposito di questa previsione, Avvocato di strada sottolinea come il presupposto che sta alla base della previsione ex art. 5 sia nullo, poiché la residenza non fornisce alcun diritto reale sull’immobile. A questa situazione ha provvisoriamente fatto fronte la circolare del Ministero dell’Interno n. 633 del 2015 che prevede che chi occupa una casa, vada registrato all’Anagrafe “analogamente a quanto succede alle persone senza dimora che hanno la residenza in via della casa comunale o in vie fittizie”. È comunque evidente che per una questione di gerarchia delle fonti una circolare ministeriale non dovrebbe essere sovraordinata a una legge.

L’auspicio di un intervento che riscriva tale normativa, incostituzionale nella misura in cui finisce per sacrificare diritti inalienabili e costituzionalmente garantiti alla persona, si accompagna a quello più generico di una futura normativa che rifugga dal creare situazioni giuridicamente e socialmente paradossali.

Camaleonti urbani

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Miriam Mazzoni

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Bologna. Città degli universitari, dal bel centro medioevale, città delle ville sui colli, degli appartamenti con i soffitti affrescati, delle passeggiate domenicali tra negozi. Nell’intestino della Dotta convivono però contraddizioni e prima tra tutte è la Bologna dei pigmei, la Bologna dei camaleonti delle strade. Abituarsi a non vederli è un breve sforzo, quasi naturale, ma c’è aria di denuncia negli sguardi di chi abita la stada. L’abitare non è per tutti d’altronde, non è diritto ma privilegio, ed è lampante per chi conosce i posti mai sufficienti dei dormitori e le notti invernali che si avvicinano. 

Le strutture che ospitano i camaleonti urbani sono state attentamente riportate nella guida destinata ai senza fissa dimora “Dove andare per” che ogni anno viene pubblicata dalla Onlus Avvocato di Strada. Questo piccolo vademecum ne elenca diverse, schematizzabili secondo le caratteristiche dell’accesso: strutture a bassa soglia, di primo livello, di secondo livello, di pre-autonomia. Le categorie si basano, tra gli altri criteri, sulla capacità di autogestione del soggetto e vengono stabilite dai servizi sociali mediante progetto ad hoc.

Le strutture ad accesso diretto, il cui ingresso, per motivi di urgenza, non è sottoposto al vaglio dei servizi sociali, sono Casa Willy e Spazio Open, che garantiscono accoglienza solo notturna fino ad esaurimento posti. L’accesso diretto passa attraverso l’Help Center ubicato presso la Stazione ferroviaria Bologna Centrale (Piazzale Est). L’accoglienza, come in altri dormitori, è limitata ad un paio di settimane reiterabili dopo un intervallo di ventotto giorni, a causa della limitatezza dei posti e in linea con la loro funzione di sostegno momentaneo ma non abitativo. 

I centri di accoglienza a bassa soglia sono il dormitorio Rostom e il Beltrame che accolgono, in particolare, persone con bisogni indifferibili ed urgenti (problemi sanitari emergenti, violenze subite, condizioni psico-fisiche incompatibili con la vita di strada), previo invio del Servizio Sociale Bassa Soglia o su segnalazione dei SST, dei CSM, Sert, USSI. 

I dormitori di primo e secondo livello comprendono la casa di riposo notturno Massimo Zaccarelli, il Rifugio notturno della solidarietà di Via del Gomito, il centro Beltrame, la struttura Madre Teresa di Calcutta per sole donne, l’Opera di Padre Marella e, a Funo di Argelato, nella provincia, la Capanna di Betlemme gestita dall’associazione Papa giovanni XXIII. Infine vi sono le strutture di pre-autonomia: la Casa di accoglienza per donne Rosa Virginia e i gruppi appartamento. 

Ai Servizi Sociali Territoriali si accede mediante gli Sportelli Sociali presenti in ogni quartiere ed è l’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona (ASP) a gestire il Servizio sociale a bassa soglia e gli interventi di prossimità attraverso le Unità di strada mirati a intercettare e prevenire situazioni di disagio sociale (in particolare vertenti sulla tossicodipendenza). Una vera e propria rete silenziosa che non riesce però a coprire la crescente ondata di senza fissa dimora che si riversa su Bologna, luogo di snodo tra Nord e Sud, e che di certo non può combattere una politica del lavoro frustrata. Gli ultimi dati Istat calcolati insieme alla Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (FIOPSD) avevano riportato infatti tra le città più popolate dagli stessi Bologna, il cui numero di senza fissa dimora si avvicinava ai 1005. Dato interessante è la minore presenza femminile che si registra nei dormitori anche se in forte aumento; il fattore maschile è andato parimenti crescendo a causa dal recente fenomeno degli uomini che perdono la dimora in seguito ai divorzi. 

Nonostante la quantità di ottime strutture presenti è da esorcizzare il credo che vede Bologna come paradiso a livello sociale: i servizi godono di limitate risorse, sono soggetti a quei tagli figli di una politica cieca  e sopravvivono grazie a volontari, vivendo quindi in una situazione di precaria stabilità. La loro stessa esistenza, va ricordato, risponde ad un crescendo di disagi che non dovrebbe rendere orgogliosa questa città. Quest’anno, inoltre, si faticherà a garantire posti a sufficienza per l’emergenza freddo, a questo si sta cercando di rispondere lavorando in concerto con nuovi progetti come la riqualificazione di spazi di “Accoglienza Degna” portata avanti dal centro Làbas. Pur cercando di trovare soluzioni alle esigenze immediate va sottolineato che questi servizi garantiscono un posto letto in grandi camerate, quindi una situazione abitativa senza privacy, e tanti per questo optano ancora per le strade. Senza nulla togliere allo straordinario servizio garantito dai dormitori, ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” lo scrittore ceco Milan Kundera suggerisce un’interessante riflessione circa la mancanza di riservatezza: “Il campo di concentramento è un mondo nel quale le persone vivono continuamente una accanto all’altra giorno e notte (…) è l’eliminazione totale della vita privata”. La grave mancanza di un luogo intimo e privato deforma e danneggia la dignità umana: ledere quest’ultima significa ferire l’intero tessuto sociale. 

Bisogna ricordare che è un caso l’esserci trovati da questo lato della strada.

Non me lo posso permettere

clochard

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Micol Gennaro

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io.

Esiste una piramide, detta piramide di Maslow dal nome dello psicologo statunitense che la concepì, che raggruppa gerarchicamente i bisogni fondamentali dell’uomo in differenti livelli. Maslow distinse i bisogni fra essenziali alla sopravvivenza e immateriali: bisogni come la fame, la sete, il sonno sono elementari; mentre il bisogno di autorealizzazione, che consiste nel voler realizzare la propria personalità e allo stesso tempo occupare un ruolo sociale è di un ordine superiore. Secondo lo psicologo un uomo non potrà mai soddisfare i suoi bisogni superiori se sarà costretto a convogliare tutte le sue energie per provvedere ad esigenze inferiori, come procurarsi del cibo, un riparo e dei vestiti.
Appena sopra il gradino dei bisogni fisiologici si trova la categoria del bisogno di sicurezza che ha come fondamento la necessità di trovare dei punti di riferimento certi come una casa sicura, un lavoro stabile, un’assistenza sanitaria, la possibilità di nutrirsi.
Esiste però un mondo che nella lotta alla sopravvivenza è rimasto bloccato in prossimità del gradino del bisogno di certezze, ed è stato automaticamente tagliato fuori dal sistema. Un mondo fatto di possibilità negate e di diritti vagheggiati, un mondo che ha perso la normalità del quotidiano, posto in antitesi con il mondo dell’agio e del lusso. Un mondo che certe sicurezze non può permettersele.  Cadere oggi nella fascia della povertà assoluta corrisponde ad essere relegato ai margini di una comunità che non si rivela affatto democratica, dal momento in cui non tutti hanno gli stessi diritti perché non tutti hanno gli stessi poteri, che sostanzialmente si riducono a uno solo, quello economico. Chi non può permettersi il potere non può permettersi tutto il resto, in primo luogo i diritti. Chi, agli occhi della società, ha fallito è costretto a vivere nella marginalità, destinato a non essere incluso in quella comunità che invece dispone di istituzioni nate per accogliere, supportare e promuovere lo sviluppo personale.
La realtà di chi ha perso tutto, di chi non può permettersi ogni giorno di avere la certezza di un tetto sotto il quale dormire ha sempre camminato di fianco all’altro mondo più fortunato. L’aver rallentato il passo ha fatto sì che ci si abituasse molto più facilmente al problema. È molto più semplice far finta di non vedere che porsi delle domande. Forse non ci saremo mai domandati se un senzatetto è considerato giuridicamente e socialmente un  cittadino come tutti gli altri, oppure non ci sarà mai capitato di riflettere sulle circostanze che hanno portato un uomo a perdere tutto e andare a vivere sulla strada. Probabilmente non ci saremo posti la questione della mancanza di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati, non siamo a conoscenza di cosa comporta effettivamente perdere la residenza, di quali servizi può o non può usufruire un senzatetto.
Un senzatetto non potrà permettersi alcune certezze che noi possiamo invece dare per scontate. Non potrà permettersi la sicurezza di un riparo e di servizi igienici. Nella scala dei bisogni non potrà che soddisfare quelli relativi alla sopravvivenza fisica, non potendo auspicare a realizzare obiettivi più alti.  Eppure ignorare che un problema esista non porterà il problema a risolversi da sé; ed è per questo motivo che informarsi diventa ineludibile se si vuole mettere in moto un sistema, in particolar modo quando interessa quelle realtà che tendono maggiormente a restare escluse dalla società.

Numero 28 – Novembre 2015

Dopo mesi di inattività estiva, siamo tornati su Issuu con un nuovo numero dedicato ai senza fissa dimora nel Bolognese. Nuovo in tutti i sensi: nuove collaborazioni e, soprattutto, nuova veste grafica!

Buona lettura !