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Ex clinica Beretta occupata: la lotta quotidiana per una vita normale vista da dentro


(c) Michele Lapini

(c) Michele Lapini

Di Enrico Campagni

Visto l’andazzo delle ultime settimane, con gli sgomberi di via Solferino e dell’ex Telecom, gli inquilini dell’ex clinica Beretta si stanno preparando al peggio, e la vita quotidiana si intreccia costantemente col pensiero di vedersela portare via da un giorno all’altro. Nonostante l’evidente assenza di utilizzo da parte del Comune e le falle nel sistema di edilizia popolare, vi è il rischio che altre novanta persone perdano il dirittodi avere un tetto quest’inverno. Per evitare che accada, si sta promuovendo una petizione per chiedere all’amministrazione di siglare una convenzione che regolarizzi la residenza nello stabile, di modo che i suoi abitanti non solo abbiano un alloggio sicuro, ma anche quella serie di servizi come l’assistenza sanitaria gratuita negati a causa della situazione di illegalità”. L’ex clinica odontoiatrica, situata nel quartiere Saragozza, fa parte dell’immenso patrimonio immobiliare dell’ASL, azienda regionale partecipata in cui lo Stato italiano è azionista di maggioranza. Dopo l’abbandono e un’asta andata deserta, è stata occupata prima nel 2012 e, dopo un primo sgombero, nel marzo 2014; coincidendo quel giorno con la giornata del migrante, fu ribattezzata Centro di accoglienza autogestito Lampedusa.

Vado a visitarla per la prima volta un pomeriggio di fine ottobre; a prima vista mi sembra in stato di completo abbandono: le belle finestre da palazzina novecentesca sono buie, un grosso glicine inizia ad arrampicarsi sulla facciata ovest, nulla pare muoversi dall’altra parte del cancello. Eppure in questo edificio da quasi due anni ci abitano più di novanta persone: numerosi rifugiati politici titolari di protezione internazionale, una ventina di minori, alcune famiglie di rumeni di etnia “romà” e anche diversi italiani. Completamente lasciati soli dall’assistenza statale, gli unici a fornire una mano sono la CISPM (Coalizione internazionale sans papier e migranti), il sindacato Asia USB, l’associazione Lazzaretto e la onlus Avvocato di Strada.

Davanti all’ingresso una bandiera rossa dell’USB e una ragazza dai tratti africani e il volto coperto da uno scialle rosa; le dico soltanto di voler parlare con un avvocato che si occupa del loro caso e di essere amico di Eugenio, un militante che offre il suo aiuto agli occupanti: pare che questo basti per convincerla che sia dalla loro parte. Oltrepasso il cancello assieme ad alcuni ragazzi che nel frattempo sono arrivati: legano le biciclette nel cortile di tigli, mi chiedono «cosa ci fai qui?», corrono verso i loro appartamentidopo una normale giornata di scuola, parte di un’ esistenza che normale non riesce a divenire.

All’entrata mi ferma un’altra donna, sempre col capo coperto da un fazzoletto: sta andando alla mensa della Caritas assieme ai suoi due figli, e quando dico di esser venuto per unintervista mi dice che posso aspettare in casa, con suo marito Livio; Mimma Barbarello, l’avvocato di strada, non è ancora arrivata. Alzo la testa e noto con curiosità che a molte finestre sono stati inchiodati stenditoi di ferro, quelli grandi, da pavimento, così che la facciata della clinica potrebbe essere scambiata per un’istallazione di qualche strampalato artista di biennale. Salgo verso l’appartamento di Livio, l’unico ad avere per il momento una luce accesa, una luce di candela. Da diversi giorni, infatti, con la scusa di una manutenzione in tutto il Quartiere, il Comune ha staccato l’energia elettrica allo stabile, e ora le quasi cento persone vivono senza corrente e non hanno mai avuto riscaldamento e acqua calda. Prima di entrare in casa, faccio una tappa in bagno; solo il fatto di non poter accendere la luce mi fa pensare a quanta parte di normalità sono state costrette a rinunciare queste persone, persone già schiacciate da una violenza strutturale fatta di disoccupazione, emarginazione e stigmatizzazione quotidiana.

Livio, un romà di circa cinquant’anni, mi accoglie offrendomi un caffè a lume di candela. Mi fa alcune domande, le prime con tono vagamente sospetto, ma poi ci mettiamo a parlare di musica e l’atmosfera si rilassa. Entrambi suoniamo la fisarmonica, ma è palese che il vero esperto sia lui: mi fa molte domande a cui non so minimamente rispondere.

Dopo pochi minuti scendo al piano di sotto, in quello che una volta avrebbe potuto essere facilmente il triagedell’ospedale; lì, un nipote di Livio è intento ad accendere una piccola stufa di ferro che avrà avuto il potere di alzare la temperatura dell’ambiente di un grado, vista l’ampiezza della sala. Assieme a Livio e ai suoi parenti spacchiamo qualche asse e avviamo il piccolo braciere con del cartone da isolamento, e in poco tempo una tenue luce bagna noi e una piccola porzione di oscurità attorno. Dopo alcuni minuti arriva finalmente Mimma, la giovane avvocatessa che assiste praticamente tutti gli abitanti della Beretta, assieme a Giorgio dell’associazione Lazzaretto.

Interni ex clinicaCome fossimo una famiglia contadina ci stringiamo tutti attorno alla vecchia stufa, nonostante essa produca più fumo che calore. Livio, i suoi due nipoti, Bashir un ragazzo somalo, Giorgio, Mimma e io, che tirando fuori il portatile mi sento un po’ come il cooperante che nel villaggio africano gira in jeep tra le persone scalze. Il barile di ferro emette una tenue luce che non mi permette di vedere bene i volti delle persone, così che non riesca a capire se esse siano turbate, innervosite o tranquille dalla mia presenza.

Alla mia domanda sulla iniziativa delle firme per regolarizzare la struttura, Mimma precisa subito che essa non è un escamotage dell’ultima ora, ma una «trattativa che abbiamo in corso da mesi». Dal primo giorno dell’occupazione, infatti, la volontà dei residenti” è stata quella di trattare col Comune per vivere nella legalità, tanto che «hanno deciso di stare dieci mesi senza corrente per non compiere un atto abusivo.» Sono stati aperti tavoli sia con l’Azienda Sanitaria sia con la Prefettura, tutti finiti senza risultati. Soltanto all’inizio del 2015 si è deciso per l’allaccio illegale, a causa del freddo insostenibile. «Eppure anche qui continua Mimma abbiamo deciso di farlo alla luce del sole, dichiarando l’allaccio abusivo con la festa della luce. Poi qualche giorno fa, con la scusadi una ristrutturazione dell’impianto nell’intero quartiere, è stata staccata la corrente».

Alla luce di questi fatti e dalla volontà dei residenti, assistiamo a un utilizzo strumentale della parola legalità” da parte delle istituzioni, volto a criminalizzare l’atto di occupazione e ad occultare l’illegalità e l’ingiustizia provocata dal Comune stesso nel non offrire servizi ai quali il cittadino ha diritto a priori. Almeno in linea teorica, inoltre, in casi di estrema necessità l’occupazione di immobili dovrebbe essere tollerata. «È la stessa legge a consentirlo» dice Mimma. «Essa sancisce all’articolo 54 del codice penale l’impossibilità di punire chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”». Naturalmente qui si rientra in pieno nel caso citato. Non si tratta certo dei «furbetti» conclamati da politici e giornalisti, ma persone che non hanno avuto altra scelta. Basta guardarsi in giro, fare due domande ai presenti, per fugare ogni dubbio. La maggioranza di essi sono migranti disoccupati, come Bashir, rifugiato politico divenuto da tre mesi padre di una bambina, nata proprio nella ex clinica e che, a causa della mancata convenzione non è riuscita ancora ad ottenere documenti e di conseguenza a ricevere la prima assistenza sanitaria, vaccinazioni comprese.

Anche la storia di Livio è un altro esempio di mancanza di un’altra opportunità: dopo l’ennesimo sgombero, lui e la sua famiglia si erano accampati in una baracca sul fiume Reno. «Conoscevo Giorgio; abbiamo radunato un po’ di persone che non avevano posto dove abitare e ci siamo divisi tra le occupazioni di via Toscana, Irnerio e Beretta. Abbiamo una stanza in quattro, abbiamo ricostruito parte dell’edificio, pitturato, arredato e fatto quello che serviva alla stanza».

Questa emergenza abitativa è tutt’altro che casuale: essa è dovuta da una serie di scelte politiche degli ultimi decenni. Da un lato abbiamo infatti la mancanza di ampliamento di posti nella rete di accoglienza SPRAR, che determina un incremento elevato di rifugiati senza fissa dimora. In secondo luogo, l’elevato costo degli affitti, tenuti alti dalle speculazioni edilizie e dall’assenza di una normativa che riesca a contrastarle. Terzo, la totale mancanza di un piano abitativo vero ed effettivo, ben diverso dallo spot pubblicitario piano casadi Renzi, che tra le altre novità “democraticheha reso reato l’allaccio delle utenze agli edifici abusivi.

Tuttavia è evidente come la maggior parte degli attori istituzionali criminalizzi l’occupante che in realtà non potrebbe essere nemmeno condannato, almeno in linea teorica, essendo in situazione di estrema necessità – e neghino che le cause dell’assenza di una casa siano determinate dalla stessa classe politica e da una cricca di palazzinari che mantiene alti gli affitti senza alcun freno; infine, facendo passare implicitamente il messaggio per cui la casa non è un diritto, ma una proprietà solamente di chi ha denaro per comprarla.

É forse allora sul termine legalità” che bisognerebbe interrogarsi. Forse non c’è n’è solo una, ma diversi tipi, diverse legalità utilizzabili da persone diverse. I politici possono permettersi di definire illegalel’atto di occupare un bucosenza luce né gas. Gli altri non possono invece nemmeno permettersi di definire illegale lasciare centinaia di uomini, donne e bambini senza servizio sanitario, senza i diritti connessi alla residenza, senza una serenità che permetta loro di costruire una famiglia o un futuro. É necessario denaturalizzareil concetto di legalità, mostrare il suo carattere processuale, le sue sfaccettature, il suo uso propagandistico da parte dei politici.

exberetta3

(c) Mauro Biani

Prima di salutarli, chiedo di poter entrare nella casadi una famiglia che alloggia al pianterreno, composta da due genitori romà e dai loro tre bambini. La curiosità e la voglia di raccontare la loro condizione supera il senso di vergogna a violare i loro sei metri quadrati di intimità domestica. Ecco la loro intimità: i due coniugi vivono ventiquattro ore su ventiquattro nella stessa stanza dei loro figli, la cui camera” è delineata da un separé bianco. Da un lato tre sofà coperti da lenzuola, dall’altro una tavola, una piccola scansia e un divano letto per i genitori. Riesco a vedere l’alito di uno di loro quando si mette a scrivere al cellulare. Fa molto freddo. I due vasi di stelle di natale, uniti alle candele accese, donano alla stanza unatmosfera ospitale, natalizia oserei dire: c’è anche una montagna di pacchi vicino alla porta: valige, scatole, sporte di varie dimensioni. «Sappiamo che presto arriveranno, quando succederà saremo pronti» mi dice la signora. Consapevoli degli sgomberi delle ultime settimane queste persone vivono quotidianamente spaccati tra il bisogno di mettere radici e costruire un’ esistenza e la devastante consapevolezza di uno sgombero imminente. Costruire senza mai sapere fino a quando, in attesa della demolizione. Questa condizione di ansia è il loro pane quotidiano. Anche questo occorrerebbe rendere illegale, non solo l’assenza di dimora. Mentre esco dalla stanza, tuttavia, inizio a pensare che la legalità difficilmente possa essere interpellata in queste situazioni: è come se non fosse abbastanza umanaper capire a pieno questo grumo di sofferenze, queste angosce, e poterle risolverle. Come se cercassi di capire la felicità di un ragazzo misurandogli il sorriso con un righello. È altresì difficile, se non ipocrita, interpellare dall’alto i doveri del buon cittadino, dinnanzi a queste vite svuotate dai diritti.

«I diritti mi dice Giorgio sono le nuove frontiere del profitto. Come stanno privatizzando trasporti, sanità, scuola e università così stanno facendo con il diritto all’abitare». È evidente che vi sia un processo di privatizzazione di diritti e beni, seguito a ruota da un brainwashing collettivo che ci fa sembrare tutto questo una evoluzione normale delle cose perché “mancano fondi”, lo Stato non ha soldi”, siamo in debito con le banche”.

Quello che occorre fare ora è rendere consapevole di questo una parte sempre più larga della popolazione, non solo studenti, non solo militanti, non solo gli ultimi che lottano per una personale necessità, ma anche tutti gli altri: gli abitanti del quartiere, i cittadini di Bologna, coloro che non si interessano della vita pubblica se non il giorno prima delle elezioni; il giornalaio di fronte alla clinica, che da mesi sta fomentando il vicinato contro lo stabile quale crogiolo di malattie, come la scabbia”. Sarà la parte più difficile della lotta per il diritto all’abitare, eppure ognuno di noi è chiamato a diffondere e sensibilizzare con ogni strumento a sua disposizione.

Denunciamolo, non restiamo in silenzio, diciamo a tutti e tutte che questo non è un processo naturale, oggettivo, ma frutto di una determinata volontà politica che sceglie di allocare le risorse in alcuni settori piuttosto che in altri. 

17 Maggio mobilitazione paneuropea #Boschifaccivotare (anche a Bologna)

voto fuori sede

 

 

Sabato 17 maggio appuntamento in Piazza Ravegnana (sotto le due torri) alle h. 17.30
Bologna (e anche nelle altre principali piazze italiane)
www.iovotofuorisede.it

Il Comitato Iovotofuorisede denuncia che ancora una volta oltre un milione di cittadini in mobilità non potranno partecipare alle elezioni Europee ed Amministrative 2014 a causa dell’incapacità della politica di rispondere alle esigenze di semplificazione che provengono dalla società. E’ inaccettabile che un Paese moderno non preveda delle normative che tutelino e garantiscano il diritto di voto di quella parte di cittadini che grazie alla loro mobilità garantiscono dinamismo e competitività alla nostra economia.

Nonostante gli impegni del Governo per bocca della ministra Boschi, a fronte delle nostre ripetute sollecitazioni su quando e in che modo il Governo interverrà al di là dei proclami, non abbiamo ancora ricevuto risposte.

Per questo il 17 maggio il Comitato Iovotofuorisede manifesterà in tutte le principali città italiane ed europee: in un urna simbolica ogni cittadino potrà infilare un messaggio che il Comitato recapiterà direttamente alla ministra Boschi affinché si attivi per inserire la tutela del diritto di voto in mobilità nella legge elettorale di prossima discussione in Senato.

Vogliamo che questa sia l’ultima volta che il nostro diritto di voto viene ignorato, la ministra Boschi si è impegnato ufficialmente, ora deve mantenere le promesse: da tutta Europa chiederemo #Boschifaccivotare!

Chi voglia attivarsi per organizzare nella città in cui si trova non esiti a contattarci all’indirizzo iovotofuorisede@gmail.com per avere i dettagli sull’organizzazione.

Sapete com’è morto Niki Aprile Gatti?

Niki Aprile Gatti

 

Dal mensile di novembre de I Siciliani giovani, p. 69

 

Di Salvo Ognibene

 

Un ragazzo come tanti, un giovane informatico che lavorava alla OSCORP, una società di San Marino coinvolta nell’operazione Premium, condotta dalla Procura di Firenze.

Suicidato”, a pochi giorni dall’arresto per frode informatica.

Di più non si riesce a sapere, una storia dimenticata da tutti, su cui regna il silenzio.

Una storia con poche e tristi certezze, la morte del giovane ed i familiari che aspettano giustizia dal 24 giugno 2008. Dal giorno in cui, Niki Aprile Gatti fu ritrovato impiccato nel bagno della sua cella: “Secondo il Magistrato che ha archiviato tutto, non ci sono dubbi: con il suo peso di più di 90 kg (era anche alto), avrebbe utilizzato un solo laccio delle scarpe per impiccarsi1”.

I familiari hanno denunciato le diverse contraddizioni di questa triste storia, come le testimonianza discordante dei due compagni di cella. Inutile aver denunciato il furto, avvenuto a pochi giorni dall’arresto, sui cui non è stata fatta ancora chiarezza, nell’appartamento di Niki. E c’è da chiedersi come mai il materiale informatico (rubato) non sia stato perquisito e sequestrato dagli inquirenti.

 

L’Incarcerato” che da anni si occupa di questa triste vicenda, a cinque anni da quel 24 giugno 2008, ha lanciato un appello dal suo blog per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta: “a Grillo visto che a suo tempo ospitò nel suo blog Ornella Gemini, la madre di Niki. Un appello al quale non può fare orecchie da mercante: potrà fare qualcosa di concreto avendo i numeri necessari in parlamento2

 

Niki è stato ucciso, forse, perchè, da innocente, poteva rivelare alcune cose che potevano recare fastidio. E’ stato l’unico tra i diciotto arrestati a non avvalersi della facoltà di non rispondere e a differenza degli altri diciassette, cui verranno concessi gli arresti domiciliari, sarà trasferito, stranamente, nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e non in quello di Rimini.

Questa non è la storia di Stefano Cucchi o Giuseppe Uva massacrati dalle guardie carcerarie, è la storia di Niki Aprile Gatti, un informatico suicidato per strangolamento forse perché aveva deciso di far luce su una vicenda che ancora oggi è improntata sul massimo riserbo.

 

L’Inchiesta Premium si andava ad intrecciare ad altre indagini che approdano ad un’altra inchiesta, a Perugia: gente mafiosa, broker che viaggiavano tra Londra e l’Italia, business di compagnie telefoniche, odor di riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente importante della Guardia di Finanza.

In questi articoli (cliccate qui e qui), si trovano ulteriori dettagli3”.

Ornella Gemini, madre di Niki, ha costituito un comitato che si adopera per far emergere la verità sul figlio. E ha aperto un blog per informare degli eventi: nikiaprilegatti.blogspot.com

 

 

1 www.agoravox.it/Niki-Aprile-Gatti-il-nuovo.html

2 incarcerato.blogspot.it/2013/06/niki-aprile-gatti-appello-beppe-grillo.html

3 incarcerato.blogspot.it/2013/06/niki-aprile-gatti-appello-beppe-grillo.html

 

Siamo tutti un popolo di migranti

 

Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

 

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912