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Quale giustizia per il carcere?

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di Giulia Silvestri

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Il 21 marzo non è solo la giornata nazionale antimafia, ma anche la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Per questo motivo parlare di carcere in quel primo giorno di primavera è stato particolarmente significativo: gli immigrati irregolari sono circa il 30% del totale dei detenuti. Questo aiuta a capire, come hanno sottolineato i relatori dell’incontro, in che modo viene visto oggi il carcere: una sorta di discarica in cui vengono rinchiusi coloro che sono considerati diversi dal resto della società, tra i quali vengono annoverati i tossicodipendenti, gli stranieri irregolari, i reietti di ogni genere. Erano presenti l’ex presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, il parroco del quartiere Dozza don Giovanni Nicolini, il presidente dell’associazione Altro Diritto Emilio Santoro, Ornella Favero di Stretti Orizzonti e Paola Piazzi dell’associazione Il poggeschi per il carcere, nonché Claudia Clementi, la direttrice del carcere di Bologna. L’incontro si è concentrato sull’inumanità degli istituti pentenziari del nostro Paese, partendo dalla sentenza che l’8 gennaio 2013 ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti; la Corte ha affermato che il sovraffollamento degli istituti penintenziari è contrario al rispetto della dignità umana.

Prima di mettere in discussione diversi istituti giuridici in merito al regime carcerario, le parole di don Nicolini sono risuonate forti nella stanza di Palazzo d’Accursio: per i volontari in carcere e per tutti i cittadini il confronto con il detenuto deve avvenire come un incontro di persone “con persone”. Si tratta di una frase che potrebbe essere considerata provocatoria, soprattutto oggi che la televisione ci presenta l’indagato come un colpevole, il condannato come un soggetto lontano dalla nostra vita e il capro espiatorio di una società inumana.

Una volta entrati nel vivo dell’argomento si è parlato della rieducazione del condannato, la finalità a cui la pena dovrebbe tendere, almeno secondo la nostra Costituzione: scopo rimasto perlopiù sulla carta. Si può parlare di rieducazione ai fini del reinserimento sociale quando un soggetto è condannato all’ergastolo o è sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis? La rieducazione venne considerata possibile dalla nostra Corte Costituzionale, che si pronunciò sul primo istituto quando non esisteva ancora l’ergastolo ostativo (senza alcuna possibilità da parte del condannato di essere scarcerato). Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo l’istituto va valutato invece sotto il profilo della dignità umana e non in merito alla finalità rieducativa: in questo senso una pena che non lascia la speranza di esere liberati è considerata inumanizzante.

Secondo Ornella Favero oggi si deve avere il coraggio di intraprendere anche un’altra lotta, a favore di quelle persone che sono sottoposte al 41 bis, molto spesso componenti di un’organizzazione criminale. Quello che hanno fatto non giustifica ciò che subiscono questi soggetti sotto il profilo psicologico, sentimentale e anche fisico (l’isolamento continuo può avere ripercussioni sere sulla salute di una persona).

È evidente che si tratta di due istituti che tolgono la dignità agli esseri umani che vi sono sottoposti, resta tuttavia difficile proporre oggi la loro abolizione, almeno finché i detenuti verranno additati come mostri lontani dal nostro mondo e fino a che non si riuscirà a lavorare sulla società cosiddetta civile che, anche a causa di una stampa malata, grida vendetta e non giustizia.

È necessario anche in questo caso, come in quello dell’immigrazione, capire che stiamo parlando di esseri umani che nonostante la nostra riluttanza sono uguali a noi; in carcere non ci sono solo mostri, ma persone che hanno fatto degli errori.

Se togliamo loro la dignità come possiamo pensare di essere migliori? Dobbiamo lavorare su noi stessi e, come auspicava Vittorio Arrigoni, restare umani.