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Un’altra mafia in casa

mafia capitale

Di Diego Ottaviano

 

Associazione a delinquere, di stampo mafioso. Uso della forza, intimidazioni, mantenimento di caos e omertà. Estorsioni, tante, che bruciano negozi che impiccano le case, abusive e no. Gente che taglia la gola, che spezza le dita, che ferisce e che prende la mira. Spara stronzo, spara! Uccidere è imperativo, il rispetto è per strada.

Usura, interessi, minacce ed economia, la nostra. Borghi sporcati, battaglie tra deboli, drogati e immigrati. Prostitute e perizoma. E ancora appalti, concessioni e responsabilità nascoste e autorizzate: i servizi pubblici, quelli segreti e la mafia capitale.

Roma è rapita, Roma è stuprata. Presa ai fianchi, spossata da pugni, calci, sputi in faccia. Roma è penetrata, a destra, a sinistra, al centro. Uno stupro in Campidoglio, al ristorante, tra la gente. Pubblicamente, di giorno e di notte. Roma è in minigonna e batte il marciapiede, come già le cugine Napoli, Torino e Milano.

Normalità italiana censita dalle tangenti dell’Expo e da quelle del Mose. Normalità che pone l’Italia al penultimo posto in Europa per i numeri della corruzione (Transparency International). Non ci sono emozioni né tanto meno memoria ma solo un altro scandalo robusto e trasversale, interno a Democrazia e Libertà di partito.

Trentasette gli arresti eseguiti dai Ros, alcuni eccellenti, come Massimo Carminati, ex Nar e Banda della Magliana, oggi a capo di un’organizzazione criminale debita al controllo di Roma e della sua economia.

Tante, troppe le banconote da contare. Soldi ricchi di sangue che incuriosiscono la diseguaglianza. Milioni di euro rubati e confiscati a un cane che si morde la coda, l’Italia. Soldi sporchi, organizzati nella contabilità di un libro nero. Soldi per tutti, per Finmeccanica, per i partiti, pure per Rifondazione: ‘paga cazzo, paga!’.

Tutto è scosso. Lo è il Movimento Cinque Stelle a Ostia, che si ritrova in casa l’arrestato Matteo Calvio, lo ‘spezza pollici’ dell’organizzazione. Lo sono la BCE e il vice di Draghi, Fabio Panetta nominato da Carminati durante un’intercettazione. Lo è la Roma bene, dei vip, della televisione e del calcio che conoscono bene Giovanni De Carlo ‘il miliardario’ coattone di quartiere e boss al servizio di Carminati.

Questa è la cupola Romana, quella che porta il tabù del 416-Bis nella capitale. Una mafia piglia tutto, una ‘Terra di Mezzo’ che negli ultimi dieci anni ottiene 174 appalti, riconducibili al lavoro costante di Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa 29 Giugno e ‘bracciante-imprenditore’ di Carminati.

La gente paga con incredulità e moralismo. Il pensiero idiota ci riporta alle vicissitudini della burattinata Banda della Magliana e di un romanzo storico nel quale Carminati era il ‘Nero’. Lui che non esce mai dalla scena, ci resta in punta di piedi. Sullo sfondo i misteri della strage di Bologna, le resse di cocaina e palazzo e calessi di potere che si succedono nella raccolta del seminato. Oggi, è lui il nuovo Re di Roma, il perno della malavita romana e forse successore di un certo Pippo Calò, tesoriere accompagnato con gentilezza e rispetto alla porta.

In Italia poco è cambiato. Carminati ha una nuova investitura professionale, quella di ‘mafioso’. Il già condannato Berlusconi coglie l’occasione per ricordare che la mafia a Roma non esiste. Messina Denaro, Morabito Rocco e Pasquale Scotti restano in latitanza e il Bel Paese dimentica che la mafia è viva, ricca e più forte di prima poiché nutrita dal più grande ‘Made in Italy’ di sempre, il nostro menefreghismo.

La messa è servita. Il crocefisso ben disposto in classe. La Juventus è prima in classifica. Gli omossessuali restano malati. X-Factor arricchisce la cena con diversi tatuaggi. Made in Sud ci riporta tra il borderline e Drive In d’altri tempi. La fiction Rai non manca mai e il senso del nostro vivere morale ci vede nominati al rumore del più classico dei cliché, ‘sono tutti ladroni’.

Talk show e paradiso. Svegliati Italia, svegliati Terra del Sole! “Hoc opus, hic labor est”, qui è la fatica, qui è la difficolta.

Il morso del Krokodil, la droga dell’orrore

 

di Beniamino Piscopo

 

Vedere alcuni video amatoriali, girati tra le periferie desolate del Volga, tra quei comprensori edilizi tutti grigi, tutti uguali, rievoca ricordi lontanissimi, ricordi da bambino, di mostri sotto al letto. Di quando era facile spaventarsi, e era facile aspettare il sonno con la paura di allungare una mano fuori dalle coperte, appena si spegneva la luce.

Questa storia comincia qui, nella Russia caucasica, in quei paesoni che dell’alto sembrano delle cacate di cemento.

Non è un film dell’orrore, è tutto vero. É la realtà che ti morde la pancia fino alla nausea, fino a sentire in bocca il sapore amaro del vomito che ti sale per la gola. É la realtà che picchia e pesta solo a guardarla, che ti fa sentire un pugile all’angolo. Eppure non puoi spostarti, non puoi fare a meno di vedere. Come quando negli incubi vorresti correre ma non ci riesci, gli occhi restano immobilizzati da una sensazione tanto raccapricciante che, a ventiquattro anni, desensibilizzato a qualsiasi tipo di violenza, ormai credevi di non essere più in grado di provare.

I video mostrano gli effetti del Krokodil, una nuova droga che dal 2004 si è fatta strada tra le periferie delle grandi città industriali russe, fino ad arrivare in Europa centrale e in Germania, fino ad uccidere 10.000 persone l’anno.

A lungo è rimasta una droga di nicchia. Nessuno voleva farsi di Krokodil, troppo devastante, ti ammazzava nel giro di un anno e già dopo la seconda dose avevi le ossa marce e l’attività celebrale e motoria compromessa. Il krokodil nasce come la droga dei poveri, un’ alternativa economica all’eroina. Chiunque può prepararne una dose in casa, facendo una spesa in farmacia e poi al supermercato. I tossici però ne stavano alla larga. Persino tra di loro il Krokodil era tabù, chi l’aveva provata ne era diventato dipendente dopo la prima iniezione, e poi non se ne usciva più, e tutto durava pochissimo. Ma ciò che spaventava più della morte insolitamente precoce, era ciò che si diventava. Bastano appena cinque dosi in endovena per smettere di essere umani e cominciare a essere altro. La pelle diventa grigio-gialla e perde elasticità, poi, pustolosa e squamosa, comincia a marcire e a staccarsi. Appena iniziano a scoppiare anche i vasi sanguini, si formano sui tessuti e sulle ossa dei buchi che si allargano, fino a diventare veri squarci. Come un tavolo di legno infestato dai tarli, giorno dopo giorno, il corpo va in cancrena fino a quando lo spappolamento del cuore o dei polmoni non provoca un’ arresto cardiaco.

La chiamano Krokodil per questo, perché ti fa a pezzi. Perché alla lunga gli squarci prendono le forme del morso di un coccodrillo, o meglio di qualcuno che è stato dilaniato da una bomba a mano. Effetti simili hanno fatto da deterrente alla sua diffusione per anni. Qualsiasi eroinomane sa delle sue aspettative di vita drasticamente ridotte, ma ci sono modi e modi di morire, e una morte del genere fa tremare solo a immaginarla.

Le cose sono però cambiate qualche anno fa. La crisi economica si è abbattuta presto anche a est. Migliaia di stabilimenti industriali chiusi, intere città-fabbriche, divenute città di disoccupati. Il degrado urbano e sociale ha portato al rialzo della domanda di eroina. Nelle case, nelle fabbriche abbandonate, nei vicoli, la Russia riprende a farsi come non accadeva dagli anni che precedettero il crollo dell’Unione sovietica. Nel 2011, una statistica del ministero degli interni a Mosca, approssimava il numero dei giovani tossicodipendenti in Russia, intorno ai sei milioni.

La reazione del governo è stata quella della tolleranza zero. I tossicodipendenti sono stati equiparati agli spacciatori nelle conseguenze penali. Nessun misura di recupero, di assistenza sanitaria o di reinserimento sociale. Il problema è stato risolto nascondendolo dietro le sbarre buie delle galere.

Sono state la crisi economica e le grandi operazioni antidroga degli ultimi anni, ad aprire in Russia, la strada al Krokodil. Migliaia di tossicodipendenti senza un lavoro, hanno visto d’un tratto l’eroina sparire dalle strade, o ricomparire periodicamente solo a prezzi inaccessibili. Il krokodil invece può essere reperito e preparato da chiunque, con una spesa di pochi rubli e alla luce del sole. Bastano iodio, benzene, e la codeina, un analgesico usato negli antidolorifici o anche per le pasticche contro il raffreddore. Tutti quelli che sono passati al Krokodil, di solito vengono da una rota di eroina che li ha portati alla disperazione. E con qualche spicciolo si compra abbastanza roba da riuscire a farsi per giorni. Ci si chiude in una casa, di solito condivisa con altri tossicodipendenti, e si esce solo per la prossima spesa. A volte capita che qualcuno stia molto male, e se nessuno ha la voglia o la forza di portarlo all’ospedale, lo si lascia morire e poi marcire dov’è. Spesso si muore per un’infezione causata dalla sporcizia nelle piaghe e nelle ferite non curate, spesso ai medici non resta che amputare interi arti andati in cancrena e mettere i tossici in isolamento. Secondo il dottor A.Yegorov “Con l’astinenza da eroina, i sintomi principali durano da cinque a dieci giorni. Dopo questi giorni c’è ancora un gran pericolo di ricaduta ma il dolore fisico sarà passato. Con il Krokodil, il dolore può durare anche più di un mese ed è insopportabile. Gli astinenti devono essere sedati solo per impedirgli di svenire per il dolore.”

In un ospedale a Samara, degli infermieri hanno ripreso alcuni interventi chirurgici d’urgenza su dipendenti da krokodil. Solo a vederli, ti arriva la puzza delle carni putrefatte, ti pare di sentirla così forte da stare male, e ti pare impossibile che una persona possa desiderare con tutte le forze un dolore del genere, ti pare assurdo che un tale strazio sia voluto. L’unica spiegazione che allora riesci a darti è che se prima c’era una persona, questa è stata sostituita da qualcos’altro, qualcosa che è privo di empatia, che si limita ad esistere. Qualcosa che non è ancora morto, ma che già da tempo ormai, ha smesso di essere vivo.

Porto di Gioia Tauro: il porto della mafia?

Di Antonio Cormaci

 

Come la migliore delle holding, anche la criminalità organizzata, in un’ottica sempre più d’impronta manageriale, ha i suoi poli d’affari, i suoi bacini entro i quali organizzare le proprie attività “economiche” ed illecite.

Le cosche della piana di Gioia Tauro e non solo hanno trovato questo polo nel famoso porto di Gioia Tauro, una delle strutture portuali più grandi del Mediterraneo e punto importante del “pacchetto Colombo”, con il quale l’omonimo presidente del Consiglio  nel 1970 ha voluto omaggiare una provincia, quella di Reggio Calabria, delusa, devastata ed amareggiata dai furenti “Moti di Reggio”.

Dicevamo, le cosche. Quella che un tempo era stata concepita come struttura d’eccellenza per dare una spinta notevole alla vetusta e rurale economia calabrese, è diventato il centro degli affari di talune cosche calabresi, impegnate nello smistamento di droghe e – come alcuni, Obama compreso, temono – materiali nucleari ed armi destinate al terrorismo internazionale.

Ma soffermiamoci sul primo punto: le droghe. Il ricco materiale giudiziario emerso dal 2008 oggi è inequivocabilmente chiaro. La più recente circolare della Procura di Reggio Calabria, Crimine 3, delinea un vero e proprio centro di potere interno al porto, nel quale spicca Rinaldo Carmelo Gangeri, indagato per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso e narcotraffico proprio nell’ambito di questa operazione Crimine 3. Gangeri non è nuovo alle istituzioni, infatti è già aggravato da precedenti di polizia per associazione di tipo mafioso e contrabbando.

Curiosità è che proprio Rinaldo Gangeri è legato da vincoli di parentela, riporta la circolare Crimine 3, proprio con Vittorio Gangeri, proprietario di quote della Serport s.r.l e consigliere della stessa ai tempi dell’accertamento. Ma cos’è la Serport s.r.l? Innanzitutto è un’azienda di logistica portuale, un’azienda che opera dentro i confini della struttura e si occupa di gestione di magazzini di merci varie, trasporti e quant’altro. Immediata è la funzione di una persona all’interno di quest’azienda: coordinamento dei traffici illeciti. Peculiare, peraltro, è proprio il ruolo di questa società a responsabilità limitata; viene definita come entità commerciale punto di riferimento di due famiglie potenti e pericolose tra le cosche calabresi: Piromalli e Molè. Si è inteso definire il ruolo di questa società come importantissimo nell’ambito delle due consorterie criminali. Delineata l’architrave criminale, non ci resta che cogliere  qual è il loro modo d’agire. La Procura parla di una sorta di struttura piramidale, con i capi cosca che danno mandato a particolari referenti, i quali a loro volta si avvalgono di figure professionali insospettabili; attraverso queste riescono a governare i flussi commerciali provenienti dalla Cina, facendoli entrare in Italia a discapito di qualunque normativa comunitaria sulla sicurezza dei prodotti. Ma questo è un meccanismo, fortunatamente, lungi dall’esser perfetto. Sempre nell’ambito dell’importantissima inchiesta Crimine 3 sono state tratte numerose intercettazioni che fanno trapelare malumori nell’ambito della gestione “parallela” della struttura: c’è chi parla di incapacità (delle cosche) a saper mantenere la “concorrenza” con il porto di Napoli, c’è chi lamenta la debolezza dello stratagemma del portar la droga dentro le banane, c’è chi lamenta il continuo approdo di finanzieri, e così via.

Passiamo ora al lato scottante della questione: le armi, in particolare… armi nucleari. Perché non  basta il ricordo del fornimento di armi leggere ai terroristi ceceni di metà anni ’90, adesso il porto di Gioia Tauro, almeno da quanto emerge dai file Wikileaks, sarebbe al centro di una gigantesca operazione di spionaggio, Megaport, attuata dai servizi segreti americani per scongiurare il passaggio di un ordino atomico clandestinamente negli States, proprio dal porto di Gioia Tauro. La fiducia nelle autorità italiane è molto scarso; quasi assente quella in coloro che dovrebbero controllare, tramite appositi scanner, il contenuto delle migliaia di container che partono ogni giorno dallo scalo marittimo calabrese.

Elementi, questi, che al di là di ogni orgoglio nazionale o regionale che sia, possono contribuire ad alimentare la fama del porto di Gioia Tauro come porto della mafia.