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Earthset, note di sperimentazione sotto le due torri

Earthset

Di Laura Pergolizzi

Prosegue il nostro viaggio attraverso i più interessanti progetti culturali presenti nel panorama bolognese. Oggi parliamo degli Earthset, alternative-rock band ormai nota alla città delle due torri, ma non solo. Il primo singolo/videoclip “rEvolution of the species” promette di oltrepassare i confini nazionali.

Ne parliamo con Luigi Varanese (basso), Costantino Mazzoccoli (chitarra), Emanuele Orsini (batteria), ed Ezio Romano (voce e chitarra).

Sono passati tre anni dal vostro primo incontro. In una sola parola, il periodo trascorso insieme.

Caos. Siamo quattro persone molto diverse. Prima di trovare un’armonia sia artisticamente che a livello personale c’è voluto un po’ di tempo, la vita del gruppo è stata complessa. Guardando indietro ci rendiamo conto di quanto siano stati intensi – e a volte difficili – questi anni, ma in tutto questo la musica ci ha aiutati molto a trasferire un po’ del “peso” delle situazioni vissute nelle nostre canzoni.

In che senso quattro persone diverse?

Sotto molti profili a cominciare dal carattere…abbiamo caratteri opposti. E ciò vale anche per lo stile di vita. C’è chi è riservato, chi meno, come Emanuele (batteria ndr). Ma anche per le influenze musicali.. quando ci siamo incontrati venivamo tutti e quattro da panorami completamente diversi…dall’ heavy metal alla musica classica. Ma questo è certamente un valore aggiunto.

Bologna e gli Earthset, un legame ormai consolidato. Quali luoghi della città vi appartengono?

Un luogo che abbiamo a cuore è il Freakout club. È il primo locale in cui abbiamo suonato ed ogni anno abbiamo iniziato lì la nostra stagione di concerti. L’altra sera abbiamo suonato e abbiamo percepito che quel palco era estremamente familiare … è diventato quasi una “casa”.

Altro luogo importante per il gruppo è casa di Ezio (voce e chitarra ndr) dove abbiamo scritto gran parte dei pezzi del disco facendo le nottate e mangiando la pizza di “Ciccio” in via delle Tovaglie. Il primo abbozzo di testo lo abbiamo scritto su un tovagliolo in orario di aperitivo. Anche lo studio Sound lab dove abbiamo iniziato a registrare fa parte del nostro mondo. In realtà siamo affezionati a tutte le strade di Bologna dove per un periodo lungo abbiamo buskerato. Così la nostra musica ha raggiunto diversi tipi di persone.

E poi, nel 2014, il primo live al The good ship di Londra e la diretta per la ICRadio...

Il live a Londra è stato un episodio casuale. Quando abbiamo pensato all’opportunità di proporci all’estero, abbiamo provato ad inviare delle mail ad alcuni locali di Londra. Ci ha stupito il fatto che nel giro di pochi giorni avevamo già un buon numero di risposte. L’esperienza al The good ship ci ha emozionati tantissimo…il pubblico ha risposto con entusiasmo alla nostra proposta.

Anche la diretta ad IC Radio ci ha molto divertiti. In un certo senso abbiamo suonato per dei nostri colleghi universitari… non tutti sanno che la ICR è una delle prime radio universitarie inglesi ed legata allo student union, una sorta di sindacato studentesco dell’Imperial College.

La breve esperienza a Londra è stata molto positiva e ci ripromettiamo di tornarci al più presto.

Il 26 ottobre uscirà il primo disco “In a state of altered uncosciousness” pubblicato dalla Seahrose recordings. Qual è il vostro rapporto con l’etichetta?

Ottimo. Con Paolo Messere, titolare della casa discografica, abbiamo capito che il nostro lavoro era stato ascoltato e capito. La casa discografica sta sostenendo il nostro progetto lasciandoci liberi di esprimerci. Abbiamo trovato qualcuno che ha capito quello che abbiamo fatto e ci sta credendo. Non è una cosa scontata.

Qual è il filo conduttore del lavoro che avete realizzato?

Il disco è un viaggio tra diversi stati alterati di coscienza. Non abbiamo scritto le canzoni pensando al disco ma sono venute così e solo dopo abbiamo capito che un filo conduttore esisteva ed abbiamo deciso di metterle insieme in un vero e proprio concept album. Solo dopo ci siamo accorti che oltre a questo tema, ve ne sono altri che ricorrono e ritornano nelle canzoni e che uniscono il tutto, consentendo una lettura a più “livelli” ed in base alle diverse chiavi d’interpretazione.

E questo vale anche per le singole canzoni. Ogni canzone è legata a qualcuno di noi, ma sarà chi ci ascolta ad attribuire un significato a quello che descriviamo come uno stato alterato e farlo proprio. E’ un disco frutto di tre anni di ricerca e sperimentazione musicale ma anche interiore… per certi versi è rivoluzionario…

Questa prospettiva trova massima descrizione nel singolo videoclip “rEvolution of the species” (https://www.youtube.com/watch?v=JGSGU8S1d1E). Qui narrate sì di una rivoluzione, ma distorta… cosa può far ripartire un sistema in battuta d’arresto?

Il coraggio. Il coraggio di sapersi mettere in discussione e di mettere in discussione un sistema che che va avanti. Di mettere in discussione ciò che si ritiene acquisito. E’ il tema della canzone ed è uno dei temi presenti nel disco. Combattere l’apatia quotidiana in cui non ci chiediamo più niente. Non rimanere immobili.

Anche il video, realizzato con la preziosa collaborazione dei ragazzi di Humareels ed El Garaje, può essere interpretato in vario modo. Qui si mette in scena un archetìpo di sistema apparentemente funzionante, ma abbastanza distopico e surreale. Chiunque può applicare questo sistema ad i vari “sistemi” che incontra nella propria vita, consentendo anche qui all’ascoltatore/spettatore di attribuire un proprio significato al tutto.

Il gesto di distruggere la macchina fotografica, ad esempio, può essere interpretato come un modo di porsi una domanda e mettere in discussione la funzionalità del sistema. Esprime il bisogno di una rivoluzione, senza però indicare quale possa essere l’effetto di questa rivoluzione.