Tag: elezioni

Il gran duello tra i socialisti spagnoli: quando il potere sconfigge la politica

Di Diego Bartés

Pedro Sánchez, abbandona da solo la sede del Psoe dopo aver dato le sue dimissioni (fonte: El Pais)

Pedro Sánchez, abbandona da solo la sede del Psoe dopo aver dato le sue dimissioni (fonte: El Pais)

“Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui sembrano passati decenni” Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin

Per spiegare il duello fratricida del Partito socialista spagnolo dell’ultima settimana, finito con le dimissioni del suo segretario generale, è necessario partire dall’inizio dell’era Sanchez.

Le primarie del Congresso Federale straordinario del luglio 2014 portarono Pedro Sánchez alla segretaria generale, che aveva sconfitto Eduardo Madina, candidato socialdemocratico, e José Antonio Pérez-Tapias, dirigente di Izquierda Socialista, la corrente interna più radicale. Per spiegare la vittoria di Sánchez è necessario guardare i risultati nella federazione andalusa, dove si impose con un maggior margine.

Sánchez, di corrente socioliberista, aveva raggiunto per quelle primarie un accordo con Susana Díaz, presidente regionale dell’Andalusia, nonché segretaria generale regionale del partito. Sánchez aveva promesso a Díaz che il suo obiettivo non era candidarsi alla presidenza del consiglio. Díaz invece aveva giurato fedeltà a Sánchez poiché lei stessa non si era candidata per mancanza di legittimità. Infatti Díaz aveva ereditato la poltrona regionale dopo le dimissioni del Presidente regionale Griñán, già coinvolto in un grave caso di corruzione. Susana Díaz, tutta la vita nel Psoe ma senza aver mai vinto un’elezione amministrativa doveva aspettare.

Sembrava che Díaz rimanesse a Siviglia almeno fino a fine legislatura e che Sánchez non si sarebbe candidato a presidente del consiglio. Ma nessuno mantenne la promessa. Díaz ruppe la coalizione di governo con Izquierda Unida (Iu) a inizio 2015 per convocare elezioni regionali anticipate, che vinse di nuovo, raggiungendo un accordo con Ciudadanos (Cs), partito autodenominato di “centro” ma di corte neo-liberista. Sánchez, invece utilizzò il potere interno per controllare il calendario e pertanto convocare le primarie allo scopo di essere l’unico candidato nelle elezioni nazionali del dicembre 2015. 

Da allora la storia è nota ovunque: due elezioni che finora non hanno portato un candidato alla Moncloa, sede del governo spagnolo. Nelle prime Sánchez ottene 90 seggi, 20 in meno rispetto la legislatura antedente, e non si raggiunse la maggioranza necessaria per l’insediamento, poiché il Psoe scelse C’s (40 seggi) piuttosto che l’alternativa di sinistra, con Podemos (69) più Iu (2). Nelle seconde elezioni di fila, il 26 giugno 2016, il Psoe perse ancora 5 seggi rispetto a dicembre, facendo scattare l’allarme definitivo.

A fine agosto il Pp convocò una sessione di insediamento per votare la fiducia a Rajoy, che ora conta 137 seggi in Camera, ma Sánchez riuscì ad ottenere il mandato del Comitato Federale socialista per votare no in prima e seconda sessione. Rajoy perse il voto in quanto sostenuto solo da C’s e dunque si riattivò il conto alla rovescia che prevede la Costituzione Spagnola: se non si stabilisce un governo entro fine ottobre, si terranno elezioni in Spagna per la terza volta in un anno, questa volta il giorno di Natale. 

A questo punto la pressione per l’astensione dei socialisti è stata sempre più grande tra gli affini, compreso il gruppo mediatico Prisa, con il giornale El País e la radio Cadena SER come puntali. Le elezioni regionali in Galizia e Paesi Baschi di domenica scorsa hanno confermato i sondaggi più pessimisti: il Psoe è arrivato rispettivamente terzo e quarto, sempre dietro le coalizioni di Podemos. La guerra era sicura, bastava sapere come si sarebbe svolta.

Sánchez apriva la partita di scacchi lunedì proponendo un Congresso Federale ordinario, da confermare nelle votazioni del Comitato Federale di ieri, per affrontare una nuova tappa nel Psoe, irritando ancora di più i critici, che tramavano una risposta contundente. Mercoledì la risposta dell’opposizione interna era pronta, ma quello che non sapeva Sánchez era che la guerra sarebbe stata un vero e proprio bombardamento politico. 

Quel giorno tutta la Spagna faceva colazione con l’intervista radiofonica in Cadena SER al ex-premier socialista Felipe Gónzalez (1982-1996). Le sue dichiarazioni annunciavano manu militari: “Mi sento diffidato da Sánchez, lui stesso mi disse che si sarebbe astenuto in seconda votazione” era il primo dei coltelli lanciati verso l’esecutivo di Sánchez. Senza tempo per valutare la profondità dello squarcio, arrivava alla sede del Psoe Antonio Pradas, uno degli uomini di fiducia di Susana Díaz con 17 dimissioni dell’esecutiva federale del partito, con l’unico scopo di far dimettersi Sánchez. I fedeli al segretario leggevano la mossa come un golpe, per stabilire una “Commissione Gestrice” che rimuovesse dalla carica tutta la esecutiva federale. 

I critici non riconoscevano più la legittimità di Sánchez come segretario, ma difatti lui decideva di rimanere imperterrito almeno fino a sabato, annunciando che si sarebbe dimesso se il Comitato Federale avesse cambiato posizione rispetto all’astensione verso il Pp. Per la prima volta in tanto tempo si parlava di politica ed era Sánchez, un socio-liberista converso alla socialdemocrazia, che per sopravvivere fissava una posizione politica e non di potere. Ma era tutto un miraggio. 

Sabato mattina si verificano le paure dei simpatizzanti socialisti, poiché la questione non è politica, ma di potere. Il comitato comincia alle 9, eppure fino alle 14 il dibattito ruota unicamente attorno a questioni meramente formali, cosa mai vista. Per di più gli insulti, rimproveri, gridi e attacchi continui ai giornalisti sono stati protagonisti di un conclave extra omnes. Fuori dalla sede si erano concentrati dal primo mattino i fedeli, non per acclamare il vincitore bensì per accusare i Susana Díaz e altri critici di golpisti. Le classi dirigenti del Psoe avevano deciso di far saltare il partito per aria in diretta.

Verso sera si vocifera che Susana Díaz ha perso una delle battaglie del Comitato Federale e non ha i voti sufficienti per un voto di censura, ma non la guerra. Infatti Sánchez vuole far votare la proposta di Congresso Ordinario, e quindi mantenere il no a Rajoy, con voto segreto. Dall’altra parte, i critici si negano adducendo mancanza di garanzie nella sorveglianza del seggio. Il motivo in realtà è un altro: Susana Díaz controlla la maggior parte delle federazioni territoriali ma non i singoli membri del comitato, dove un voto a mano libera le favorisce. 

Alla fine si fa come vuole Díaz, e di sera Pedro Sánchez perde (132 voti contro 107) chiedendo subito il turno di parola. Arriva la sua dimissione e abbandona immediatamente il comitato per fare una dichiarazione alla stampa senza turno di domande. L’era di Pedro Sánchez è terminata. Comunque il grottesco conclave continua giacché si deve formare la Commissione Gestrice. I perdenti cominciano ad uscire, e sono acclamati come eroi dalla militanza mentre i pirrici vincenti, per non essere sgridati dal pubblico, rimangono nel solare coi frammenti dove fino a ieri c’era il Partito Socialista. Il governo Rajoy bis è ora più vicino che mai mentre il Psoe in una settimana ha fatto quello che né la crisi della socialdemocrazia dalla caduta del muro né la comparsa di Podemos nel 2014 sono riuscite a fare. (Complimenti) 

Elezioni Spagna: le chiavi per prevedere il risultato

Di Diego Bartés

 

Sondaggio CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas, Governo della Spagna), Maggio 2016

Sondaggio CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas, Governo della Spagna), Maggio 2016

Quasi senza tempo per assimilare i risultati e prevedere le conseguenze del Brexit di giovedì, oggi si terrà un’altra puntata fondamentale per il futuro in Europa: si vota in Spagna per la seconda volta in sei mesi, dopo che i quattro grandi partiti non sono riusciti ad arrivare a nessun accordo di governo. Come andrà a finire la puntata di oggi è piuttosto imprevedibile poiché tanti fattori possono incidere nel risultato finale. Nei paragrafi successivi vengono analizzate le principali chiavi per arrivare informati allo spoglio di questa sera.

 

Realtà costituita: niente svolta ma effetto farfalla

Da quando Podemos apparse improvvisamente alle Europee del maggio 2014, la crisi politica spagnola non si è arrestata. Da allora, i nuovi partiti, Ciudadanos (C’s) e sopratutto Podemos, hanno guadagnato una crescente rappresentanza in istituzioni regionali e comunali, arrivando addirittura a guidare le principali città spagnole: Madrid, Barcellona, Valencia, Saragozza, Cadice o La Coruña con liste civiche popolate di attivisti e movimenti sociali.

L’ultima fermata di questà “tournée” elettorale ha avuto luogo lo scorso 20 dicembre, quando il bipartitismo spagonolo saltò per aria per salutare una nuova epoca con quattro grandi partiti: Pp (attualmente 123 seggi), Psoe (90), Podemos (69 più 2 di Iu) e C’s (40). Sei mesi dopo, la realtà spagnola non offre grandi cambiamenti demoscopici se si guardano i diversi sondaggi. Tuttavia, i tracking elettorali hanno già considerato l’effetto per cui Podemos (20,7% a dicembre), adesso in coalizione con Izquierda Unida (3,7%), aggiungerà nuovi seggi (fino a 15) ai risultati di dicembre, poiché le circoscrizioni provinciali premiano i grandi partiti e coalizioni.

 

Fedeltà del voto, indecisi e accuratezza sondaggi

L’ipotesi di considerare risultati simili a quelli di dicembre se non è vera è verosimile. Tuttavia, affermare ciò implica considerare tutti gli elettori ugualmente fedeli e attivi nel ritornare al seggio domani per confermare il voto precedente. Studi demoscopici più approfonditi hanno fatto vedere, da una parte, che i votanti più fedeli sono quelli del Pp, seguiti dalla coalizione Unidos Podemos, il Psoe in terza posizione e per ultimo C’s. Dall’altra, gli studi realizzati hanno considerato una partecipazione del 70-72% leggermente più bassa dello scorso dicembre. La realtà e quindi incerta, giacché gli esperti affermano che c’è ancora un 10-15% di indecisi che potrebbero cambiare tutto.

 

Unidos Podemos, chiusura campagna elettorale a Madrid

Unidos Podemos, chiusura campagna elettorale a Madrid

La campagna elettorale: i diversi approcci dei grandi partiti

Allora, se il risultato è incerto, quanto potrebbe aver cambiato l’orientamento del voto la campagna appena svolta ? A questa domanda non è facile rispondere, perché i partiti hanno seguito un approccio classico e di basso profilo.

  • Pp vs. C’s: i popolari si mantengono grazie al voto senior

Per quanto riguarda il Pp, i popolari hanno cercato di porsi come unica alternativa alla sfida populista rappresentata da Unidos Podemos, perché i voti a C’s potrebbero perdersi a causa della legislazione elettorale. D’altronde C’s sostiene che un voto alla loro candidatura sia un voto a favore dell’intessa, per mettere d’accordo Pp e Psoe. Questo elemento è nuovo nell’argomentario arancione perché a dicembre affermavano di non sostenere né Pp né Psoe. Adesso li vogliono sostenere, anche se secondo i sondaggi non sono aritmeticamente necessari in un governo di grande coalizione.

  • Psoe: Pedro Sánchez nei guai per il possibile sorpasso viola

Nello spettro progressista, invece, il Psoe si è dedicato ad attaccare in continuazione Podemos, sicuramente perché i sondaggi considerano probabile il sorpasso dei viola sui socialisti, sia in voti che seggi. Questo risultato metterebbe in grande difficoltà il candidato socialista Pedro Sánchez, che potrebbe addirittura dare le dimissioni come segretario Psoe domani sera se si dovessero confermare le tesi del sorpasso.

  • Unidos Podemos: la campagna dei sorrisi che forse non basta

D’altra parte, Podemos, adesso Unidos Podemos, ha deciso di fare una campagna in positivo, offrendo sempre collaborazione al Psoe per costruire una realtà alternativa al Pp per cambiare il paese, qualsiasi sia il risultato di entrambe le candidature. Lo scenario di sorpasso per Podemos è quello di superare il Pp e non tanto i socialisti. Il principale problema per i viola è che il sorpasso al Psoe è abbastanza plausibile, non così certo con i popolari. Dunque, un Psoe in pasokizzazione non sarebbe in grado di arrivare ad accordi con i viola, perché non lo ha fatto quando aveva più seggi nella scorsa legislatura. Quindi, affinché non si ripetano per la terza volta le elezioni, il risultato più probabile rimarrebbe un governo Pp e C’s con l’astensione del Psoe.

 

Elezioni Spagna: il vecchio muore e il nuovo non può nascere

Di Diego Bartés

Garzon

Quando Pedro Sánchez (Partito socialista spagnolo – Psoe) andò dal premier portoghese António Costa a gennaio per rivendicare un governo “di progresso” anche in Spagna, non poteva minimamente immaginare come sarebbe andata a finire l’undicesima legislatura della democrazia spagnola, ormai terminata lo scorso 2 maggio. Prima di quel viaggio i socialisti avevano perso le elezioni contro il Partido Popular (Pp), che tuttavia non ottenne la maggioranza assoluta per rinnovare automaticamente l’incarico di governo. Quindi i socialisti, con 90 deputati, e senza che tornassero i numeri, proposero un proprio governo supportato da altri partiti (principalmente Podemos, che contava allora 69 seggi in aula).

Il vantaggio competitivo per il Psoe era che Podemos aveva tracciato delle linee rosse prima di cominciare le negoziazioni, tra cui un referendum per l’indipendenza della Catalogna. La mossa di Sánchez rientrava nella classica strategia di proporre un accordo che l’avversario non avrebbe mai potuto accettare, ma che sarebbe disastroso rifiutare; perché dire no a Sánchez implicava consegnare il governo nelle mani del Pp di Mariano Rajoy, premier ad interim, o andare a nuove elezioni: due scenari pessimi per il partito viola guidato da Pablo Iglesias. A prima vista, il Psoe aveva realizzato un win-win politico.

Tuttavia, Podemos decise di smascherare il bluff di Pedro Sánchez: il 22 gennaio, di ritorno da Palacio de la Zarzuela – il “Colle” spagnolo – Pablo Iglesias (Podemos) realizzò una conferenza stampa in Camera dei Deputati con un messaggio chiaro: facciamo un governo multipartito “di cambiamento”, insieme al Psoe, ma anche Izquierda Unida e Compromís. Bomba disinnescata. Ma non solo. Nel frattempo, Sánchez si trovava dal Capo dello Stato e una volta tornato per rispondere ai giornalisti aveva almeno mezzo governo fatto, con persone che voleva come supporto e non come veri e propri soci. 

L’iniziativa politica tornava a Podemos, quindi Pedro Sánchez portò al “Comité Federal” del partito la proposta di Podemos per prendere una decisione collegiale. La risposta della direzione socialista fu chiarissima: no. Perlomeno non come volevano Podemos, IU e Compromís. D’altronde la risposta negativa era logica; fino a qualche mese prima Sánchez si riferiva a Podemos liquidandoli sempre come “populisti”. Alla domanda: “lei vuole arrivare ad accordi con Podemos?”, solita risposta: “io non farò accordi con il populismo”. La patata bollente, però, tornava al Psoe, poiché si giocava al “blame-game” nel quale, chi rifiutava l’altro, perdeva.

Il Psoe tentò di risolvere la crisi arrivando ad un accordo con Ciudadanos (C’s), un autodefinito “partito di centro” di taglio neoliberista. C’s, che era stato definito dal Psoe come “la nuova destra” e “le nuove generazioni del Pp” prima delle elezioni, aveva ottenuto 40 seggi alla Camera, chiaramente insufficienti per aiutare Sánchez nel processo di insediamento. Nell’accordo, C’s assicurava che sarebbero riusciti a mantenere almeno l’ottanta per cento del loro programma.  Nonostante l’accordo fosse stato definito come “liberista nell’economia” ma allo stesso tempo “progressista nel sociale”, Sánchez invitò comunque Podemos a unirsi all’accordo, aggravando l’offerta iniziale ai viola perché, simultaneamente, C’s chiese al Pp di aderire allo stesso accordo Psoe-C’s. La realtà politica spagnola aveva superato la finzione. Il risultato finale, meno fantasioso, è stato di 130 sì su 350 deputati, portando quindi a nuove elezioni, che si svolgeranno il 26 Giugno

Nuove elezioni e un corollario gramsciano: questi ultimi mesi, ormai anni, hanno mostrato che nella crisi politica spagnola c’è una realtà nuova che ancora non può nascere mentre un’altra realtà vecchia muore. Sicuramente la realtà agonizzante risponde a partiti come il Psoe che, insieme ai sindacati, non hanno saputo adattarsi alla fine del fordismo ma che comunque vogliono sopravvivere ad ogni costo. Tuttavia, il Psoe è stato il partito più rilevante nella Storia della democrazia spagnola. I socialisti furono i principali innovatori del paese prima con 14 anni di governi di Felipe González negli anni ’80 e ’90 successivamente introducendo importanti riforme sociali nei governi di Zapatero (2004 – 2011): dalla legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, alla legge per la memoria storica, dalla legge per aiutare le persone con dipendenza ad una nuova legge sull’aborto.

Ciononostante, quando nel 2008 scoppiò la crisi il Psoe decise in primis di negarla. Zapatero aveva già guardato altrove negli anni precedenti senza cambiare il modello produttivo del paese, troppo focalizzato sulla costruzione, sul settore immobiliare e altre attività speculative. L’unica risposta alla crisi furono le “riforme” confermando la sconfitta socialista contro il neoliberismo. Tuttavia, la popolazione reagì generando risposte che né partiti né sindacati avrebbero portato avanti: marea verde (movimento per l’educazione pubblica), marea blanca (movimento sociale per la sanità pubblica), la PAH o il movimento 15-M sono alcuni esempi. 

Per uscire dalla delusione precedente, il Psoe di Sánchez si è presentato alle ultime elezioni con un programma progressista che nelle settimane successive hanno manipolato per  convergere con la “nuova destra” (sic). I governi socialisti, sia di Felipe González sia di Zapatero, chiusero le loro epoche abbracciando il neoliberismo economico dopo anni in carica. Il Psoe di Sánchez, però, non è nemmeno riuscito a superare la sessione di insediamento rinunciando all’agenda “di cambiamento” e dimenticare la dichiarazione di intenti di quel viaggio in Portogallo, vicino nel tempo eppure lontano nei fatti.

Unidos Podemos

Insomma, questo Psoe è da qualche tempo che naviga in alto mare, alla deriva, senza timone né ancora ideologica. Dall’altra parte si trova “Unidos Podemos” che concorrerà per vincere alle nuove elezioni di Giugno, mentre nelle file socialiste si annunciano tamburi di guerra se  Sánchez e i suoi non arrivano primi. La crisi politica spagnola non si risolverà a meno che il partito socialista non riprenda l’egemonia nel suo spettro, ad oggi una chimera, oppure diventi finalmente irrilevante.

E Reggio si svegliò in primavera

Reggio calabria

Di Antonio Cormaci

 

Ci sono quelle storie che cominciano con imbonitori, con profeti con la soluzione in mano, con incantatori di serpenti e maghi del travestimento. Ci sono quelle storie che raccontano di grandi opere, o presunte tali, molto costose, molto avveniristiche ma decisamente poco funzionali all’idea  di città. Ci sono quelle storie che raccontano di strutture decretate simbolo del progresso economico reggino, simbolo di una rinascita fondata sul mattone e sulle promesse ma che oggi sono la più tragica espressione del mondo delle incompiute reggine. Ci sono quelle storie che parlano di milioni e milioni di euro spesi per discutibili forme di attrazione turistica, molto rumorose, ma di cifre molto vicino allo zero per quanto riguarda cultura ed intrattenimento giovanile “di qualità”. Ci sono quelle storie che raccontano l’abbandono, quell’abbandono che alcune comunità reggine periferiche conoscono molto bene, tanto da rifiutarsi di votare. Ci sono quelle storie che narrano di quintali di immondizia sparsi per la città, di cloache a cielo aperto in quartieri residenziali particolarmente nutriti di abitanti, di strade che nulla hanno di invidiare alle mulattiere percorse dai nostri bisnonni. Ci sono storie che verranno ricordate per la loro unicità, per essere le storie del primo capoluogo di provincia il cui consiglio comunale è sciolto per infiltrazioni mafiose. C’è una sola storia che a noi non piace raccontare, la storia di nove anni di malgoverno di centrodestra, un malgoverno che non sono le pagine dei giornali, o le contestazioni cittadine continue, a raccontare con il dramma degli sconfitti, ma i fatti: i teatri, le strade, le infrastrutture, i trasporti, il lavoro.

Reggio ha avuto la sua occasione per dire no a quella storia, l’occasione per avere un nuovo taccuino da scrivere da riempire con le parole di una nuova storia, si spera migliore, da raccontare ai nostri figli. E questa occasione non è stata persa, almeno stavolta. Reggio si sveglia in primavera, con la bulgara vittoria della coalizione di centrosinistra capeggiata dal giovane neosindaco Giuseppe Falcomatà. Il risultato era scontato, se non altro per le laceranti testimonianze lasciate dal centrodestra in questi anni, ma non così scontata sarà la capacità, meramente politico-programmatica, di fare il proprio dovere per questa città. Reggio si presenta come un campo che ha subito incessanti bombardamenti, una città persa nel ricordo della sua fama di “Bella e gentile”, e che ben poco ha a che vedere con il genere di città funzionale che noi tutti agogniamo. Bisognerà partire da tutto: dalle infrastrutture alla ristrutturazione delle aziende municipalizzate; dalla riqualificazione della nostra rete viaria alla possibilità di incentivare il commercio artigianale della nostra città, almeno con la riqualificazione di un centro potenzialmente nevralgico come il mercato “Girasole” di via Messina; dall’applicazione del concetto di “trasporto sostenibile” – abbiamo uno dei migliori poli ingegneristici del Meridione, perché non sfruttarlo? – ad un’apertura, più incisiva, al mondo della cultura, con la rinascita del nostro Teatro Comunale “Francesco Cilea”; dallo sport al turismo, con un potenziamento dei collegamenti aerei e navali alla nostra città. E progetti giganteschi ed impossibili, come il suggestivo Waterfront, progettato senza neanche dare occhio al contesto urbano, vengano non cestinati ma almeno rivalutati alla luce delle esigenze di una città come Reggio.

Le basi ci sono, Reggio respira aria di primavera e noi aspettiamo l’arrivo delle rondini.