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Numero 27 Maggio 2015

“Sin dalle prime ore dell’alba gli alleati entrano a Bologna: è il 21 aprile 1945, la liberazione è cominciata. Donne, uomini, bambini e anziani riversi tra via Indipendenza e Piazza Maggiore, affiancati da militari e partigiani tornati da mesi e anni di lunghe battaglie. Bologna fu uno dei fuochi più dirompenti, dalle stragi di Monte Sole e Marzabotto alla partigianeria che lottò contro il nemico sui monti dell’Appenino. 70 anni dopo è giusto dare ancora più voce ad una memoria che ci chiama ad essere tutti uniti, nel ricordo e nella resistenza quotidiana.”

Pippo Fava, ultima intervista.

Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Filmstory, trasmessa su Retequattro, sette giorni prima del suo assassinio.

Giuseppe Fava, l\’ultima intervista. 1a parte

Giuseppe Fava, l\’ultima intervista. 2a parte

 

Fava: I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo…, cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità che credo faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice della gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’Italia.

Biagi: E’ vero che la realtà spesso supera la fantasia?
Fava: Sì anche perché dalle mie esperienze personali mi sono trovato quasi sempre di fronte a fatti, fenomeni, personaggi che io non avrei osato a volte nemmeno immaginare. Se tu vuoi io posso citare…

Biagi: Io voglio, sì sì.
Fava:  Tu forse conosci la storia di Placido Rizzotto.

Biagi: Sì.
Fava: Placido Rizzotto era un sindacalista pazzo, pazzo alla maniera nobile del termine, il quale si illudeva negli anni ’40-’50 di poter redimere i poveri di Corleone e come un pazzo andava all’occupazione delle terre con delle bandiere tricolore, con delle bandiere rosse guidando folle di contadini affamati per l’occupazione del latifondo. Evidentemente era un uomo che dava molto fastidio al potere, alla proprietà, al padrone perché in effetti espropriava le terre sia pure abbandonandole, costretto ad abbandonarle perché non c’era acqua, non c’erano strumenti di lavoro, non c’erano case. Però era un uomo che gettava il seme della rivolta in un luogo, in una terra, in un territorio dell’isola che era stato sempre tradizionalmente dominato dalla mafia. E accanto a lui (ecco la cosa stupefacente) camminava, correva (perché i rivoluzionari corrono secondo tradizione) dietro alle bandiere rosse, alle bandiere tricolore seguiti da queste torme di contadini una ragazza che il mito descrive scarmigliata, bella, alta, bruna come le siciliane, come una Anita Garibaldi. Ed era la sua fidanzata, si chiamava Leoluchina Sorisi. Lavorava con lui, si batteva con lui,  lottava con lui, occupava le terre insieme ai contadini finchè un giorno Placido Rizzotto scomparve.
Placido Rizzotto è uno degli eroi dimenticati. Io qui vorrei fare una piccola parentesi e ti chiedo scusa ancora. Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia, lottano alla loro maniera naturalmente. Il fatto è che tutti gli uomini che sono caduti negli ultimi tre o quattro anni sono tutti siciliani. Gli eroi della lotta contro la mafia sono tutti siciliani con l’esclusione di Dalla Chiesa soltanto, il quale tutto sommato era anche lui un siciliano perché era stato a comandare i carabinieri di Palermo per tanto tempo. Ecco Placido Rizzotto era uno di questi eroi siciliani che spesso vengono dimenticati dall’opinione pubblica italiana. Placido Rizzotto scomparve, morì come credo nessuno sia morto, nel modo più orrendo possibile. Venne precipitato in fondo ad una spelonca del monte Busambra, un precipizio, una voragine di 300-400 metri e ritrovato dopo due anni. Venne precipitato giù vivo ed incatenato, cioè morì di fame e divorato dalle bestie della campagna. Quando i carabinieri e gli speleologi tirarono su questi miserabili resti umani, che vennero credo identificati attraverso una catenina che ancora quei resti avevano al collo, era presente Leoluchina Sorisi che riconobbe il cadavere e disse (riferiscono le cronache di allora) sicilianamente una cosa molto bella che io da siciliano non condivido ma che poeticamente amo: “Di chi lo uccise io mangerò il cuore”. Passò del tempo. Si seppe che l’assassino o comunque il mandante dell’assassino (o si ritenne di sapere che il mandante dell’assassino) era Luciano Liggio il quale era il Napoleone della mafia, il potere insorgente della mafia ed era inafferrabile, era una primula rossa. Beh, Luciano Liggio venne catturato in casa di Leoluchina Sorisi, nel letto di Leoluchina Sorisi, accudito e curato da questa donna. Non che ci fosse un rapporto umano. Però era nella sua casa. Io ho cercato questa donna, l’ho cercata a Corleone, l’ho cercata dovunque, da tutte le parti, non l’ho trovata più. Ecco qui la realtà va oltre qualsiasi immaginazione. Perché una donna che è innamorata di un uomo, che assiste alla sua fine e ama anche la sua maniera di morire, poi può far tenere dentro la propria casa e curarlo, accudirlo e nasconderlo l’uomo che si presume lo abbia ucciso?

Biagi: Tu hai fatto una conoscenza diretta del mondo della mafia come giornalista?
Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell’una e dell’altra parte attraverso quelle che erano le cronache, le inchieste, le indagini che andavamo conducendo e che puntualmente abbiamo riferito sui nostri giornali.

Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi per esempio? Sono cambiati?
Fava: Un uomo sì. C’è un abisso (anche questa è una grande confusione che si fa) tra la mafia qual era vent’anni fa, quindici anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, ho avuto (con molta ironia lo dico) l’onore di essere stato l’unico ad intervistare Genco Russo, ad avere da lui un memoriale da lui firmato che iniziava con ”Io sono Genco Russo, il re della mafia”. Genco Russo era un uomo che governava il territorio di Mussomeli dove, da vent’anni, non c’era non dico un omicidio ma uno schiaffo. Non c’era un furto, dove tutto procedeva nell’ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio ed aveva una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare, governava 15, 20 mila, 30 mila, 40 mila voti di preferenza di una parte della provincia. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinante perché bastava che Genco Russo spostasse non da un partito all’altro, ma anche all’interno dello stesso partito quella massa di voti per determinare la fortuna o l’infelicità di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione siciliana e spalancare con un calcio la porta degli assessori: perché lui era il padrone. Poi dopo la società corse avanti, si modificò tutto ed i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori, anche al massimo livello. Si fanno i nomi (non lo so, io non li conosco personalmente) dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i padroni della mafia, i governatori della mafia, i vicerè della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro e fanno quello che gli altri…non lo so, io adesso parlo di persone che sono incensurate, quindi presumo secondo l’accusa.

Biagi: L’America, i nostri compatrioti all’estero che parte giocano in tutta la faccenda?
Fava: La loro parte è senza dubbio importante, cioè loro sono gli apportatori di masse di denaro incredibili. Io ritengo che la loro parte soprattutto sia in quello che oramai è l’argomento fondamentale della strategia mafiosa, cioè il mercato della droga. Io ho fatto delle indagini piuttosto sommarie debbo dire che può fare chiunque. Mi sono reso conto di quella che attualmente è la struttura finanziaria della mafia. Questi sono degli studi che chiunque può leggere. Esistono attualmente al mondo circa 100 milioni di drogati. La cifra è molto più alta, ma ufficialmente sono quelli. Un milione dei quali muoiono ogni anno per overdose. Dieci milioni restano definitivamente inabili a qualsiasi attività umana. Gli altri 90 milioni che restano vengono continuamente aumentati di numero eccetera. Si presume che consumino questi cento milione di persone (che vivono soltanto nel mondo occidentale) dalle 15 alle 20 mila lire di droga al giorno. Secondo calcoli piuttosto banali, piuttosto facili (basterebbe una macchinetta) si tratterrebbe di qualcosa come 100 mila miliardi l’anno, i quali vengono manovrati quasi esclusivamente dalla mafia. Ora io mi sono posto questa domanda che credo si sia posta qualsiasi persona costretta per motivi professionali o per passione politica oppure per pura umanità ad interessarsi del problema. Un’organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l’anno,  più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano, in condizione di armare degli eserciti, in condizione di possedere delle flotte, di avere una aviazione propria. In effetti sta accadendo che la mafia si sia ormai pressocchè impadronita, almeno nel medio oriente, del commercio delle armi, del mercato delle armi. Ecco gli americani contano in questo. Però neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia come mafiosi se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che di questi centomila miliardi, un terzo, un quinto resta in Italia e bisogna pure impiegarlo in qualche modo, bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E allora ecco le banche, le banche nuove, questo pullulare, questo proliferare di banche nuove dovunque che servono per riciclare. Il Generale Dalla Chiesa lo aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, quella che lo portò alla morte. Era dentro la banche che bisognava frugare perchè lì c’erano  decine di migliaia di miliardi insanguinati che venivano immessi dentro le banche e ne fuoriuscivano per andare verso opere pubbliche. Ritengo che molte chiese siano state costruite con appalti avuti da denari mafiosi insanguinati.

Biagi: Il padrino è quello raccontato da Mario Puzo o è un altro tipo?
Fava: Sì in parte penso di sì. E’ un uomo saggio e crudele, il quale ha saggezza su tutto e una crudeltà senza limiti, disposto ad ammazzare o a fare ammazzare anche il figlio se dovesse essere il caso. Per il mafioso è una causa. Per Genco Russo la mafia era una causa. Per il mafioso moderno nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi, i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze. Questo è un dato che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia soltanto il potere, cerca anche la sua ricchezza personale, perché dalla ricchezza personale deriva potere e deriva la possibilità di avere sempre quei 150 mila, 200 mila voti di preferenza. Perché purtroppo la struttura della nostra civiltà politica è questa. Chi non ha soldi 150 mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai.

Biagi: Una volta si diceva che la forza dei mafiosi era la capacità di tacere. E adesso?
Fava: Io sono d’accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Sì certo, si cerca di tirar fuori le mani, di tenerle in alto quando c’è qualcuno che sta per essere ammazzato, l’alibi personale, l’alibi morale. Ma non credo ci sia questa paura, questa necessità di far silenzio. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.
Biagi: Come sono le donne dei mafiosi?
Fava: Quasi inesistenti. Io non ne ho conosciuta alcuna. Ho conosciuto le donne delle vittime dei mafiosi e loro sono delle donne straordinarie.

Biagi: Cosa vuol dire essere ”protetti” secondo il linguaggio dei mafiosi?
Fava: Essere “protetti” significa poter vivere dentro questa società. Ho letto un’intervista esemplare nei giorni scorsi a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l’ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale. E’ una legge mafiosa che è stata esportata, è venuta su dalla Sicilia, fa parte ormai della cultura nazionale: non si fa niente in Italia se non c’è l’assenso del politico e se il politico non è pagato. Ecco noi viviamo in questo tipo di società e in questo tipo di società la protezione è indispensabile se qualcuno non vuol condurre la vita da lupo solitario. Che può essere anche una scelta, può essere anche affascinante, essere soli nella vita e non avere né aderenze né protezione da alcuna parte, orgogliosamente soli fino all’ultimo. Questa può essere una scelta, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.

Biagi:
 Non hanno questa vocazione alla solitudine. Secondo voi cosa bisognerebbe fare per eliminare questo fenomeno? Fava.
Fava: Tu fai una piccola domanda che avrebbe bisogno di una enciclopedia. Posso dirti soltanto che a mio parere tutto parte da una assenza dello Stato e dal fallimento della società politica italiana. Bisogna ricominciare da lì. Forse è necessario creare una seconda Repubblica in Italia. E’ tempo di creare una seconda Repubblica  che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che eliminino il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso o della sua avidità o della ferocia degli altri o della paura o comunque in ogni caso che possa essere soltanto un professionista della politica. Tutto nasce da lì, dal fallimento della politica e degli uomini politici, della nostra struttura politica e forse della nostra democrazia così come noi l’abbiamo  in  buona fede appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando fra le mani. Dovremmo ricominciare da lì.

Enzo Biagi: La tua libertà, la nostra libertà…grazie

Oggi sarebbero stati 92. Forse guardare così malinconicamente questa data da parte di una vent’enne non è proprio la visione più salutare che ci possa essere. Ma non posso farci niente.
Sono passati 5 anni e sento di aver perso la possibilità di avere un nonno in più. Ma un pò di strada l’ho fatta per recuperare: nella Bologna in cui tu sei cresciuto, sto crescendo anche io. E il tuo insegnamento, nonostante la mancanza, è rimasto.
Spesso guardando Piazza Maggiore, percorrendo via Ugo Bassi, leggendo i titoli sulle edicole del “Resto del Carlino”, non posso che pensare che è qui dove tutto è cominciato. Dall’appennino bolognese della tua Pianaccio, al trasferimento a Bologna, alla Resistenza; e poi le prime direzioni, la televisione che ti accoglie come una grande famiglia e che nonostante i torti subiti dall’alto è rimasta nel tuo cuore fino alla fine. Perchè gli italiani identificavano l’informazione, quella vera, nei tuoi programmi, nei tuoi servizi e nelle tue interviste.
Io ho pochissimi ricordi della televisione di quando ero più piccola: in pratica solo due. L’ultima apparizione televisiva di Giorgio Gaber, nel programma di Adriano Celentano “125 milioni di caz..te”, dove il Sig. G e il “molleggiato” si ritrovano sul palcoscenico insieme a  Dario Fo ed Enzo Jannacci (con Antonio Albanese intimorito dalla grandezza dei quattro mostri sacri) a cantare “Ho visto un re”; e poi una scritta gialla, una sagoma scura, e degli occhiali. I tuoi, quelli della sigla de “Il Fatto”, riconosciuto come il miglior programma giornalistico dei primi 50 anni della RAI.
Ma tu avevi già capito tutto, anche perchè ne avevi passate tante. Probabilmente se fossi ancora qui diresti che non è poi cambiato molto!E per questo saresti tacciato di qualunquismo, parola che non capiresti, ma che adesso va molto di moda.

 

 Quanta vita può esistere in un solo uomo, in quei piccoli occhi azzurri sormontati da grandi occhiali che riuscivano a vedere sempre al di là di tutto e a centrare il bersaglio?
A soli 17 anni hai cominciato: il tuo primo articolo, pubblicato sull’Avvenire d’Italia, dedicato al dilemma sorto nella critica dell’epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. E nel 1940 cominci al Resto del Carlino, come estensore di notizie (e già qui si vedeva il tuo grandissimo talento). E poi la guerra. I Partigiani. La Brigata Giustizia e Libertà, divisione Bologna. Quelli che tu riconoscerai come i mesi più importanti della tua vita. Anche qui l’attività di scrivere non è mai cessata: così scrivevi a quei tempi

 

 “Patrioti – Pubblicazione della Prima Brigata Giustizia e Libertà
1° numero, 22 dicembre 1944

Ciò che hai fatto non sarà dimenticato. Né i giorni, né gli uomini possono cancellare quanto fu scritto con il sangue. Hai lasciato la casa, tua madre, per correre in montagna. Ti han chiamato “bandito”, “ribelle”; la morte e il pericolo accompagnavano i tuoi passi. Scarpe rotte, freddo, fame, e un nemico che non perdona. Sei un semplice, un figlio di questo popolo che ha sofferto e che soffre: contadino o studente, montanaro od operaio. Nessuno ti ha insegnato la strada: l’hai seguita da solo, perchè il cuore ti diceva così. Molti compagni sono rimasti sui monti, non torneranno. Neppure una croce segna la terra dove riposano. La tua guerra è stata la più dura, tanti sacrifici resteranno ignorati. Contadino o studente, montanaro od operaio, ti sei battuto da soldato. E da soldato sono caduti coloro che non torneranno… Giosuè Borsi, poeta e combattente, lottò e cadde per un’Italia più grande, ma soprattutto “per un’Italia più buona”.
Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di umana solidarietà leghi tutti gli italiani tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino. Non avrai ricompense, non le cerchi. Sarai pago di vedere la patria, afflitta da tante sciagure, risollevarsi.
Uno solo è il tuo intento: perchè l’Italia viva.”

 

Nel 1951 Arnoldo Mondadori ti assume come caporedattore nel settimanale Epoca, lasciando Bologna per Milano. Con grande intuizione sul caso di Wilma Montesi, sbattuto in prima pagina e facendo aumetare le copie del giornale, diventi direttore.
Ma eccolo, il grande arrivo: la televisione. Il 1962 è l’anno di RT, “Rotocalco Televisivo”, il primo programma che si occupa esplicitamente di mafia. Nelle case degli italiani, il 31 marzo, per la prima volta, vengono fatti i nomi di Riina, Liggio, Provenzano. Però le pressioni politiche, che da sempre ti hanno accompagnato e ti accompagneranno sempre, cominciano a farsi sentire, e decidi di tornare alla carta stampata, a Milano, come inviato del Corriere, della Stampa, e dell’Europeo.
Direttore del Resto del Carlino nel 1972, per la tua schiena dritta e la tua schiettezza (evidentemente rari nella storia del giornalismo italiano), lasci e torni al Corriere; collabori con Indro alla creazione de “Il Giornale” (adesso vedi come si è ridotto!), e passi a Repubblica fino al 1988.
Ricominci con programmi televisivi: “Spot”, “I dieci comandamenti all’italiana”, “Una storia” dove compare per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta.
Il 1995 è l’anno del Fatto. Qui si possono ritrovare tra le più celebri interviste ai grandi di ieri e di oggi: Montanelli, Benigni, Sophia Loren. I primi 8 anni, anche se movimentati, passano. Ma penso che nemmeno tu ti saresti aspettato quello che poi è successo: e quando ne hai parlato, o ne hai scritto, si percepiva il dolore non solo professionale, ma umano che ti aveva arrecato tutta la faccenda.
L’editto bulgaro, il 18 aprile 2002:

“L’uso che Biagi… Come si chiama quell’altro? Santoro… Ma l’altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga.”

(Silvio Berlusconi, da Sofia)

 

Silurati. Tutti. Un veto inoppugnabile anche per il più grande giornalista italiano. Tu ricordarai soprattutto di questa storia le dimissioni inviate con raccomandata. Un gesto che ti ha fatto sentire come l’ultima ruota del carro quando per quella famiglia, la televisione pubblica, avevi dato il tuo lavoro professionale e tutto il tuo essere. Come se ti avessero sputato in un occhio.
E poi Lucia, Anna che se ne vanno. Il dolore più grande della tua vita. E ci tornerai in televisione, poco prima di lasciarci, forse con soddisfazione, forse no.
Sai qual è la cosa che mi fa più rabbia?Che tutti, nessuno escluso, non ha mantenuto una promessa.
E’ l’alba a Pianaccio. Stai percorrendo per l’ultima volta le tue strade, stai vedendo per l’ultima volta le tue colline, il tuo verde. Tante facce: il giovanissimo Roberto Saviano, Walter Veltroni, il Presidente del Consiglio Prodi. Ma soprattutto ci sono state tante parole volate via e mai più tornate. Il Ministro delle Comunciazioni Gentiloni, all’affermazione del giornalista Sandro Ruotolo “Voi state da due anni al governo, e lì c’è il problema del conflitto di interessi. E non l’avete ancora affrontato, che è il modo migliore per rispondere a quello che temeva Enzo Biagi, il rischio del regime” risponde: “Si non c’è dubbio che dobbiamo onorarlo anche attraverso quelle iniziative legislative che correggono un sistema  che altrimenti rischia di riproporre questi pericoli”.

 

 Il conflitto di interessi?Sta ancora lì. Non solo quello più grande di tutti, ma anche gli altri che continuano a produrre il danno morale peggiore nel nostro Paese.
….parlano di onore. Onore?Io credo che non sappiamo nemmeno cosa voglia dire perchè non ce l’hanno mai avuto e non dovevano difenderlo. Al contrario di come hai sempre fatto tu.
A quel tempo c’era Prodi. Dopo nemmeno tre anni è caduto il suo governo ed è tornato Berlusconi. Ora se n’è andato. O almeno così aveva detto. Invece sembra voler “riscendere in campo” per l’ennesima volta. Abbiamo un governo tecnino che si è messo a rattoppare i buchi causati da una crisi della quale si riesce a vedere solo l’inizio e mai la fine. La lentezza della giustizia continua a rappresentare un macigno insormontabile per il nostro Paese, insieme all’evasione fiscale e alla corruzione. Hai vissuto la prima ondata di Tangentopoli ma, ti assicuro, le cose sembrano addirittura peggiorate. Per non parlare della mafia, dei misteri che continuano a sgretolare, sassolino dopo sassolino, il gracile scheletro della nostra democrazia.
Come disse il tuo caro amico Indro Montanelli “Questi il regime lo fanno davvero, e non so se dolermi o rallegrarmi del fatto che non ne vedrò la fine.” Io spesso provo ad immaginare te ed Indro su una nuvola che vi divertite a commentare e a prendere in giro noi poveri mortali. E mi viene da sorridere, un sorriso forse un pò amaro, nel pensare che due grandi come voi forse nella nosta storia non li ritroveremo mai. Come tanti altri. E allora non posso che farmi carico di tutto e credere che per raggiungere il tuo livello forse 60 milioni di italiani potranno bastare.
Pochi giorni prima di morire hai recitato ad un infermiera “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie..” di Ungaretti, aggiungendo “ma tira un forte vento”. Io una promessa posso fartela e sono sicura di poterla mantenere: ogni volta che sentirò spirare il vento, inspirerò a pieni polmoni tutto l’ossigeno e la vita che mi regalerà. Saprò in quel momento che un pezzetto di libertà in più è entrato a far parte di me, la stessa per la quale hai lottato per tutta la vita, prima come partigiano sugli appennini e poi come partigiano per un’informazione libera.
Perchè l’Italia viva.