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Si può vincere…la storia di Ignazio Cutrò

 

Bologna, Aula Grande Facoltà di Giurisprudenza in Via Zamboni, 22 Lunedì 24 giugno 2013 ore 18. Presentazione del docu-film “Si può vincere. Il coraggio di dire no alla mafia. La storia di Ignazio Cutrò”.

Qui l evento su FB

 

Saranno presenti:

Ignazio Cutrò,  imprenditore edile di Bivona, paesino dell’agrigentino, che nel 1999 decise di ribellarsi alla logica del ricatto mafioso denunciando chi voleva impedirgli di lavorare onestamente e da uomo libero. Presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, nata per dare voce e dignità a tutti coloro che, per altissimo senso civico, hanno scelto di denunciare reati, come testimoni e come vittime, e che per questa scelta non sono tutelati e sostenuti come sarebbe necessario.

Benny Calasanzio, giornalista, blogger e scrittore

Mario Musotto, documentarista di Agrigento, blogger di senzamemoria.it

 

Il docu-film è realizzato da Mario Musotto e Sabino Taormina ed è prodotto dall’Associazione antiracket “Libere Terre” di Agrigento.

L’iniziativa fa parte di una serie di incontri proposti in diverse città dall’associazione “100×100 in movimento”, della quale è socio fondatore I.M.D. scrittore e Sovrintendente  della Polizia di Stato, che ha fatto parte della Squadra Catturandi di Palermo.

Incontri che hanno l’obiettivo di promuovere, attraverso le “storie di vita”  dei Testimoni di Giustizia, la cultura dell’impegno civico e della legalità.

Qui il nostro mensile (clicca) sui testimoni di Giustizia

La storia di Ignazio Cutrò raccontata dalla nostra Valeria (qui)

 

Organizzatori:“Dieci e Venticinque”, Rete NO NAME Antimafia in movimento, “100×100 in Movimento”, Presidio Universitario Libera Bologna, Prendi parte.

Caro estortore…

«Caro estortore,

volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Libero Grassi, Giornale di Sicilia del 10-01-1991

 

La lettera di Libero Grassi pubblicata dal “Corriere della Sera” il 30/8/1991, il giorno successivo alla sua uccisione.
La “Sigma” è un’azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione.
La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all’Ucciardone”. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “guardati tuo figlio”, “attento a te”. Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al “Giornale di Sicilia” che iniziava così: “Caro estortore…”. La mattina successiva qui in fabbrica c’erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere “ispettori di sanità”. Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del “pizzo”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.
L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.

Bologna tra mafie e Antimafia

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

da I Siciliani giovani – aprile 2012 pag 72

Casalesi, ‘ndranghetisti, russi, cinesi, rumeni, albanesi, nigeriani e chi più ne ha più ne metta.

Bologna oramai da diversi anni ospita le diverse mafie “nostrane”, quelle con la doc Italia e le molteplici mafie straniere. E’ passato più di mezzo secolo da quando la mafia entrò in questa regione, in punta di piedi, da “sorvegliata speciale”.
Mafia che è cambiata, mafia che si è adattata alla pelle di questa città.
Poco, ma non troppo, rumore e tanti affari. Le diverse mafie presenti sul territorio hanno raggiunto degli accordi tali da spartirsi affari e territorio senza pestarsi i piedi.
In  uno degli ultimi rapporti di Sos-Impresa Confesercenti emerge che il 5% dei Commercianti bolognesi è sottoposto a pizzo, non mancano le intimidazioni e gli attentati incendiari che per molti si chiamano autocombustione.
Abbiamo assistito nell’ultimo anno a diversi arresti ed a molteplici operazioni delle Forze dell’Ordine.
La regione ha varato un paio di leggi in materia ed il Comune lavora alla costituzione di un Osservatorio.
20 beni e 18 aziende confiscate.

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale” diceva Paolo Borsellino, l’antimafia giudiziaria allora non basta per contrastare il fenomeno criminale, è necessaria un’antimafia sociale anche a Bologna, dove le mafie sono d’importazione. Parafrasando potremmo dire che le mafie si contrastano nelle “aule”, da quelle bunker e quelle universitarie, anche a Bologna.

Così a Giurisprudenza, nell’Università più vecchia d’Europa è nato un corso vero e proprio, “mafie e Antimafia”, della Prof.ssa Stefania Pellegrini. Un insegnamento a scelta dello studente, un corso di 48 h diviso in due parti. Nella prima parte viene affrontato il fenomeno dal punto di vista storico, nella seconda gli studenti incontrano testimoni illustri della lotta alla criminalità organizzata, giudiziaria e sociale.
Per tutta la durata del corso l’aula straripa di studenti che seguono con un’attenzione altissima.
In questo percorso ci siamo inseriti anche noi con DIECIeVENTICINQUE, un giornale on-line che prova a raccontare la realtà avendo come  strumento principale l’informazione e come obiettivo ultimo l’informazione stessa.
Tra le diverse e belle realtà presenti sul territorio si distingue l’associazione “Rete NoName – Antimafia in movimento”, nata quattro anni fa qui a Bologna e che, in collaborazione con la cattedra di “mafie e Antimafia” , studenti e personalità varie stanno lavorando ad un nuovo dossier sulle mafie in Regione che sarà presentato, probabilmente, la prossima settimana.
Una rete, una piccola rete che crede fermamente che il cancro mafioso debba essere estirpato e non gli si debba concedere la possibilità di crescere ancora, soprattutto con le nuove generazioni.

Cari bolognesi, aprite gli occhi che di guai ne abbiamo fin troppi.