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Sovranità: tra servilismo e governance economica

Di Selena D’Herin

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Ciò che la recente proposta di riforma costituzionale ha dimostrato, o ancora una volta chiarificato, è l’ormai chiaro spostamento del baricentro decisionale al di fuori dei confini italiani. Indipendentemente dalla forma più o meno accattivante con cui ci sarà proposto il referendum del prossimo 4 dicembre (su cui, tra l’altro, il tentativo di ricorso presentato al Tar del Lazio è stato dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione), ciò che sta alla base- come espressamente dichiarato nel disegno di legge costituzionale stesso- della riforma, è “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea”. Questo perchè, a detta degli europeisti, dalla crisi del 2008 è risultata evidente la necessità di un modello di governance economica più efficace, un rafforzamento del coordinamento ed una maggior sorveglianza sulle politiche di bilancio.

Uno dei primi obiettivi della governance è già stato raggiunto, ci è già stato imposto, dall’ex Presidente Mario Monti e dalla riforma del 2012 che, attraverso la modifica degli articoli 81, 97 e 119, ha introdotto la costituzionalizzazione dell’obbligo di equilibrio tra entrate e spese statali: pareggio, tra l’altro, il cui perseguimento non sembra ad oggi assicurare alcun contenimento effettivo della spesa pubblica.

Il combinato disposto poi -tra riforma elettorale e referendum costituzionale- sembra ideale per il raggiungimento degli ulteriori obiettivi europeisti, se di semplice europeismo si può parlare: c’è chi infatti macchia il referendum di servilismo verso dinamiche ben più grandi, dinamiche di cui la banca d’affari americana JP Morgan si fa portavoce: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinsechi avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. Ciò che dunque ci viene richiesto, anzi suggerito, è una semplificazione dell’iter legislativo, considerato il risultato di idee socialiste dell’esperienza del dopoguerra, ad oggi responsabile di impacci e lungaggini inutili.

Tutto questo a che pro? Al raggiungimento di un sogno ormai naufragato degli Stati Uniti d’Europa? Al perseguimento di un’unione politica o addirittura federale? Ma la creazione di uno spazio politico ed europeo non nasceva proprio dalla quella spinta post fascista ad oggi considerata limitatrice? Da quella tutela della sovranità statale che ci sta oggi sfuggendo dalle mani?

Sicuramente ciò che risulta evidente nel breve termine, come ha recentemente sottolineato Stefano Rodotà, è una decostituzionalizzazione diffusa e un ritorno al primato della dimensione economica con il consequenziale riconoscimento dei diritti solo quando essi si presentano come manifestazione della legge di mercato. Che poi altro non fa che riportarci alla definizione di governance economica.

Tra istituzioni europee e società civile: alla scoperta di LED

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Di Giovanni Modica Scala

Il primo incontro nazionale, promosso da Arci e CandidaMente, si terrà a Bologna il 10 settembre presso il circolo Arci Ippodromo ed avrà come oggetto un tema di grande attualità, le migrazioni.

 

L’acronimo sta per Laboratori di Democrazia Europea, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto “Europa per i cittadini” con il fine di raccogliere opinioni, idee e proposte da presentare ai deputati del Parlamento Europeo, promuovendo così un ruolo attivo dei cittadini in ambito europeo a partire dalle recenti elezioni che hanno rinnovato l’assetto istituzionale dell’UE.

 

Il primo incontro nazionale, promosso da Arci e CandidaMente, si terrà a Bologna il 10 settembre presso il circolo Arci Ippodromo ed avrà come oggetto un tema di grande attualità, le migrazioni.

Dopo il recente vertice europeo che ha visto protagonista il ministro dell’Interno Angelino Alfano e il Commissario UE agli Affari Interni Malmstroem – che pare aver nella sostanza confermato le politiche precedenti di mero pattugliamento delle coste, senza fare un “salto umanitario” – urge un confronto aperto e orizzontale sul tema

 

I risultati che emergeranno da questo dibattito saranno presentati al Forum Europeo in occasione di Sabri festival delle culture mediterranee diretto da Fiorella Mannoia e Ascanio Celestini che avrà luogo a Lampedusa dall’1 al 5 ottobre. La kermesse lampedusana, ricca di spettacoli, concerti e seminari, che vede come promotori l’Arci e il Comitato3Ottobre, culminerà con la commemorazione delle 368 vittime del naufragio avvenuto al largo dell’isola siciliana il 3 ottobre scorso. Scopo del comitato è quello di istituire una giornata nazionale della memoria per le vittime che il mare ha mietuto, il cui numero si aggira sui 25.000.

Lampedusa, la “vergogna”, il Nobel che abbaglia.

di Laura Pergolizzi

 

È il 3 Ottobre 2013 quando un gruppo di persone di nazionalità eritrea e somala perde la vita al largo delle acque dell’isola di Lampedusa. Il tentativo di segnalare la posizione della propria imbarcazione, incendiando una coperta, rappresenta, per le oltre cento persone che hanno perso la vita, un errore dalle conseguenze irreversibili.

Lampedusa ancora una volta è la protagonista di un dibattito decennale e, ancora una volta, le televisioni e i giornali riportano dettagliatamente i fatti. Il Papa riempie i silenzi lasciati dalle vittime pronunciando una parola d’ordine che, già da tempo e senza risultato, era scaturita dalle voci dei cittadini di Lampedusa e del sindaco Giusi Nicolini. Vergogna: adesso lo ripetono tutti.

A distanza di poche ore, una testata nazionale riporta le parole di un lettore: “non si può restare fermi, indifferenti davanti alle grida disperate di uomini e donne scaricati in un pozzo di disumanità. Non basta piangere, indignarsi, continuare a chiedere che cosa si può fare per fermare l’orrore dei barconi che ci sprofonda nella vergogna (…) ci penso da stamattina: diamo il Nobel per la pace a Lampedusa”.

Questo pensiero, definito “di sentimento collettivo”, ha fatto immediatamente il giro del web riscontrando un numero assai alto di consensi.

Nel 2011 un’operazione simile era stata compiuta nei confronti delle donne del continente africano.  La campagna, che promuoveva lo stesso ideale, invase la rete trovando l’appoggio, oltre che dell’opinione pubblica, di figure politiche di spicco: il risultato portò Ellen Johnson, Sirleaf Leymah Gbowee e Tawakkul Karman ad essere premiate a Oslo “per la loro lotta non violenta, per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. La questione africana raggiungeva allora la massima visibilità a livello internazionale: non vi era giornale che non commentasse in modo positivo l’evento. Quel giorno di festa sembrava cancellare secoli di tragedie per far posto sul calendario a una data che prometteva un inizio colmo di speranze. Il mondo occidentale riconosceva all’anello più debole il merito di essere sopravvissuto con le forze inaspettate: ecco che scattava l’applauso, ecco che il gioiello africano veniva premiato con un gioiello europeo. Sono bastati pochi mesi perché l’entusiasmo si affievolisse.

Alle donne africane resta un cospicuo premio in denaro e un numero infinito di fotografie, risalenti al 2011. Il panorama degli interventi esterni tanto promessi risulta, al contrario, invariato tra il 2010 ed il 2012.

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.                                                                                                                                                                                                                                                                                 Una preziosissima stretta di mano e un milione di euro potrebbero essere un ottimo punto di partenza, un faro di speranza, purché ciò non si riveli un semplice abbaglio.

Pronti a fare le valige

di Laura Pergolizzi e Mario D’Apice

Da “viaggiare sostenibile” il mensile di maggio di DIECI e VENTICINQUE

 

“Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”                                                                                            

Un lettore dei primi anni cinquanta avrebbe dato certamente una risposta più positiva rispetto a  quella che, ragionandoci un po’, potremmo fornire noi oggi a alla domanda posta da Bruce Chatwin: “perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”.

Il progresso tecnologico, la globalizzazione e i mutati rapporti sociali, da relazioni a “connessioni”, hanno accelerato il processo di cambiamento delle nostre vite destabilizzando le vecchie fondamenta socio-economiche del ‘900. Quello che doveva essere un periodo difficile e transitorio per l’economia, ci obbliga a porci delle domande sul lavoro, sullo stato sociale, sulla distribuzione della ricchezza e sull’ambiente. Sul mondo che vogliamo, insomma. E sulla felicità. Le poche risposte alimentano in noi il desiderio di partire, a qualunque costo, o condizione.

Così, zaino in spalla e fai da te sostituiscono i trolley di pieni di souvenir, le tende da campeggio gli alberghi a cinque stelle dei pacchetti all inclusive. Gli antichi borghi e i grandi sentieri naturali vengono rispolverati, soprattutto grazie all’attività di una fitta rete di Associazioni che diffondono la cultura dell’ecosostenibilità attraverso l’organizzazione di iniziative di sensibilizzazione, operando nel territorio alla luce delle linee guida che l’Aitr (Associazione Italiana Turismo Responsabile) ha tracciato nella “Carta d’Identità per i viaggi sostenibili” del 2000. E se l’ambiente naturale è il canale perfetto per scoprire ciò che sta dietro l’angolo ma non abbiamo mai saputo apprezzare, il lavoro o il volontariato internazionale diventano canali essenziali per poter imparare una lingua straniera e sostenere economicamente un periodo all’estero che non avremmo mai potuto permetterci.

C’è anche chi ha colto una delle occasioni messe a disposizione dall’Unione Europea, la quale  spingendo verso la creazione di uno spazio comune che agevoli al massimo la libera circolazione delle persone, da una mano concreta a chi abbia voglia transitare da un Paese ad un altro. Oltre tre  milioni di giovani europei hanno già avuto l’opportunità di vivere un’esperienza all’estero grazie al notissimo Erasmus il quale, ancora in pochi lo sanno, non è l’unico progetto esistente. Lo  Youth in Action, ad esempio, è il progetto che la Commissione Europea ha promosso con l’obiettivo di favorire l’integrazione promuovendo la mobilità e il dialogo interculturale tra i giovani. Grazie allo Sve (Servizio di Volontariato europeo) chi ha tra i 18 e i 30 anni può svolgere un’attività di volontariato di lungo o breve termine all’estero, lavorando come “volontario europeo” in progetti locali, in vari settori o aree di intervento. Il Leonardo agevola l’inserimento di chi, neolaureato, desidera fare un’esperienza di stage presso un’impresa all’estero.                                                                                                                                                                                                                                                             Il viaggio, ritrovata la connotazione classica dell’avventura, si presenta come un cammino volto a realizzare i sogni e i progetti che il presente sembra averci rubato. E’ la necessità di trovare la nostra Itaca, che è sogno e dimensione ideale, che ci spinge più in la. Vivere il luogo, piuttosto che acquistarvi una cartolina, stringere amicizie superando i limiti delle frasi fatte, rispettare l’ambiente senza aggredirlo. Vedere, piuttosto che guardare. Tutto questo può voler dire viaggiare responsabilmente. Sei pronto a fare le valige oppure pensi di aver già trovato la tua Itaca?