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Gli IMI e Adelmo Franceschini: storie di un’altra Resistenza

archivioVittorioVialli

La foto è tratta dall’archivio fotografico di Vittorio Vialli, internato bolognese che riuscì clandestinamente a documentare fotograficamente la realtà dei campi di internamento. In tal caso si tratta di una foto segnaletica di “benvenuto” presso il campo di Sandbostel.

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

di Giovanni Modica Scala

 

 

Quando si parla di Resistenza, spesso ci si riferisce esclusivamente alla lotta antifascista dei partigiani. Una consuetudine più che comprensibile, legittimata dalla storiografia e dalla letteratura che ne hanno annualmente celebrato le gesta.

In tal modo si è spesso offuscata la storia parallela, e non meno determinante, di quella che Alessandro Natta (ex internato e segretario del PCI dopo Enrico Berlinguer) definì lAltra Resistenza, i cui protagonisti sono noti con l’acronimo di IMI (Internati Militari Italiani). Costoro furono ufficiali e soldati italiani che, all’indomani dell’8 settembre 1943, scelsero coraggiosamente l’internamento nei lager pur di non proseguire la guerra a fianco dei tedeschi nell’esercito repubblichino. Lo statusdi IMI fu un crudele stratagemma adottato dai nazisti per sottrarre gli italiani alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929 (compresa l’assistenza della Croce Rossa), per costringerli al lavoro manuale e per aggirare la contraddizione formale di considerare prigionieri i militari di uno stato formalmente alleato, la Repubblica Sociale Italiana, visto che Berlino non riconobbe mai il Regno del Sud.

Parliamo di oltre 600000 italiani che combatterono un’altra guerra, senz’armi, fatta di resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto. Tra questi, spiccano nomi illustri come quello di Giovannino Guareschi, autore del celebre “Don Camillo”; del già citato Alessandro Natta; senza dimenticare personalità meno celebri ma di alta levatura morale e culturale, come Adelmo Franceschini, un “giovane” 91enne che ha fatto tesoro della propria drammatica esperienza per impegnarsi in prima persona dapprima nella vita politica di Anzola (è stato Sindaco e segretario della Camera del Lavoro) e poi, in missione nelle scuole di ogni ordine e grado (cosa che fa ancora oggi alla sua venerabile età), per trasmettere alle nuove generazioni valori oramai smarriti.

Ho avuto l’onore ed il privilegio di conoscerlo personalmente, assetato da una curiosità che va oltre le poche – e difficilmente reperibili – monografie sugli IMI.

Mi dice Adelmo che per quasi 30 anni lui e tanti altri ex internati si sono chiusi nel silenzio: quando siam tornati cera tanta voglia di dimenticare. Poi ci siamo resi conto che invece era importante parlare ai giovani, tramettere loro il valore della memoria con la testimonianza.

Non dimentica i torti subiti – spesso provenienti anche da alcuni “compagni – da parte di chi non ha compreso il sacrificio e il coraggio dei tanti militari italiani che scelsero l’internamento spinti da motivazioni ideologicamente non omogenee, principalmente mossi – come evidenzia un’analisi sociologica di Giuseppe Caforio – dall’antimilitaristico rifiuto di proseguire la guerra di Hitler e Mussolini, dalla fedeltà al re e dalla volontà di non combattere contro altri italiani. In molti casi, dunque, non risposero ad una scelta politica o consapevolmente antifascista.

Fu probabilmente anche per questo motivo che, come ricorda Franceschini, la casa editrice del PCI (Editori Riuniti) si rifiutò di pubblicare il diario di prigionia di Natta, dato poi alle stampe da Einaudi solo nel 1997.

Quando si parla di Resistenza, è opportuno ed auspicabile non semplificare e non cedere al riduzionismo. Bisognerebbe partire dagli anni 20: è allora che è iniziata la prima Resistenza al fascismo con Matteotti, Dozza, Gramsci, Pertini. Poi c’è stata anche la Resistenza degli operai delle grandi fabbriche del Nord che nel 1944 si rifiutavano di lavorare, molti dei quali sono stati portati a Mauthausen.

La vicenda degli Internati Militari rientra a pieno titolo nella guerra di Liberazione e come tale Franceschini la rivendica, con un pizzico di polemica: Se noi 600000 avessimo aderito alla Repubblica di Mussolini per voi diventava dura la vita di partigiani! Ciò non toglie nulla al valore e al rispetto di questa epopea della guerra di liberazione ma è bene ricordare che ci sono stati alcuni partigiani che lo sono diventati il giorno in cui sono arrivati gli americani. Adesso prendi per il culo a me che ho detto subito no e mi son beccato 2 anni di internamento?!.

Dopo questa accesa puntualizzazione, torna ad essere la persona mite che ho conosciuto e sottolinea il valore del rispetto altrui e del ripudio dell’odio: Io non odiavo il popolo tedesco, che peraltro è stato in parte vittima. Lodio è il sentimento peggiore che un essere umano possa coltivare. Subito penso ad una frase con cui mio nonno, preso prigioniero a Rodi e anch’egli internato, chiude la premessa del suo inedito diario di prigionia, auspicando che la propria testimonianza possa servire ad odiare la guerra, che dissolve ogni valore morale, e a concepire l’amore come l’unico splendido dono concesso all’uomo da una entità sconosciuta, a parziale risarcimento di innumeri sventure. Cito a memoria l’estratto e i suoi occhi si illuminano: vedi come coincidono i sentimenti di quella generazione lì?.

Al termine della nostra piacevole conversazione, Adelmo fa riferimento all’attualità. Riporto di seguito integralmente le sue parole cariche di preoccupazione ma anche di speranza e fiducia nel cambiamento.

“Il dramma dell’Italia è che, a differenza della Germania, non ha ancora fatto i conti con la propria Storia. Uno dei mali peggiori è l’indifferenza. Sono convinto che ci sono ingredienti e molte analogie con quello che successe molti anni fa, anche se in un contesto diverso.

I ragazzi devono conoscere la Storia perché gli serva per essere più preparati e meno indifferenti sul presente, altrimenti non serve a niente.  LA MEMORIA E LA STORIA SONO IMPORTANTI PER CAPIRE IL PRESENTE E COSTRUIRE IL FUTURO.Io sono convinto che dobbiamo continuare ad andare nelle scuole ma è necessario che riusciamo a parlare con gli adulti, anche perché i 40enni e 50enni, molti dei quali non sanno nulla di quello che è successo, ci governano eh! Se questi non hanno memoria storica, rischiano anche in buona fede di far delle cavolate. Io credo – ne sono convintissimo – che abbiam bisogno adesso di un grande riscatto civico attraverso una battaglia culturale. Se la legalità non diventa cultura collettiva non ce la facciamo; se la Costituzione non diventa patrimonio culturale di ogni cittadino, come facciamo a combattere chi cerca di modificarla e non attuarla? Io questa battaglia la faccio sempre, perché sento che è lì che siamo carenti… accidenti il diavolo!

Son preoccupatissimo, però non perdo mai la speranza. In campo di concentramento, se perdevi la speranza, dopo pochi giorni morivi. Quindi dovete essere attenti, consapevoli delle difficoltà, ma dovete vivere la speranza e la fiducia che è possibile costruire un mondo diverso, più giusto, un mondo di pace.Dovete essere voi gli artefici principali del vostro futuro, non restate alla finestra a guardare mentre qualcuno progetta il futuro per voi. Bisogna mettersi in gioco.

Io, finché avrò fiato, lo spenderò per questa causa”

Orfani di politica

 

Di Valeria Grimaldi

Da “Voti a perdere” (il mensile di febbraio) clicca

 

Ci siamo quasi. A breve, tutti a votare. Il 24 e 25 febbraio sarà l’ora della politica, forse, dopo la parentesi del governo tecnico. Gli scenari sembrano mutare, in quanto a volti: alcuni sempre gli stessi, altri per fortuna diversi. Il centrosinistra, nella coalizione PD-SEL-Centro democratico, è reduce dalla volata guadagnata attraverso le Primarie, che hanno visto vincitore il segretario Bersani. Renzi, lo sconfitto, nonostante il pressing dei sostenitori, è tornato nella sua bella Firenze e si è messo a disposizione del partito, dunque senza crearne uno proprio, al contrario di come siamo stati abituati in questi anni. Il centrodestra, nella coalizione PDL-LEGA (sempre quella), vede il ritorno di Berlusconi (anche se a detta di tutti non è lui il candidato premier, nonostante si comporti come tale), alla faccia delle primarie tanto invocate: dopo l’anno di silenzio è tornato sulla scena più in forma che mai, portandosi dietro i suoi successi migliori (i giudici comunisti, le colpe della sinistra, la riforma costituzionale per dare più poteri al premier) e individuando nel suo radar l’obiettivo rosso da distruggere: l’ex premier tecnico. Infatti il professor Monti è sceso in campo, e ricopre l’area di centro: insieme a Fini e Casini (politicamente moribondi) crea la “lista civica con Monti per l’Italia”, ponendosi come alternativa al duopolio destra-sinistra, che secondo l’illustre bocconiano, in Italia non funziona granchè. E poi c’è Grillo: via i sindacati, via i partiti, via il vecchio, via la destra e la sinistra, via tutto. Colui che è contro la televisione, ma che riesce ad utilizzarla più di tutti gli altri. Novità delle novità è Antonio Ingroia: l’ex pm antimafia della Procura di Palermo, dopo il suo breve soggiorno in Guatemala (ancor più breve di quello prefissato con l’ONU), ottiene l’aspettativa e si candida con “Rivoluzione Civile”: convergono in questa nuova esperienza il Movimento Arancione del sindaco di Napoli Luigi De Magistris, e il leader dell’IDV Antonio Di Pietro. Tra delusioni ed entusiasmi per questo “impegno” (come gli piace chiamarlo) nella sua schiera di ammiratori e sostenitori per il suo lavoro da magistratro, recluta come plotone di battaglia personalità tra le più diverse (Ilaria Chucchi, Sandra Amurri, Saverio Lodato, Franco La Torre e molti altri).

Facce nuove e vecchie, dicevamo. Una fra tutte, la più insopportabile: il Porcellum, questo odioso sistema elettorale che non garantisce alcuna stabilità e che mette tutto il potere nelle mani dei segretari di partito, di buona parte di quegli stessi partiti che in questi sei anni “non sono riusciti” a cambiarlo. Il PD ha provato a dare rimedio, riuscendoci in parte, tramite le “Parlamentarie” del 29 e 30 Dicembre, e successivamete, eliminando gli “impresentabili” (come Crisafulli) ma al tempo stesso tenendosene altri (come il più votato, il messinese Francantonio Genovese). Anche il PDL è propenso nell’eliminare i “perseguitati dai giudici” (da un Nicola Cosentino che non ne vuole sapere, a persino il braccio destro del Premier Marcello Dell’Utri). Staremo a vedere se saranno dei veri silurati (improbabile), o dove verrano ricollocati.

Le cose sembrano lineari e trasparenti, e probabilmente è questo un primo punto di partenza. Ma se si fa qualche passo indietro e si guarda al quadro d’insieme, la situazione di oggi è meno confortante che mai.

 

Grillo corre da solo. Ingroia corre da solo. Bersani apre-non apre a Monti, ma si ritrova con il suo coalizzato Vendola che non vuole Monti al governo, al massimo per le riforme. Allo stesso modo, Casini non vuole Vendola (e il sentimento è perfettamente corrisposto). Maroni non vuole Berlusoni premier (ma intanto il suo nome è lì sul simbolo), e fa il nome di Tremonti (con Berlusconi all’Economia): Tremonti non vuole Berlusconi all’Economia, e Berlusconi non vuole Tremonti come capo del governo. Intanto Alfano ha compreso che è meglio sedersi per aspettare di capire se continuerà ad essere il Delfino (di Berlusconi) o se potrebbe subentrare qualche Trota al suo posto (sembra ce ne siano tante fra i leghisti).

 

La bella politica italiana.

E noi, che stiamo quaggiù…eilà, ci sentite?

Siamo uomini, donne, e soprattutto giovani che stanno cercando di capire. La crisi economica ci sta mangiando uno per uno, non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è presente. C’è solo l’attimo: l’attimo in cui pagare le bollette e le tasse senza avere i soldi; in cui realizzi che non potrai mai arrivare non a fine mese, ma alla seconda settimana del mese; in cui realizzi che hai 35 anni e non puoi permetterti una casa, una famiglia, una vita autonoma.

C’è la mafia, la corruzione, l’ignoranza, la paura del diverso, l’egoismo, il curarsi il proprio orticello.

Questo nostro immane sacrificio, ci date garanzia che serve e servirà a qualcosa?Qualcosa di reale che riusciremo in futuro a vedere con i nostri occhi?

Una sola è la verità: ci sentiamo tutti orfani, soprattutto noi giovani. Orfani di quella politica che al tempo dei nostri genitori e nostri nonni, era un rito di passaggio e di iniziazione alla vita pubblica e sociale, dove formarti, dove capire il mondo e il Paese in cui ti trovi, per cercare di migliorarlo.

Al contrario dei nostri padri e nonni, reduci dalla guerra o figli del sessantotto, che hanno visto i giorni migliori trasformarsi in quelli peggiori, noi abbiamo potuto vivere nei risultati inconcludenti, nei comportamenti meschini, sull’orlo di quel baratro che non abbiamo contribuito a creare ma che pesa tutto sulle nostre spalle.

La vera antipolitica è quella dove siamo nati e cresciuti in questi venti anni.

Ma forse, proprio per questo, riusciremo in futuro a mettere in atto una nuova ricostruzione.

 

Un impegno costruito giorno per giorno, alle prese con le gravi contraddizioni del reale. Sempre per costruire anzichè distruggere”

Benedetta Tobagi

 

Primi Passi per una Globalizzazione Intelligente

Di Federico Ticchi

La globalizzazione consiste nel vendere prodotti fatti da degli schiavi a dei disoccupati.”

No, mi dispiace, queste parole non appartengono ad alcun leader progressista, filosofo neo-anarchista. Non sono neppure frutto di ragionamenti di quelli di Occupy, che adesso si sono ridotti a vendere i libri con le loro considerazioni (invece di pubblicarli online in maniera che tutti, gratuitamente, possano scaricare e leggere le importantissime e fondamentali ragioni della rivolta pacifica). Nessun nuovo guru del terzomondismo. Queste parole sono state pronunciate da Marine Le Pen, candidata alle presidenziali francesi del maggio scorso per il Front National, partito social razzista xenofobo, intervista da “Servizio Pubblico”.

4,39 minuti di intervista. Ovviamente, la maggior parte delle sue dichiarazioni sono solo spot elettorali farciti di asserzioni ridicole. Ma in questi pochi minuti riesce a dire qualcosa di molto sensato, sollevando un problema attuale, ossia l’incapacità dell’UE di difendere i propri cittadini, di garantire a questi lo stato sociale, di preservarli da situazioni di incertezza e disperazione. E’ evidente che la Le Pen offre una soluzione completamente sbagliata a questo problema, inneggiando ad un “protezionismo intelligente” che ha l’unico scopo di emarginare gli “altri” per salvare gli autoctoni, nel caso specifico i francesi. Ma il problema resta,e finché qualche progressista non fornirà la sua soluzione, questi movimenti che fondano la loro forza sulla paura della gente comune riusciranno ad avere la meglio sulla ragione e lo studio.

Molto spesso le affermazioni di entrambi gli estremismi si somigliano, anche se sottendono obiettivi diversi. Ascoltando le parole della fascista francese, non ho potuto fare a meno di pensare alla nazionalizzazione delle imprese che i governi del latinoamerica, Argentina e Bolivia in testa, stanno operando. E il colore di questi esecutivi è rosso, non nero. Scartando chiaramente le soluzioni offerte da Le Pen, ho voluto riflettere sul reale problema dell’”assedio al lavoro”, che ha come conseguenza un enorme arricchimento per i grandi proprietari che possono muoversi come meglio credono, spostando le loro imprese laddove la manodopera costa meno, oppure la pressione fiscale è minore rispetto che a casa loro, oppure c’è semplicemente meno rispetto del lavoro e i lavoratori sono visti come schiavi. L’altra conseguenza è una progressiva e invasiva povertà del lavoratore comune, che si trova spaesato e non sa come affrontare questo “futuro privo di avvenire”.

E quindi mi sono chiesto: ma perché, anche all’interno dei confini dell’UE, ci sono imprese che delocalizzano le proprie strutture, togliendo lavoro ai dipendenti che da una vita prestavano il loro servizio nei confronti di quell’impresa? E perché il diritto comunitario pone tra i suoi principali obiettivi quello del profitto delle imprese (mediante il principio di non discriminazione negli appalti pubblici), senza considerare un paritario livello europeo di welfare e retribuzione?

Queste grafico, preso dal sito http://epp.eurostat.ec.europa.eu,parla da solo. Rappresenta il costo del lavoro orario per ogni singolo paese UE. E le differenze sono enormi.

Come ho scritto prima, la soluzione non deve essere quella indicata dai reazionari come la Le Pen, ossia chiudere i confini determinando l’autarchia degli Stati, che farebbe arretrare l’intero globo di secoli. Non un “protezionismo intelligente”, bensì una “globalizzazione intelligente”. Forse adesso a livello mondiale è impossibile, Cina e India preferiscono arricchirsi e schiavizzare i propri lavoratori.  Almeno all’interno dell’UE dovrebbero costruirsi le basi per un futuro mercato del lavoro comunitario, che preveda lo stesso livello di retribuzione, un contratto europeo che regoli il rapporto di lavoro. In questa maniera le imprese non potranno più basare le loro offerte sul basso costo del lavoro, ma dovranno adeguarsi operando risparmi in altri settori. Ovviamente, il colore politico che deve prevalere in Europa per far si che queste misure siano davvero a favore di tutti i lavoratori, deve essere rosso, e non nero. Perché i neri spesso utilizzano termini e parole rivoluzionarie, prese dal vocabolario della sinistra, con l’unico scopo di avere più presa politica. Ma poi lo sappiamo con loro come va a finire.

Caro Papà…

 di Novella Rosania

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

19.04.2012

 E’ notte. Fuori dal finestrino vedo solo le luci della campagna romagnola. Il treno mi sta portando a casa. È un po’ in ritardo, ma tu me l’hai sempre detto di lasciare perdere questi fatiscenti e arrugginiti elefanti su ruote. Stamattina ho sostenuto il colloquio per il posto da ricercatore di cui ti ho parlato, prima che te ne andassi. I tempi di attesa per le selezioni sono tanto lunghi che ti ho visto finire. Ho presentato la domanda alla commissione, il mio curriculum, le pubblicazioni che ho scritto con il Prof. Garlandi. Ho aspettato quattro ore in un’aula dell’università. C’erano almeno 100 candidati con me, per lo meno quelli che avevano passato la prima selezione. Si parlava di 300 che avevano presentato domanda. Papà non credo, onestamente, di essere fra i tre scelti. Dicono che il bando viene pubblicato solo perché la legge così impone ma in realtà già sanno chi sarà a vincerlo. Non so se crederci, sarebbe molto triste. Parlano tutti di merito, alla Tv, i politici, i giornalisti. Vorrei chieder loro quale tipo di merito richiedono: il merito di essere figli di un professore universitario, o ricco di famiglia, o magari di avere un bel fisico da poter vendere al momento giusto. Ognuno ha i suoi meriti, bisogna vedere qual è quello meglio spendibile. Ogni giorno faccio i conti con una realtà sempre più avversa, ma anche di questo mi avevi avvertita.

In tutta Europa mi chiamano scienziata, in Italia mi chiamano precaria. Per questo sto pensando di partire. Con le mie esperienze e il dottorato potrei trovare un posto a Boston o a Berlino, ti piaceva tanto quella città: ma c’è la mamma e non me la sento di lasciare la mia città. Perché dobbiamo sempre scappare per poter trovare un lavoro dignitoso? Certe volte penso che sia l’Italia a non volere gli italiani. Non vogliono investire su noi giovani, sul nostro cervello, sulle capacità che possiamo mettere a frutto, su quanto di più prezioso ha una nazione: i talenti. La disoccupazione è al 9.6%, al 31% quella giovanile: questo vuol dire che io rientro fra i 2.429.000 persone che non hanno un lavoro. Quasi ci dobbiamo ritenere fortunati, perché la Grecia è al 21% e in Spagna  sono 4 milioni i disoccupati. La situazione non è incoraggiante e la crisi non ci da tregua. Abbiamo rinunciato alle paste da Mario la Domenica. La mamma quando può fa una torta, per farci contenti. Non so perché ma sento di stare sprecando tempo prezioso, i miei anni migliori come dicevi tu. Ho passato gli ultimi a studiare 10 ore al giorno e l’impegno e i sacrifici che ho fatto per mantenermi fuori non capisco perché, o per chi, li ho fatti. Non sono tragica, solo un po’ realista. Sento i miei colleghi che vagano di ufficio in ufficio per il così detto collocamento. Ma dove vorrebbero collocarci se non si creano nuovi posti? Si fanno leggi per tenere incollati a sedie logorate, vecchi e stanchi adulti. Capisco che possano avere molta più esperienza di noi ma pensa a quanto entusiasmo, quanta capacità innovativa, quanta inventiva una mente fresca e ambiziosa può fruttare a un’azienda. Si parla tanto di crescita per il nostro paese: perché non ci permettono di farlo crescere con le nostre idee? Siamo forza lavoro inutilizzata. Siamo menti in pensione ancor prima di essere utilizzate, dietro una cassa a battere scontrini, a mendicare tirocini gratuiti, ad essere sfruttati e mai ricompensati. Ci criticano perché non abbiamo ambizione, a me sembra che l’unica cosa che non abbiamo sono i mezzi per farla concretizzare. Steven Jobs aveva 21 anni quando nel garage dei suoi genitori costruì il primo computer Apple, ma perché la sua idea potesse diventare impresa dovette ricevere un finanziamento di 250.000 dollari da un ricco industriale. Questo vuol dire che noi giovani siamo il seme del cambiamento ma per renderci frutto abbiamo solo bisogno di qualcuno che creda in noi. Se così non è, perché stiamo correndo tanto? Cosa dovrebbe spingermi a restare in questo sentiero spoglio, sempre più disprezzata e mai incoraggiata, senza nessuno che investi su di me? Ho tutta la forza per correre ma mi manca l’entusiasmo e senza di quello, beh, non si cresce. So che ti ho fatto tante domande, perdonami, ho molti dubbi. Vorrei non associare più il “Futuro” alla parola “Minaccia.” Voglio credere ancora di potermi permettere un giorno una famiglia, una casa, magari dare alla mamma dei nipoti e anche farli crescere sereni, in campagna, dove ci hai fatto nascere tu. Voglio che non sentano il peso di una modernità sfribrante, sfruttatrice e opprimente. Voglio che guardino il cielo e pensino “Sarà sempre più blu.” Per adesso, Caro Papà, io continuo a camminare, lotto, cerco, ma presto fuggirò. Forse in Africa, Papà, dove ancora si vede il sole sorgere, i bambini ridere e le speranze mai scivolare via…