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La sottile arte della Nonviolenza

Manifestante pacifica

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE, “Guerra e pace” (scarica)

“La violenza è inutile e pure faticosa” diceva con ironia Jacopo Fo. Tuttavia nonostante le vittorie nonviolente da una secolo a questa parte, notiamo come essa è ancora oggi la Cenerentola delle nostre lotte sociali e politiche. È presente, ma le sue potenzialità sono sfruttate per una infinitesima parte, e i risultati sono pochi, troppo pochi. In questo articolo ci proponiamo di promuovere, sponsorizzare e spiegare la protesta attiva nonviolenta tramite esempi che allontanino dall’immagine idealizzata e fuori dal mondo che sia i sostenitori sia gli oppositori spesso le conferiscono. Nella seconda parte verranno elencate numerose tecniche ed espedienti utilizzati dai militanti nonviolenti degli ultimi decenni, da cui il lettore potrà trarre utili e numerosi spunti per una prassi efficace e creativa per il raggiungimento dei suoi specifici scopi.

 

Piccola critica alla “nonviolenza pura”

Enrico Campagni

 

Prima di parlare di nonviolenza è a mio avviso utile prendere le distanze da alcuni luoghi comuni e miti che la accompagnano, anzi, che sono spesso presentati come l’essenza della nonviolenza stessa,  da parte sia dei suoi oppositori e sia dai suoi proseliti. Questi luoghi comuni sono simili da entrambe le fazioni, proprio perché se da un lato conferiscono alla nonviolenza un’aura di sacralità e purezza, dall’altro proprio a causa da questa purezza viene indicata dai “violenti” come irrealizzabile in molti contesti. Quali sono questi miti? Sono, tanto per citarne alcuni, la purezza della nonviolenza, ossia il suo essere completamente scissa da ogni forma di violenza; la sua efficacia sempre e dovunque, in ogni contesto storico e in ogni luogo sulla terra; la sua sacralizzazione, attraverso anche la rimozione di lati “oscuri” di alcuni dei suoi grandi fautori come il Mahatma Gandhi, che riprenderemo più volte come esempio.

La non violenza ha limiti precisi: è ben lontana dall’essere una cura ad ogni male, una “formula magica” che con un colpo di bacchetta trasforma i cattivi in buoni, mette la pace tra israeliani e palestinesi e trasforma in margherite ogni arma da fuoco. Alcuni contesti, infatti, sono oramai così destrutturati, violenti, allo sbando, che pensare di poterli cambiare solo con un boicottaggio o con una protesta pacifica appare una idea molto lontana dalla realtà.

Cercando un esempio nel passato, basti pensare a un regime repressivo “alla Pinochet” o “alla Mao Tse-tung”, in cui proteste di questo genere non sortirebbero quasi alcun effetto, perché i manifestanti verrebbero arrestati, torturati e uccisi in poco tempo. Non solo: con una macchina della propaganda e un controllo dei mezzi di comunicazione totalizzante, la protesta non esisterebbe già dopo trecento metri da dove è partita. Quindi si può dire che essa può essere attuata solo in un luogo in cui i diritti di chi protesta sono almeno in parte riconosciuti (ad esempio l’India coloniale). In un contesto in cui, insomma, l’immagine del politico può essere modificata da azioni senza che esse vengano completamente censurate. Un esempio di questa situazione è sicuramente l’Italia di oggi, una democrazia mediatica basata sul consenso televisivo e dei giornali di partito, in cui sono presenti grandi fazioni ma non un vero e proprio monopolio: se da un lato questi media riescono a ignorare  o distorcere alcuni fatti, esistono tuttavia ancora diversi canali, anche in rete, in cui i fatti sono riportati in maniera più attendibile o comunque non vengono censurati del tutto. Questi media possono incidere non di poco sull’opinione pubblica, la vera e forse unica arma di cui noi cittadini dell’era mass-mediatica ancora disponiamo.

 

Relativizzare e de-mitizzare la nonviolenza significa anche riconoscere il carattere “impuro” delle azioni nonviolente: esse sono immerse in un continuum che va dall’azione “ideale” senza alcun uso di violenza all’azione quasi-violenta. Ad esempio, boicottare arance israeliane provocando il fallimento di una ditta e la disoccupazione di decine di lavoratori può essere considerata al cento per cento nonviolenza? Certo che no. Oppure: sabotare il Tav è del tutto nonviolento? Certo che no! Eppure forse questi sarebbero i due modi più efficaci e meno violenti di ottenere dei risultati in quei contesti. “Menoviolenti”, allora, non “nonviolenti”.

Prendiamo come esempio sempre Gandhi: in diverse occasioni, la sua protesta è risultata efficace poiché, sotto un atto apparentemente completamente nonviolento, si celava la minaccia dell’esplosione di una violenza inaudita. Nel 1932,ad esempio, il leader degli intoccabili Ambetkar aveva ottenuto dal governo coloniale britannico seggi separati per la sua casta, che avrebbe consegnato loro la maggioranza dei seggi nel Congresso Indiano. Per evitare questo, Gandhi si oppose con uno sciopero della fame che lo ridusse in fin di vita. Iniziarono tensioni tra gandhiani e intoccabili, che sarebbero molto probabilmente sfociate in un massacro dei secondi da parte dei primi nel caso di un decesso del Mahatma. Ambetkar rinunciò al disegno di legge, trovando come soluzione una conversione di massa degli intoccabili al Buddhismo, che non prevedeva l’esistenza di caste.

 

Dopo questa piccola opera di decostruzione come si potrebbe definire, allora, la nonviolenza? Si potrebbe provare a definirla, senza alcuna pretesa di completezza, attraverso un insieme di termini opposti tra loro. Apparenza e sostanza, concretezza e creatività, combattere una persona e allo stesso tempo “umanizzarla”, sacrificio e tattica.

L’apparenza, purtroppo, è la chiave della propaganda politica. Bisogna credere fermamente in ciò che si vuole ottenere, ma bisogna saperlo trasmettere a chi è diverso da noi, a chi, ad esempio, se ne frega sempre di ciò che non riguarda la sua vita. Bisogna che queste persone siano in grado di capirlo. Cambiare, consapevolizzare, stupire, shockare, scalfire l’indifferenza tipica dell’Italiano Medio è l’unico modo per cambiare in maniera democratica la nostra società sul breve e sul lungo termine. Bisogna essere dei ponti tra diverse concezioni del mondo, tra il cittadino attivo e militante e quello menefreghista.

La nonviolenza è concreta perché non basta andare in piazza. Occorre essere in numero sufficiente, occorre essere pronti a reagire allo stesso modo, a non farsi prendere dal momento, magari dagli insulti, dalle percosse, dalla violenza provocata nell’altro. Anche Gandhi ci diceva che l’arte della nonviolenza pretende una saldissima disciplina dell’animo. Infatti la disciplina che qui si richiede non ha nulla a che vedere con quella tipica delle forze militari: è una disciplina consapevole, che non parte dall’accettazione passiva di ordine ma richiede la comprensione di tutto noi stessi: corpo, anima e mente.

Evitare la violenza esige poi una dose enorme di creatività, perché occorre immaginazione per inventarsi modi alternativi di sensibilizzare la popolazione e “sputtanare” i potenti. Ad esempio, il sindaco emerito di Bogotà Mokus riuscì a diminuire gli incidenti stradali usando un “esercito” di clown al posto della polizia, ed in qualche mese si riuscì a consapevolizzare le persone attraverso scenette, pianti, risate, prese in giro. La nonviolenza implica una fervente attività di fantasia: in questo senso è molto più faticosa della violenza.

Occorre lasciare i vecchi format e sperimentarne di nuovi, fare entrare l’ironico e il ridicolo nell’attività politica. Come quando alcuni del gruppo Arte Migrante di Bologna, in occasione dell’ultimo comizio di Salvini a novembre scorso, si sono vestiti da leghisti per entrare inosservati alla loro manifestazione, per poi mettersi a ballare e danzare tra i devoti salviniani, ottenendo il loro totale spiazzamento. Forse pochi militanti dei collettivi autonomi accetterebbero di mettersi dei vestiti leghisti, o di fingere di essere “un nemico”. Perché? Perché non si vuole lasciare il caro e comodo vecchio format, la propria cornice. Si vuole mantenere la nostalgica forma dello scontro, del duro e puro, del “celerino morto”. E poi cosa scrivono sui manifesti dopo averle prese una intera giornata? “Grande resistenza sul ponte di Stalingrado!” sicuramente i loro cervelli hanno resistito molto al cambiamento.

Sempre il buon Gandhi ci dice come occorra amare chi ci odia per seguire la via della satyagraha o nonviolenza. Non leggerei questa frase come un comandamento imprescindibile dalle nostre scelte o come un dogma del sacrificio nonviolento, bensì da un punto di vista tattico. Non considerare la persona da sconfiggere “un nemico da odiare”, ma un’altra persona umana come noici dà un enorme vantaggio. Primo, perché siamo persone “a tutto tondo”, con lati negativi e lati positivi, celerino compreso. Considerare la possibilità di tenere sempre e comunque aperta una finestra di dialogo è utile. Da un punto di vista interiore –  ma questa è una idea personale – odiare una persona ci arreca un grande danno a noi stessi. Ci rode, ci annebbia la mente, ci fa prendere scelte di cui in seguito, finito il momento di odio, forse ci pentiamo. Essere distaccati, combattere un’idea o una pratica e mai la persona salva quindi ciò che abbiamo dentro, qualsiasi “dentro” esista in noi.

 

Qui (a Bologna, in Italia, in Europa) e ora (e non ad esempio durante il Fascismo) la protesta nonviolenta potrebbe essere invece l’arma più efficace in molte occasioni. Efficace perché con il minor numero di persone si potrebbe ottenere potenzialmente il risultato più concreto e utile che con una risposta violenta.

Sensibilizzare la gente, far perdere denaro, credibilità, consensi a una società o a un politico, sono fra gli obbiettivi principali di un’azione nonviolenta. Occorre rimanere concentrati sul proprio obiettivo, altrimenti si rischia di ritornare a quello, non ufficiale, di natura  “socializzante” o “di sfogo” che traspaiono tanto nei movimenti anarchici, qunato nei circoli della lega e o nelle bocciofile per gli “anziani comunisti”. É certo un aspetto importante, tuttavia non è l’obiettivo principale. Manifestare per stare insieme e fare gruppo no, essere gruppo per manifestare sì. Bisogna ricordarsi che sì, siamo sempre in guerra, ma in una guerra intelligente, creativa, nonviolenta.

 

Strategie e pratiche di nonviolenza sul campo

Stefano Fornito

 

La vita è un gioco, o meglio un continuo susseguirsi di inviti o possibilità di giocare, ma il bello è che, a meno che non siamo obbligati, siamo noi a scegliere le regole e se partecipare. Se qualcuno mi tira un pugno posso restituirglielo o arrendermi, accettando le sue regole del gioco, oppure posso cercare di cambiarle e portare anche l’altro a doverle rispettare, in un campo a lui meno familiare, in cui avrà bisogno della mia collaborazione per continuare a giocare.

È questa una delle basi della nonviolenza, non la sottomissione alla forza dell’altro, ma la propria trasformazione da sfidante o vittima a interlocutore che utilizza la violenza subita o evitata come strumento di comunicazione delle proprie posizioni agli altri giocatori o agli spettatori.

 

In questa sezione descriverò brevemente alcune fra le principali tecniche e strategie di azione nonviolenta: le possibilità sono davvero innumerevoli, accresciute continuamente dalla creatività e l’originalità di generazioni di attivisti. Alcune di queste sono ormai desuete o anacronistiche, ma molte sono assolutamente attuali e, chissà, fare una piccola rassegna di queste può essere uno spunto o una spinta per il lettore ad approfondirne qualcuna e magari applicarla.

Tutte le azioni nonviolente hanno sempre un occhio rivolto verso il pubblico, ma ci sono alcune tecniche che hanno come scopo principale quello di sensibilizzare la popolazione su alcune tematiche. Volantinaggio, attività di controinformazione, marce, sono tutte azioni comunicative, fra queste una delle forme più creative ed efficaci emotivamente è quella dell’azione teatrale. Si possono mettere in atto delle rappresentazioni per strada, coinvolgendo il pubblico, rappresentando delle problematiche sociali e chiedendogli come risolverle, è il caso del teatro forum. Uno strumento molto più sottile e potenzialmente esplosivo è quello del teatro dell’invisibile: una donna entra in un locale, si sente male, ma chiede ai soccorritori di non chiamare l’ambulanza, è straniera e ha problemi di documenti. Chi l’ha aiutata lamenta delle ingiustizie subite dai migranti e cerca un’altra soluzione, un altro avventore afferma invece che bisogna chiamare ambulanza e polizia per denunciarla. Fin qui erano gli attori che avevano creato questo scenario, quello che seguirà dipenderà da come le persone presenti interverranno nella rappresentazione cui inconsapevolmente sono stati inseriti, rappresentando se stessi e le proprie idee in una situazione critica e di forte impatto emotivo.

 

Se invece l’obiettivo è spingere il proprio avversario a interrompere o modificare pratiche che si reputano ingiuste, allora il repertorio nonviolento offre un’ampia gamma di tecniche di non-collaborazione, boicottaggio o intervento diretto. Uno degli esempi più antichi e originali di boicottaggio sociale è raccontato nella commedia greca Lisistrata in cui tutte le donne di Atene arrestano ogni tipo di prestazione sessuale fino alla cessazione della guerra, alla fine l’hanno vinta, ma è solo teatro. Oggi sono numerose invece le forme di boicottaggio sociale, politico o economico nei confronti di stati interi che applicano politiche repressive e violente, multinazionali che non rispettano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, istituzioni e politici corrotti. Seguire continuamente un politico o i rappresentanti di un’istituzione, denunciando le loro malefatte e delegittimandone i discorsi e la presenza in situazioni pubbliche, può arrivare a fargli commettere atti violenti e incontrollati, che li renderanno più vulnerabili e obbligati a scendere a compromessi. Pressioni di questo tipo compromettono la reputazione dell’avversario, lo isolano politicamente ed economicamente, associano il suo nome a pratiche ingiuste che aveva cercato di nascondere, ma rese note ad esempio con la consegna del premio al peggiore (il nobel per la guerra, l’inquinatore dell’anno) o l’istituzione di record, come quello del sindaco responsabile di più sgomberi, per fare un esempio.

 

Il boicottaggio di beni può essere accelerato da azioni spettacolari e teatrali nei supermercati per spingerli a non commercializzare i prodotti di certi marchi, con forti effetti mediatici e ingenti danni economici ai propri avversari. E se l’obiettivo è combattere, o almeno non collaborare con lo strumento di coercizione violenta più potente in mano agli stati, ovvero l’esercito, le cose si fanno complicate. Quando esisteva la leva obbligatoria in Italia, centinaia di pacifisti hanno subito processi e incarcerazioni per l’obiezione di coscienza, fino a quando è stato istituito il servizio civile in sostituzione a quello militare, inoltre dagli anni 80 è nata una nuova pratica, l’obiezione di coscienza alle spese militari, detta anche «obiezione fiscale», che consiste nel non pagare la percentuale di tasse che si stima sia destinata alle spese militari e devolverla altrove, assumendosi tutte le pene che sono previste per gli evasori.

Gli interventi diretti sono invece quelli più delicati, quelli che mettono più in pericolo la salute degli attivisti a causa della repressione e rischiano di compromettere l’immagine dell’azione in caso di disordini ampliati mediaticamente.

 

Abbonda un gran numero di –in, dai più comuni a quelli meno familiari, sit-in, stand-in, read-in, milt-in (occupazione di un luogo continuando a muoversi), ride-in (occupazione dei mezzi di trasporto, tipica del movimento antisegregazionista afroamericano), teach-in, sleep-in, die-in (una delle più grandiose fu la simulazione di morte atomica a Roma nel 1983, in cui centomila persone si accasciarono a terra al suono di fortissime sirene), vomit-in (in consigli generali, assemblee, tribunali, forzarsi a vomitare quando è presa una decisione ingiusta). Spesso la presenza di videocamere degli attivisti che si occupano della comunicazione, o dei giornalisti, è decisiva nell’evitare violenze da parte dei propri avversari, o almeno è utile a testimoniarle.

In tutti i casi una rigorosa disciplina nonviolenta mette in seria crisi i dispositivi di repressione che sono abituati a utilizzare la forza per levarsi di torno presenze scomode, giustificati e appoggiati dall’opinione pubblica, la resistenza passiva invece mostra la bontà non solo delle proprie posizioni ma soprattutto del modo di esprimerle, e può attirare solidarietà e consensi.

Dunque immaginiamo uno scenario fra quelli qui citati, all’improvviso sbuca fuori il proprio avversario fuori di sé oppure una squadra di omini blu armati fino ai denti con caschi e scudi trasparenti, non c’è bisogno del loro libretto di istruzioni per capire quali sono secondo loro le regole del gioco, sta noi far capire e far rispettare le nostre.