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Daphne Caruana Galizia martire di stampa

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Di Matteo Campana

 

Daphne Caruana Galizia53 anni, nata, residente e giornalista a Malta, è stata uccisa nel pomeriggio di lunedì 16 Ottobre per mezzo di una bomba piazzata all’interno della sua auto, una Peugeot 108. I responsabili e il movente dell’atroce accaduto sono tuttora sconosciuti. Al momento si formulano e costruiscono soltanto ipotesi. Molte ipotesi, tantissime ipotesi. E quasi tutte unanimi. Il ritornello che rimbomba d’articolo in articolo, di giornale in giornale, è che la causa, o cause, dell’assassinio, derivino dalle sue numerose e scomode inchieste investigative riguardanti la corruzione e la malavita a Malta nelle quali ha più volte attaccato, anche duramente, diversi politici del suo paese.

Daphne aveva inoltre partecipato e collaborato all’inchiesta Panama Papers trovando rilevanti implicazioni maltesi al riguardo; tra il 2016 e il 2017 aveva difatti portato allo scoperto possibili coinvolgimenti nel caso delle società offshore da parte del ministro del turismo maltese, del capo dello staff del governo e della moglie del primo ministro Josep Muscat.Ha difatti svelato che una società registrata a Panama, la Egrant Inc, il cui beneficiario rimasto fino ad allora sconosciuto, appartiene in realtà a Michelle Muscat, la moglie, appunto,  del primo ministro.
Pubblicando online alcuni documenti ha rivelato che questa società nel 2016 ha ricevuto diversi bonifici, il maggiore dei quali da oltre 1 milione di dollari, da parte della Al Sahra FZCO, una offshore registrata a Dubai e appartenente a Leyla Aliyeva, figlia del dittatore dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. Dubbie e ingenti quantità di denaro che si muovono tra Panama e l’Azerbaigian e la presenza di alcune proprietà a nome della moglie del primo ministro all’interno del suddetto paradiso fiscale.

Ultimamente aveva inoltre focalizzato la sua attenzione su un traffico internazionale di droga che indicava Malta come uno dei luoghi prediletti di questi affari, rendendo pubblici i nomi e i cognomi dei presunti protagonisti, tra i quali quello di Antoine Azzopardi, noto membro di uno studio di avvocati maltesi conosciuto per le sue implicazioni con la mafia.

I motivi e gli autori plausibili di questo delitto sono parecchi e ancora oggi le indagini non sono giunte a una verità. Per l’appunto si vaga ancora tra ipotesi e supposizioni.

Tutto questo, aggiunto al suo quotidiano lavoro d’inchiesta, mediante anche il proprio blog “The Running Commentary”, dove scriveva e riportava le sue inchieste e i suoi articoli, indicando nomi, numeri e fatti, è bastato per far sì che la dovesse finire per sempre con le inchieste, col giornalismo e con la vita stessa.  

Daphne è stata una giornalista che anni dopo anni, articoli dopo articoli, ha dimostrato chiaramente quanto tenesse al suo lavoro, quanto ritenesse importante e doveroso informare correttamente e rendere pubblica la verità; scardinando manomissioni e bugie, scoperchiando e sollevando ogni velo di troppo, scrivendo ad ogni costo. Tra “Giornalisti Giornalisti e giornalisti impiegati” aveva optato per i primi: seguire le regole, la giustizia e la verità.

Non li ha certamente perseguiti senza pericoli o difficoltà, anzi, due settimane prima all’attentato, si presume che Daphne avesse presentato alle forze dell’ordine una relazione su una serie di minacce ricevute. Successivamente all’accaduto, però, la polizia ha fortemente negato queste voci che erano state diramate dalla tv pubblica maltese, la TVM.

Il figlio Matthew Caruana Galizia, ha comunque dichiarato che le minacce e intimidazioni verso sua madre, verso il suo lavoro e l’intera famiglia non erano nuove. Erano assolutamente reali e costanti, tant’è che vi erano ormai “cresciuti insieme”, dice. Racconta di telefonate, lettere, messaggi lasciati attaccati alla porta di casa, di email e commenti sotto i suoi post del blog.

Gli insulti, gli attacchi e le forti critiche alla polizia e al capo della stazione di Musta, il commissario capo Lawrence Cutajar, non si sono fatte attendere a lungo. Tant’è vero che presto sono partite una serie di petizioni online da parte dei cittadini per richiedere le sue immediate dimissioni.

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“I nostri paesi hanno bisogno del giornalismo libero di denuncia” scrisse, riferendosi all’Italia e a Malta, in un messaggio di conforto all’amico e collega giornalista Paolo Borrometi dopo che fu aggredito a causa di alcune sue inchieste che riguardavano nello specifico la mafia e diverse attività illecite che infestavano la propria città, Ragusa.

Malta, d’altro canto, un Paese che Daphne ha proprio definito nel suo ultimo pezzo come un luogo dalla “situazione disperata” a causa della “corruzione che è ovunque”.

La presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi intervistata poco tempo dopo l’incredibile accaduto ha affermato che Malta è difatti da molto tempo sotto osservazione da parte della commissione, perché diventata un luogo in cui la mafia italiana agisce nel traffico di droga, nel gioco d’azzardo, nell’immigrazione e, nel traffico di petrolio: tutti business che vedono coinvolti molti “esponenti” anche italiani.

Avendo semplicemente scelto di vivere e condurre la sua vita e il suo lavoro attenendosi ai propri doveri, seguendo i principi di una società che si definisce civile, ha dato parecchio fastidio a chi il proprio dovere, invece, non lo ha fatto e continua decisamente a non curarsene. Persone che tuttora governano e trattano con la criminalità, rappresentanti politici implicati in affari illeciti, protagonisti di diverse inchieste fiscali internazionali, in compresenza di presunti narcotrafficanti italiani.

È un peccato che i cosiddetti “maleducati” si trovino ai “piani alti” e la persona per bene si trovi, senza vita, sottoterra. In quel famoso cimitero – “sempreaperto” – ai martiri per la giustizia e la verità.

I funerali si sono svolti venerdì 3 novembre. Il giorno prima era stata celebrata la giornata dedicata ai crimini commessi contro i giornalisti e restati impuniti. Perciò è necessario che l’attenzione mediatica, dimostratasi fin troppo spesso lesta nel voltar pagina, rimanga ben viva e accesa. Ricordare è sacro, altrettanto doveroso è pretendere la verità. O tutto il lavoro svolto fino qui; ogni suo tentativo di dar luce a crimini o malaffare insabbiato; tutte le sue energie; ciascun rischio corso, percorso e talvolta vinto; tutto, andrà perso e crollerà come un castello di sabbia al suo primo – e ultimo – incontro con l’acqua del mare. Una marea travolgente.

Sarebbe bello poter vedere un giorno migliaia di piazze gremite di gente, tutti ritti, a testa alta, gli uni accanto agli altri, gli uni legati agli altri, immobili, irremovibili, puntati sui propri diritti, che aspettano, che gridano, che a ‘piè e cuore fermi desiderano e chiedono e pretendono giustizia; che imperterriti, stanchi, se la cercano da sé.

Questo sacro santo diritto che spetta a tutti e che più di tutti vien strappato, comprato, taciuto.

daphne

Buon compleanno a “il Megafono”

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Dieci anni de il Megafono. Dieci come un “numero felice”. Probabilmente quel suo fondatore non pensava di arrivare a tanti e di mettere in fila, e in riga, fatti e opinioni che accendono luci, per distinguere e non confondere, sul mondo che ci circonda. Con onestá e veritá come ha insegnato un maestro del giornalismo.

Quella de il Megafono è una storia bella, iniziata l’11 febbraio del 2006, e che di questo decennio appena vissuto non si é perso nulla. Anzi, ce l’ha raccontato in modo diverso.

Auguri, e buona vita a Massimiliano, la redazione e i blogger de Il Megafono. Che qui c’è ancora molto da fare.

www.ilmegafono.org

La Redazione di DIECI e VENTICINQUE

Bologna, dove eravamo

Quattro anni dopo. Auguri a noi!

L’ultima volta che abbiamo voluto tirare le somme (ad alcuni di noi piace farlo parecchio!) è stato esattamente due anni fa (qui).

Cosa cambia in due anni? O in quattro?

Tante, tantissime cose. Per non dire tutto.

Dieci e Venticinque nasce ormai quattro anni fa con gli occhi puntati sulla strada e la mente rivolta al resto del mondo, al centro di una Bologna snodo cruciale dell’evoluzione della mafia nel nostro paese, ma anche delle vite di ciascuno di noi.

La nostra rete bolognese, ed emiliano-romagnola, si è allargata ancora di più: abbiamo vissuto in pieno il 21 marzo celebratosi a Bologna proprio quest’anno, e abbiamo continuato a porre l’accento sulle stragi e la memoria che caratterizzano questa città come e più di tante altre realtà, da Nord a Sud.

L’antimafia, quella ai più conosciuta tramite le pagine dei giornali e le notizie dei telegiornali, sembra continuare nella sua fase discendente di scandali, divisioni e rotture. Anche la nostra rete, per i motivi più vari, fatica a oliare e muovere i propri ingranaggi e sicuramente, il prossimo 5 gennaio (data di arrivo e di partenza da trent’anni a questa parte) dovremo fare il punto della situazione e ricominciare. Continuare a resistere, da bravi partigiani (e non spettatori).

Gli inizi sono sempre carichi di entusiasmo, il viaggio e il percorso pieni di tappe importanti e significative. E come in tutti i gruppi, ci sono quei momenti in cui bisogna affrontare le proprie criticità, i propri limiti, aprirsi alla sincerità e alla consapevolezza di ciò che si è, o si dovrebbe essere, gli uni con gli altri.

Così è stato per noi nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Alcune “colonne portanti” (se così vogliamo definirle, visto che tutti, con le nostre peculiarità, diamo un contributo unico e insostituibile al progetto) hanno raggiunto l’obiettivo della laurea e, da (ex) studenti fuori sede quali siamo sempre stati nella maggior parte dei casi, hanno ritenuto giusto, per scelte e opportunità future, di ritornare nella propria terra di origine. Per vedere cosa potrebbe succedere, e forse dare una chance ad uno stile di vita messo in pausa per cinque anni e che si è sentito la necessità di riavviare.

E’ arrivato quel momento in cui ci siamo chiesti: bisogna continuare? E se si, come? Il giornalismo è una cosa seria che non può scadere nella superficialità e approssimazione. Il giornalismo è fornire chiavi diverse di analisi al lettore, la libertà di poter plasmare la propria opinione. La libertà di scegliere. E’ una responsabilità enorme e o si fa con giudizio, oppure meglio non farlo. Nessuno ha preso parte al progetto perché voleva cucirsi addosso la spilletta dell’antimafia da poter sfoggiare all’esterno. Non finiremo mai di dirlo: per noi, l’antimafia, è un modo di vivere. Una scelta quotidiana di coscienza e lealtà, che ci permette tutti i giorni di alzarci e guardarci allo specchio come cittadini ed essere umani. Consapevoli che non siamo soli e che le nostre azioni devono andare di pari passo, insieme. Lupi solitari che hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco.

Ecco, abbiamo trovato un senso, uno tutto nuovo, per continuare a posare tasselli indispensabili in questo grande disegno che sono I Siciliani giovani. Ci siamo, come vi avevamo promesso due anni fa. Con tutto il nostro bagaglio di esperienze, incontri, progetti. Ma anche acciaccati, feriti, con cicatrici indelebili (positive e negative) che ci rendono ciò che siamo, che siamo stati e saremo. Fino a quando crederemo sarà giusto, fino a quando potremmo darvi quello che riteniamo più importante di qualsiasi altra cosa: la libertà, in tutte le sue declinazioni e sfaccettature. Libertà di essere, di agire, di pensare, di informare, di credere, di sperare. Insieme a noi.

Appello, #Orioles giornalista ad honorem

Al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Riccardo Arena

p.c. al Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino

Qui per firmare la petizione di Wikimafia

 

Gentile Presidente,
stamattina abbiamo appreso da Antonio Roccuzzo, Claudio Fava e Michele Gambino sul Fatto Quotidiano la notizia che Riccardo Orioles, direttore de “I Siciliani Giovani” della cui rete facciamo parte, ha rischiato di essere radiato dall’Ordine dei Giornalisti della Sicilia perché non in regola con le quote di iscrizione. La pena sarebbe stata sospesa per sei mesi, lasso di tempo concesso ad Orioles per sanare il debito con l’Ordine, pari a 1384 euro.

Le confessiamo, gentile Presidente, di essere letteralmente cascati giù dalla sedia per l’indignazione e lo sgomento di fronte a una reazione del genere da parte dell’Ordine che lei presiede: non dobbiamo star qui a ricordare tutte le volte in cui Riccardo Orioles ha onorato la professione di giornalista nei suoi oltre 40 anni di attività, lo hanno fatto già molti altri. Ci teniamo però a ricordare il suo non tirarsi mai indietro di fronte ad ogni battaglia per difendere la libertà e la dignità delle persone contro la mafia, facendo nomi e cognomi quando la cultura dominante ne negava addirittura l’esistenza. Quello che Riccardo Orioles ha fatto in questi anni è stato servire un’idea di giornalismo che fosse libero da padroni, fondato sui fatti e alla continua ricerca della verità.

Non ha le disponibilità economiche per pagare la quota di iscrizione annuale al vostro Ordine, e fino a due mesi fa non aveva alcun reddito, oggi rappresentato da una pensione minima. Un uomo con la sua penna avrebbe potuto fare gran carriere in giornali nazionali in tutti questi anni, guadagnando fior di quattrini, invece ha preferito servire una Causa più nobile e un’idea di giornalismo diversa. Deve rischiare la radiazione per questo?

Mentre le scriviamo abbiamo saputo che Don Luigi Ciotti sanerà personalmente il debito di Orioles, quindi l’Ordine rientrerà del debito e il “caso” sembra essere rientrato. Ma se noi stiamo a scriverle ora è per chiederle di concedere la tessera “ad honorem a Riccardo Orioles, per i suoi indiscussi meriti sul campo e per l’attività che ha svolto negli ultimi 40 anni. L’Ordine nazionale e le sue diramazioni regionali ne hanno già conferite parecchie, basti ricordare quella a Ugo Stille (grazie alla quale poté ricoprire la carica di Direttore del Corriere della Sera, poiché essendo americano e per anni inviato negli USA non era mai stato iscritto) o a Pif, che l’ha ottenuta per motivi analoghi a quelli per cui potrebbe averla Orioles, che però è anche un maestro del giornalismo italiano.

Il conferimento della tessera ad honorem, oltre ad essere un giusto riconoscimento ad Orioles, sarebbe anche un premio a quell’idea di giornalismo praticata da tanti giovani cronisti, la stragrande maggioranza dei quali precari e senza tutele, che quotidianamente si batte contro quel coacervo di interessi mafiosi che soffocano la libertà e la democrazia di questo Paese.

Siamo sicuri che non avrà alcuna difficoltà a convincere della bontà di questa richiesta anche i suoi colleghi coinvolti nella decisione. Aspettiamo fiduciosi un suo riscontro e nel frattempo le auguriamo buon lavoro,

i ragazzi di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie

Qui per firmare la petizione di Wikimafia