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Chiedo scusa se parlo di Enrico Lucci

di Danilo Palmeri

Esiste una trasmissione che da circa 15 anni continua, imperturbabile, la sua programmazione. Non si tratta di “Striscia la notizia”, ma de “Le Iene”.

Obbiettivo del programma: approfondire l’attualità. Si deve ammettere che tra una scemenza e un’altra, ogni tanto, ci riesce. Irriverente, passabilmente sorniona, non segue lo schema paraculistico di Striscia, l’inchiesta che non fa inchiesta, anche se, ormai, è evidente che sente l’età che avanza.

Uno dei pochi rimasto a tenere in piedi la baracca de “Le iene”, assediata dalla retorica di Brignano e dalla genuina pochezza della Blasi, è lui: Enrico Lucci.

Faccia da lesso, modi da inserviente spensierato, Lucci è un simpatico burlone, un mattacchione che, come per incanto, diventa un severo critico del mal capitato a tiro. In un giornalismo tronfio, pieno di tromboni e cortigiani, ha plasmato un nuovo stile. Leggero nell’approccio, riesce a mascherare l’invadenza e l’orticante insistenza delle domande e, cosa ancora più strana, le fa.

Classe 1964. Esordio nel giornalismo televisivo locale, esperienze in Rai e Mediaset. Nel ’96 approda a “Le iene”, su Italia 1. Lucci trova il suo microcosmo. Non è tipo da andare in giro a fare pipponi sulla “libertà d’informazione”. Il suo stile è semplice, “se vuoi fare una domanda, devi fare quella, non un’altra”. Quanto più lontano possa esistere da un regi microfono, i suoi servizi sono schiaffi dati a un giornalismo composto e studiato. Pura forma senza sostanza. Un giornalismo senz’anima.

Nel 1996 vince, con la trasmissione “Telesogni” su Rai Tre, il premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi. Nella carriera ha all’attivo anche un libro da (non) segnalare a chi l’avesse perso (se qualcuno vuole il mio, faccio un ottimo prezzo).

Lucci è un ottico, per dirla con De Andrè, che non “inventa i mondi sui quali viaggiare”, li mette a fuoco. Ottimo nel cogliere le miserie di un genere umano inebetito dalle tecnologie, da un malinteso benessere, dal proprio ego. La chiusura del servizio diventa, per l’intervistato, un’occasione sprecata. La situazione è tragicomica, simbolo della condizione psichica di un Paese a metà fra l’abisso e il collasso. Alla fine, nello spettatore, rimane la vergogna per l’appartenenza alla specie dell’intervistato, ma un divertito sollievo perché di quella stessa specie fa parte l’intervistatore.

Ogni tanto, probabilmente in preda ad allucinazioni, penso che sarebbe bello ritrovare Lucci in qualche altro programma televisivo. Forse no. Lasciamo fare ai vari Vespa, Giletti, Floris. A noi, in fondo, bastano quei pochi minuti a settimana. Minuti che ci danno il tempo di renderci conto dell’esistenza di questo moderno irregolare. Uno sbagliato in un mondo al rovescio. Un Fabio Volo del giornalismo, però riuscito. Un uomo che ce l’ha fatta. Senza rimpianti. Mentre “tutto può ancora accadere”.

Intervista a Pino Maniaci

                                  Foto di Ines Mancuso

da “Siamo tutti Maniaci” (scarica) Febbraio 2012

Intervista a cura di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Raccontare, per alcuni vuol dire resistere, per altri qualcosa di più, significa esistere. È il caso di tanti giornalisti sottopagati e con le pezze al culo che hanno fatto del loro mestiere una sorta di missione. Uno di questi è Riccardo Orioles, una volta mi ha detto che il giornalista non è un lavoro da fighette, un mestiere di elite. Non ha il prestigio del professore o di uno scrittore, tantomeno quello del giudice o di un qualsiasi intellettuale. Il vero giornalista è come il fabbro, l’idraulico, il metalmeccanico. È un operaio specializzato, un artigiano della parola.
Raccontare, al di la della ricerca estetica della prosa, perche scrivere per un vero giornalista, è meno importante che informare. Raccontare, senza narcisismi, perché i veri giornalisti non hanno nemmeno i pezzi firmati, hanno un contratto a termine e di solito restano per sempre dei precari.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. È quello che da anni fa Pino Maniaci e la sua Telejato, una piccola tv locale privata, una delle tante. Una delle poche a farlo in terra di mafia, a Partinico, dove la vera cronaca equivale a un atto di guerra. Significa andare in redazione con la scorta e avere i carabinieri che ti aspettano sotto casa. Significa paura, per se stessi e i propri cari, paura che diventa rabbia, rabbia che si fa coraggio e ti da la forza ogni giorno di andare avanti.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. Perché esistere equivale a essere protetti dalla propria notorietà. Se arrivi alla gente sei qualcuno. Il tuo pubblico diventa allora la tua scorta e il tuo nome, la tua garanzia.
Con i tagli da 37 milioni, effettuati dal governo Berlusconi alle tv locali private, Telejato chiuderà e Pino Maniaci smetterà di esistere. Eppure lui ne parla senza toni da vittima o arie da sconfitto, con la voce metallica consumata dalle sigarette e quel fatalismo zeppo di sarcasmo, tipico dei meridionali. Ne parla soprattutto a testa alta, fiero, col sorriso sornione, convinto ad andare avanti, che tanto uno in gamba come lui, una soluzione sa sempre di riuscire a trovarla.

 

D: Una piccola televisione locale che raggiunge appena venticinque comuni è diventata una sorta di miracolo. Com’è successo?
R: Per culo. Nel 99 Telejato stava per chiudere a causa del mancato pagamento di numerose tasse arretrate col ministero delle telecomunicazioni. Mi fu chiesto di rilevarla, cosi mi misi d’accordo con il ministero che mi dilazionò il debito. Pagando il doppio, di fatto riuscii a pagare  anche gli arretrati. Poi è successa una cosa strana, non si capisce come, ma facendo il nostro dovere noi siamo diventati un qualcosa di eccezionale, con un’audience spropositato per una tv locale. Sono arrivati persino giornalisti dagli Stati Uniti per saperne di più, e in Francia hanno deciso di fare un film su Telejato. Il caso strano però non sono io, che faccio solo il mio lavoro ma gli altri che non lo fanno.

 

D: Si aspettava quando rilevò Telejato, tutto quello che poi le ha comportato?
R: No, tutto è successo con l’evolversi della faccenda. In sostanza, con la tv abbiamo iniziato a scendere sul territorio, territorio che offriva parecchi spunti di riflessione devo dire. Cosi abbiamo iniziato a denunciare, a fare nomi e cognomi e da li…

 

D: La sua TV mi ricorda a tratti la radio Aut di Peppino Impastato, nel senso che esorcizza il timore del male con lo sberleffo, la presa in giro. Come a dire, se si può ridere della mafia allora non fa cosi paura.
R: Una risata li seppellirà, tanto per dire una fesseria. I mafiosi hanno costruito un immagine di Cosa Nostra, fondata sull’onorabilità, il rispetto e tutte quelle minchiate. Denigrare quell’immagine è il nostro modo di togliere loro la corazza. Far vedere alla gente la merda che c’è dietro l’armatura.
Anche se il paragone con radio Aut, secondo me è inesatto. La radio di Peppino era fortemente politicizzata, noi cerchiamo di fare la nostra parte senza farci mettere il cappello in testa dai partiti.

 

D: La rete è il mezzo di comunicazione delle nuove generazioni, vi permetterebbe di arrivare a un bacino di persone molto più vasto. Come mai non ha ancora deciso di sfruttarla?
R: Noi in rete ci siamo già con un nostro sito. A parte questo, secondo me in Sicilia, o comunque in quella parte di Sicilia che fa riferimento a noi, la rete non è ancore diffusa quanto si crede. Abbiamo ascoltatori che vanno dalla casalinga all’anziano di settant’anni, gene che con il computer non ha dimestichezza. Spostare completamente Telejato in rete li penalizzerebbe, e questo non lo accetto.

 

D: Un decreto legge del precedente governo, ha tagliato 37 milioni alle tv locali. C’è il rischio che una risorsa preziosa dell’impegno civile come Telejato, possa chiudere i battenti. Come pensate di sopravvivere?
R: Stiamo facendo di tutto per far ritirare il decreto. E se questo tutto non basta, allora una legge iniqua va violata. Noi continueremo ad andare in onda violando la legge. A quel punto possono fermarmi o sparandomi o sbattendomi in galera.

 

D: Qual è stata la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno a Telejato?
R: Di soddisfazioni ne ho avute tante: avere mediamente 130mila telespettatori, avere condotto battaglie importanti e soprattutto averle portate a termine; ad esempio far chiudere le attività mafiose come la distilleria Bartolino, la signora titolare dell’attività, mi ha ringraziato con più di 200 querele.
Soprattutto la vittoria che rivendico con più orgoglio è una vittoria culturale. L’aver convinto i commercianti di venticinque comuni a non pagare il pizzo ne è un esempio tangibile.

 

D: E da giornalista, la notizia che ha dato, di cui lei va più fiero?
R: Anche qui c’è ne sono parecchie. Ricordo la notizia del pentimento di Giusy Vitale, un boss in gonnella: siamo stati noi i primi a darla. Ma la notizia più bella è stata l’arresto di Binnù Provenzano. Anche in quel caso fummo noi, i primi ad arrivare sul posto.

 

D: Allora saprà dirmi come mai Provenzano sorrideva mentre veniva arrestato.
R: Sicuramente perché mentre veniva portato via, ascoltava la mia diretta sul posto nella quale dicevo “Provenzano si nutriva di cicoria per problemi alla prostata e di altri prodotti prelibati delle campagne corleonesi. In galera purtroppo non potrà godere di simili prelibatezze.” Evidentemente zio Binnù sapeva che mi sbagliavo, quello in galera con i soldi dello Stato mangia meglio di prima.

 

D: Che cos’è oggi la mafia?
R: Oggi la mafia in Sicilia si chiama Dell’Utri, se c’hai le palle di scriverlo bene, altrimenti come non detto.

 

D: La cupola, la lupara, il giuramento con il sangue erano elementi folkloristici di una Cosa Nostra che ormai si è definitivamente imborghesita? Oppure anche la mafia in giacca e cravatta di oggi tende a conservare simili rituali?
R: Può sembrare buffo ma ancora lo fanno. Alle soglie del 2012, la mafia dei colletti bianchi pratica la “ punciuta” proprio come una volta, dai banchieri fino agli onorevoli.

 

D: Una volta la mafia imponeva la sua volontà attraverso la paura, facendo percepire la sua presenza sul territorio. Oggi preferisce svolgere le sue attività in maniera sommersa, come a voler dare l’impressione di non esistere. Quel’è più pericolosa, l’omertà o l’indifferenza?
R: Mettiamola cosi, dopo l’arresto di Totò Riina, Provenzano ha inaugurato la strategia della “ sommersione”, una strategia tra l’altro lungimirante. Eppure le direttive del capo non sono state rispettati da tutti. Da noi, a Partinico, ancora si spara, 8 morti in poco tempo. Riguardo l’indifferenza, personalmente la reputo peggiore dell’omertà. In quest’ultimo caso certi comportamenti sono dettati dalla paura, un sentimento legittimo. Gli indifferenti invece non hanno scuse. Ma la Sicilia si è svegliata, ci sono tantissime realtà, associazioni civili che raccolgono sempre un più ampio seguito e non solo tra i giovani. Giù da noi abbiamo le mafie ma abbiamo creato gli anticorpi. Il nord ha le mafie ma non ha gli anticorpi.
D: Una domanda sul rapporto tra cinema e mafia. Alcuni film e fiction di successo, dal Padrino alla serie di Romanzo criminale, hanno riscosso grandissimi riscontri sia di pubblico che di critica. Eppure il rischio di apologia del male, è sempre dietro l’angolo. Sarebbe forse il caso di evitare film del genere? Anche a costo di imporre un limite alla libertà artistica e di espressione?
R: Ho grande rispetto per questi cosiddetti capolavori del cinema. Ma qui non siamo in America, nelle nostre realtà il rischio di emulazione è forte. È molto triste andare in una scuola media a Palermo e vedere ragazzini che recitano a memoria le battute del Capo dei capi. Vedendo scene simili, è forte la tentazione di dire con tutto il rispetto, a Coppola e soci, di andare a cagare loro e la bellezza artistica.

 

D: Ha paura?
R: Minchia se ho paura. Però di solito a questa domanda rispondo che a Telejato abbiamo tre stanze, la più grande è il bagno. Quindi quando abbiamo paura, almeno c’è un posto dove andare a cagare. Scherzi a parte, nel tempo ho ricevuto minacce e attentati anche gravi, che mi hanno imposto la scorta, però ho imparato a convivere con la paura e a convertirla in energia positiva. È normale averne, ma bisogna pur dare un esempio. Quando dicono che voi giovani siete il futuro vi dicono una minchiata. Voi non siete il futuro, siete il presente.

 

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Giornalista chi?

“Esiste un numero naturale: 0”.

“La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro, verso il basso, su un tappeto nuovo, è proporzionale al valore di quel tappeto”.

“E= MC2 “.

Assiomi. Certezze. Significati univoci espressi da numeri, formule, teoremi. La scuola di Palo Alto,  California, negli anni ’70, con il testo “Pragmatica della comunicazione umana del 1967” teorizza i cinque paradigmi della comunicazione sostenendo che tutti i comportamenti hanno valenza comunicativa poiché, come afferma Birdwhistell, “L’individuo partecipa ad un sistema globale di interazione”. Maggiori sono gli impulsi a cui si è sottoposti maggiore sarà lo sviluppo del mezzo comunicativo. Pare estremamente interessante, dunque, quanto esso possa diventare malleabile e influenzabile a seconda dell’habitat in cui si cresce. Si pensi per esempio come la dichiarazione del politico “X” possa essere diversamente interpretata da sostenitori e avversari: eppure lo strumento utilizzato è il medesimo per entrambi, la parola. Prendiamo una notizia base: “Roma, 15 Ottobre, scontri fra manifestanti e poliziotti in Piazza San Giovanni”. L’agenzia Ansa batte la notizia: i giornali la interpretano, modificano, sconvolgono. Vediamo come.

La Repubblica

“I black block devastano Roma. Città a ferro e a fuoco. 5 ore di guerriglia. Gli indignati si ribellano ai violenti. Mentre centinaia di migliaia di giovani tentavano di di sfilare pacificamente nella via della capitale poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia hanno compiuto violenza e provocato la polizia tentando di forzarne i cordoni”.

Corriere della Sera

“Violenza e paura. Roma ferita. L’assalto dei black block. Roghi, barricate, 100 persone in ospedale. Napolitano: è inammissibile. Berlusconi: individuare i criminali”.

Il Sole 24 ore

“Guerriglia e terrore a Roma . Assalti negozi banche e caserme. In fiamme un blindato 70 feriti, 12 arresti”.

Il fatto quotidiano

“Bande organizzate distruggono il corteo. Cinquecento teppisti e criminali. La protesta di 200000 indignati contro chi toglie ai giovani il futuro finisce nel panico tre gas lacrimogeni e distruzioni. L’allarme c’era ma nessuno si è mosso”.

Il manifesto

“Lettera alla BCE. Una manifestazione oceanica: centinaia di migliaia di indignati sfilano a Roma contro il governo Berlusconi e i diktat europei che tagliano fondi e diritti e fanno pagare la crisi a giovani e lavoratori e non ai ricchi. 75 feriti, 12 arresti. Sfila la vera opposizione”.

L’osservatorio romano

Non c’è accenno alcuno agli scontri fra polizia e manifestanti. In prima pagina i titoli sono: “Per una nuova sintesi armonica tra famiglia e lavoro”, “L’asse franco tedesco alla prova del G20”  “A tripoli si riprende a combattere”.

Libero

“Gli indignati siamo noi. Cocchi di sinistra. Hanno devastato Roma attaccato e ferito le forze dell’ordine cercato il morto. Per i nostri progressisti il loro disagio va capito. Invece è ora di dire basta”.

Il Giornale

“Altro che indignati sono criminali. Roma a ferro e a fuoco per sei ore. Decine di feriti devastazione e incendi questa è la gente coccolata dalla sinistra per Di Pietro&Co. la seconda cocente sconfitta in due giorni”.

Quale parte delle parole è notizia e quale “licenza poetica”? Dal confronto fra i titoli delle varie testate risulta evidente come la linea politica che i direttori impongono riesca a modificare l’occhio con cui si guarda la realtà. Qual è il compito di un buon giornalista? Chi può definirsi tale e secondo quali parametri di giudizio?

CIFRE OSCILLANTI

 

FERITI

 VIOLENTI

Repubblica

70

500

Corriere della sera

100 +

2000

Il Sole 24 ore

70

4000/5000

Il fatto quotidiano

70

500

Il manifesto

75

500

Libero

N.R.

N.R.

IL Giornale

DECINE

N.R.

LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE

Napolitano afferma: “Violenza inammissibile” riportate solo da La Repubblica, Il Sole 24 ore e Il Manifesto ma non da Corriere della Sera, Il Fatto, Il Giornale e Libero.

CASO TG1

Il Manifesto, Il Fatto, Il Sole 24 ore affermano: “Il Tg1 non ha consentito la diretta della manifestazione”. Corriere e Repubblica non ne fanno riferimento. Il Giornale ribatte, prendendo le parti di Minzolini: “La Rai ha risposto con una nota in serata: tutte le richieste per le dirette e le edizioni speciali sui fatti legati ai disordini di Roma avanzate dai direttori delle maggiori testate sono state immediatamente autorizzate. Anche il Tg1 intorno alle 18.00 è andato in onda come richiesto”. (Gli scontri sono iniziati alle ore 16.50 ma già alle 16.30 cariche e lacrimogeni si svolgevano in piazza San Clemente.)

LI HANNO FERMATI VERAMENTE?

Libero tuona: “Sono stati lasciati liberi di cercare il morto, di devastare il centro di Roma. Qualcuno li ferma e li fa arrestare. È tardi per distinguere buoni da cattivi”. Il Giornale accenna rapidamente ai manifestanti che non hanno riconosciuto come proprie dello spirito della manifestazione le violenze, cacciando i facinorosi. Repubblica dedica una pagina intera alla piazza che afferma: “Provocatori avete rovinato tutto” e i pacifisti prima della resa consegnano tre incappucciati “vergogna, fuori dal corteo, fermatevi, questo è un corteo pacifico” ma a nulla servono la voce, i fischi, le mani alzate e nude. Così un uomo di 60 anni che prova a difendere i vigili del fuoco viene ferito con una bottiglia dai black block.

CHI SONO I VIOLENTI?

“Altro che indignati sono criminali” Il Giornale.

“Quelli che hanno messo a ferro e fuoco Roma non sono giovani, sono solo criminali e teppisti” Libero.

“Bande organizzate; chiamateli black block, anarco-insurrezionalisti, come vi pare. Le sigle contano veramente poco: si tratta di gente abituata agli scontri organizzata e attrezzata” Il Fatto.

“Centri sociali che accolgono frange eversive o quanto meno gente senza timori di scontrarsi. Impropriamente definiti black block (di quelli veri non ce n’era neanche uno)” Il sole 24 ore

“Gli anarchici coinsurrezionalisti ” Corriere della Sera.

“Poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia” La Repubblica.

Un buon giornalista è colui che, secondo l’art. 6 del Codice del giornalismo, riporta notizie di rilevante interesse pubblico o sociale che non contrastano con il rispetto della sfera privata. Deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione di tutti i cittadini, per questo ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile. L’obiettività per il giornalista è come la penna per lo scrittore: indispensabile. Egli non deve né può omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Ciò è confermato dall’imperativo che i titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie. Possiamo, a tutti gli effetti, affermare che queste regole sono state rispettate quando viene scritto “Bestie in guerra hanno cercato di bruciare vivi i carabinieri. Adesso basta la sinistra non si stacca dai criminali” o quando i numeri cambiano da testata a testata o le dichiarazioni non vengono riportate? Quanto di tutto questo può essere giustificato da esigenze di impaginazione, scelte di privilegiare alcune notizie scartandone altre e quanto da specifiche direttive di tipo politico? E’ pur vero che  i commenti e le opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione, parola e pensiero costituzionalmente garantita ma non si può chiamare opinione  il completo travisamento di un evento da più parti testimoniabile.

La guerra fra le testate giornalistiche e televisive è sempre più evidente. Emerge giorno dopo giorno davanti agli occhi inermi dei telespettatori incapaci di pretendere e ricevere notizie obiettive, fedeli alla realtà, vere, dovendosi accontentare, ormai, solo del verosimile. Il Tg1 si fregia dei suoi servizi di cronaca bianca mentre accusa Repubblica di fare lo stesso. Per ognuno di essi vale il “chi è senza  peccato scagli la prima pietra”. Mi domando se, in questa guerra all’informazione più libera, a rimetterci non siano, come sempre, i fruitori del servizio, chi è dall’altra parte dello schermo, chi sfoglia i giornali la mattina . Il loro diritto all’informazione verrà sempre più compromesso se non si rispetteranno regole e criteri imposti non solo dai codici ma dal senso comune di una coscienziosa società civile. Siano sempre libere e tutelate le mille e mille idee diverse e contrastanti. E’ nello spirito stesso della democrazia la molteplicità di voci e lo scambio di pensiero, così come la possibilità di scegliere da quale fonte informarsi ma, si noti bene, democrazia non vuol dire fare un uso tendenzioso del mezzo comunicativo. Il fine ultimo non dovrebbe essere quello di avvalorare posizioni politiche attraverso l’uso fazioso della parola ma presentare la realtà oggettivamente lasciando liberi i lettori di crearsi un’idea propria. Se così fosse non ci sarebbe stato il potente sviluppo dei social network visto come unico strumento di informazione condivisibile, alternativo, veramente libero.

Novella Rosania