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La libertà di non darsi pace

Non diamoci pace

di Valeria Grimaldi

 

Esattamente due mesi fa eravamo tutti al Cinema Odeon di Bologna per la presentazione di “Non diamoci pace – Diario di un viaggio (il)legale” all’interno della rassegna Processo alla Nazione, che ha visto coinvolti noi dei Siciliani Giovani, il Circuito Nomadica (al quale si deve il recupero di preziosissimi film e documentari girati da Pippo Fava nel corso della sua carriera) e Caracò editore, curatrice di questo libro e di tantissimi altri che ormai da mesi affollano il mio comodino e la mia libreria.

 

Ricordo che lo divorai nel giro di due giorni: il non darsi pace anche nella lettura insomma.

E il non darsi pace anche nello scrivere subito questo articolo: volevo imprimere subito le sensazioni e i pensieri che mi aveva suscitato, quasi in maniera maniacale…come faceva Fabrizio De Andrè, i cui libri erano pieni di annotazioni e appunti. Boccone a boccone, pagina dopo pagina, il libro invece è rimasto intonso, con le pagine completamente bianche. E solo dopo due mesi mi ritrovo a parlarne.

Perché? Me lo sono chiesto più volte, senza però trovare una risposta. Forse riuscirò a scovarla in questa mia recensione assolutamente di parte e molto romanzesca.

 

Si perché inutile nasconderlo: di questo non darsi pace ne sono completamente coinvolta e inebriata. Molte delle figure raccontate nel libro sono persone che mi stanno accompagnando in un percorso che mai avrei immaginato, e che ebbe inizio proprio alla presentazione del primo romanzo di Alessandro, “Scimmie”, dove per la prima volta entrai in contatto col mondo di cui faccio parte da due anni a questa parte.

 

Li ho seguiti per quanto mi è stato possibile, Giulia Di Girolamo e Alessandro Gallo, nelle tappe bolognesi di presentazione del libro, cercando di carpire informazioni e spunti su cosa scrivere.

Non può essere definito un libro qualunque: non è, come lo sono la maggior parte, un testo frutto dell’immaginazione o della fantasia di uno scrittore. E’ un racconto che attinge incessantemente dalla realtà, perché è la realtà quotidiana di tutti i giorni la linfa vitale di chi, in una regione che più delle altre, ma ancora a fatica, si trova a dover fare i conti con la criminalità organizzata in tutti i settori, non riesce a darsi pace.

 

Ecco: non darsi pace. E’ forse da questo concetto che bisogna partire e quello al quale arrivare.

E’ un libro che incalza, che ti fa venire il fiatone nel correre da una parte all’altra dell’Emilia-Romagna e del paese, a incrociare volti e situazioni che mai avresti potuto pensare di dire “quanto avrei voluto essere lì per seguire con loro questo viaggio”.

 

Il gioco d’azzardo e Nicola Femia (che poi hai visto in faccia alla prima udienza del Processo Black Monkey) e i ragazzi del Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna che per primi, e ancora adesso, continuano incessantemente nella loro battaglia contro quest’ulteriore pozzo senza fondo per le mafie, che getta in miseria e disperazione profonda persone che si giocano tutto, anche il loro stipendio, per la brama della ricchezza che troppe volte ci propinano essere la soluzione a tutti i problemi. Vittima il padre di Rebecca, in quella Rimini dove il Gruppo Antimafia Pio La Torre dal 2008 ripercorre e denuncia le infiltrazioni di ‘ndrangheta e camorra sul territorio: gioco d’azzardo, alberghi, il paradiso di San Marino quasi intoccabile e che invece loro sono andati a denunciare.

Negli occhi il fuoco di una Reggio Emilia che brucia in silenzio, e dove solo i ragazzi del giornale studentesco Cortocircuito tentano disperatamente di portare quanta più acqua possibile per non lasciarla soffocare.

 

Ti viene voglia di guidare il camion Renault di Pascà, che racconta di monnezza, slot e terra dei fuochi:

“Sai perché scrivo? Sai perchè ogni giorno racconto questo schifo che tu vivi… e non fai nulla per evitare?

“No e forse se tu lo raccontassi in giro nessuno ti ascolterebbe.”

“Ti sbagli, tutti mi ascoltano e sai perché? Perché io scrivo e racconto verità nel nome di quel dolore che credi debba essere metabolizzato in soli otto giorni, trascurando il fatto che un libro lascia tracce indelebili nella storia e nella conoscenza della memoria”.

 

Ti ritrovi al buio, sulla strada provinciale 5, a Cavezzo… insieme a Cai-yan. E alle 2 di notte, poco dopo aver letto la sua storia di mafia cinese, debiti e prostituzione, la prima cosa che ti viene da fare è cercare disperatamente per tutta casa un foglio di carta, uno qualsiasi, e farci una gru.

Simbolo d’immortalità, la prima di cento ancora da fare per poter esprimere un desiderio; da regalare alle persone che ami, o a quelle che ti hanno cambiato la vita semplicemente per avergli raccontato la tua storia.

Le parole che cambiano l’esistenza della gente e del mondo, a piccoli passi.

 

E poi tutte le altre storie (Nicoletta, Rita e Ilaria, Felice, Padre Boschini,) che non citerò: come direbbe Alessandro, ‘cattatibill ‘u libro.

 

La conclusione di tutto questo  credo non possa che essere una, almeno per me: rendersi conto che nonostante il clima nel quale ci ritroviamo a studiare, lavorare, impegnarci giorno dopo giorno, “non darci pace” è la prima e forse unica forma di libertà…nostra e degli altri.

Un’ossessione libera (che ossimoro!), nella quale sentirsi parte attiva di quei cittadini che non si fermano mai: una sorta di resistenza quotidiana.

A costo si, per i grandi errori e pesi che ci portiamo da troppo tempo sulle spalle, di rimanere schiacciati. O permettere che un giornalista-giornalista, solo per quello che scrive, venga privato della sua libertà; e proprio per colpa di quelli che troppo presto e troppo facilmente si danno pace.

 

Non è un’esclusiva questa follia: più pazzi ci sono, meglio sarà. Anche un solo giorno, una sola persona in più, può fare la differenza.

 

In ogni caso, e soprattutto a partire da questo libro, ti ritrovi contagiato da questa ossessione di libertà: e non puoi fare altro che scoprire, dentro di te, di averlo anche tu il tempo…per non darsi pace.

 

“Un anno dopo, invece degli occhi arrossati, c’è un’aria di allegria, di amici che hanno vinto qualcosa di grande. Si afferra la sensazione che il direttore, con la sua morte, abbia svegliato Catania.

Forse la gente ha capito, li seguirà sempre di più.

Non c’è contraddizione tra l’allegria perfino contagiosa e l’evento di morte che viene ricordato.

Per chi non l’ha mai provato è difficile capire quanto possa essere grande la felicità di chi immagina davvero di poter vivere un giorno senza mafia.”
(“I carusi di Fava” Storie – Nando Dalla Chiesa)

Scimmie

di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

Alessandro Gallo è un giovane scrittore che di scimmie ne ha viste tante, ne ha viste ieri e ne continua a vedere anche oggi, a 25 anni, a Palermo, a Bologna, a Napoli.

Anche Giancarlo Siani ne ha viste di scimmie, ne ha viste tante, troppe.

Napoli 1985, Panzarotto, Pummarò e Bacchettone giocano a diventare grandi, voglia di diventare qualcuno, di trovarsi un’identità, di quelle che si raccontano, di quelle che superano il tempo.

Adolescenti che si scontrano troppo presto con la realtà, con la camorra, con la vita.

Quella realtà di Cutolo, Perrella, Gionta, Nuvoletta. La realtà della droga, dei pomodori, del cemento, della monnezza, della donna con la Calibro 38.

Giocano a diventare un clan, tre  “guappi di cartone ” come si dice a Napoli ma per Pummarò, Panzarotto e Bacchettone la camorra non è quella che pensavano, non solo soldi ed auto potenti ma anche vittime innocenti, amici morti ammazzati.

Giancarlo è un giovane “Giornalista Giornalista” che ascolta Vasco Rossi e che vuol saperne di più della Camorra, vuole vederla e farla vedere, senza filtri, senza racconti. Giancarlo è poco più grande di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, ha solo 26 anni e le idee molto chiare. Gli basta poco per mostrare a quegli adolescenti pronti alla guerra la vera camorra, quella che si chiama mafia, non quella raccontata dagli altri.

Scimmie è il romanzo di un giovane scrittore, che racconta di quell’amore senza parole nato in una rosticceria  a ritmo di panzerotti, dolce e speranzoso come il cuore di Filomena.

E’ la storia di molti adolescenti che si ritrovano una vita che non gli appartiene, una vita dove la camorra sceglie per loro, probabilmente morti ammazzati senza un perché o forse perché si trovavano solo nel posto sbagliato,  non hanno potuto viversi la loro storia d’amore con la propria amata o con la propria terra, solo perchè non ne hanno avuto la possibilità.

E’ il romanzo vincitore del concorso “Giri di Parole 2011” della Navarra Editore.

Le Scimmie non sono troppo lontane da te, apri gli occhi.

 

Sito del libro: www.scimmieilromanzo.com

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