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Appello, #Orioles giornalista ad honorem

Al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Riccardo Arena

p.c. al Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino

Qui per firmare la petizione di Wikimafia

 

Gentile Presidente,
stamattina abbiamo appreso da Antonio Roccuzzo, Claudio Fava e Michele Gambino sul Fatto Quotidiano la notizia che Riccardo Orioles, direttore de “I Siciliani Giovani” della cui rete facciamo parte, ha rischiato di essere radiato dall’Ordine dei Giornalisti della Sicilia perché non in regola con le quote di iscrizione. La pena sarebbe stata sospesa per sei mesi, lasso di tempo concesso ad Orioles per sanare il debito con l’Ordine, pari a 1384 euro.

Le confessiamo, gentile Presidente, di essere letteralmente cascati giù dalla sedia per l’indignazione e lo sgomento di fronte a una reazione del genere da parte dell’Ordine che lei presiede: non dobbiamo star qui a ricordare tutte le volte in cui Riccardo Orioles ha onorato la professione di giornalista nei suoi oltre 40 anni di attività, lo hanno fatto già molti altri. Ci teniamo però a ricordare il suo non tirarsi mai indietro di fronte ad ogni battaglia per difendere la libertà e la dignità delle persone contro la mafia, facendo nomi e cognomi quando la cultura dominante ne negava addirittura l’esistenza. Quello che Riccardo Orioles ha fatto in questi anni è stato servire un’idea di giornalismo che fosse libero da padroni, fondato sui fatti e alla continua ricerca della verità.

Non ha le disponibilità economiche per pagare la quota di iscrizione annuale al vostro Ordine, e fino a due mesi fa non aveva alcun reddito, oggi rappresentato da una pensione minima. Un uomo con la sua penna avrebbe potuto fare gran carriere in giornali nazionali in tutti questi anni, guadagnando fior di quattrini, invece ha preferito servire una Causa più nobile e un’idea di giornalismo diversa. Deve rischiare la radiazione per questo?

Mentre le scriviamo abbiamo saputo che Don Luigi Ciotti sanerà personalmente il debito di Orioles, quindi l’Ordine rientrerà del debito e il “caso” sembra essere rientrato. Ma se noi stiamo a scriverle ora è per chiederle di concedere la tessera “ad honorem a Riccardo Orioles, per i suoi indiscussi meriti sul campo e per l’attività che ha svolto negli ultimi 40 anni. L’Ordine nazionale e le sue diramazioni regionali ne hanno già conferite parecchie, basti ricordare quella a Ugo Stille (grazie alla quale poté ricoprire la carica di Direttore del Corriere della Sera, poiché essendo americano e per anni inviato negli USA non era mai stato iscritto) o a Pif, che l’ha ottenuta per motivi analoghi a quelli per cui potrebbe averla Orioles, che però è anche un maestro del giornalismo italiano.

Il conferimento della tessera ad honorem, oltre ad essere un giusto riconoscimento ad Orioles, sarebbe anche un premio a quell’idea di giornalismo praticata da tanti giovani cronisti, la stragrande maggioranza dei quali precari e senza tutele, che quotidianamente si batte contro quel coacervo di interessi mafiosi che soffocano la libertà e la democrazia di questo Paese.

Siamo sicuri che non avrà alcuna difficoltà a convincere della bontà di questa richiesta anche i suoi colleghi coinvolti nella decisione. Aspettiamo fiduciosi un suo riscontro e nel frattempo le auguriamo buon lavoro,

i ragazzi di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie

Qui per firmare la petizione di Wikimafia

Femia chieda scusa a Giovanni Tizian

A Bologna, in un’aula di tribunale gremita di studenti, acceso confronto tra i giornalisti e gli avvocati del presunto boss che ha più volte minacciato il collega dell’Espresso

DI LIRIO ABBATE (tratto da L’Espresso)

 

giovanni tizian

 

L’aula del tribunale di Bologna è piccola e angusta e il poco spazio riservato al pubblico è per fortuna pieno di studenti bolognesi. Sono ordinati e silenziosi per il rispetto al luogo in cui si trovano. Il loro sguardo è puntato su una piccola gabbia per detenuti, a sinistra dell’aula, fatta di pareti di vetro blindato, dentro la quale è rinchiuso l’uomo che odia l’informazione e i giornalisti modenesi.

Intendiamoci, odia quell’informazione e quei giornalisti che parlano di lui come un imprenditore di Modena accusato di essere molto vicino alla ‘ndrangheta, e per questa collusione con la criminalità organizzata è stato arrestato. E adesso processato.

Lui è Nicola Femia, originario della provincia di Reggio Calabria, che le intercettazioni raccontano come ha spinto un suo complice a minacciare il giornalista Giovanni Tizian solo perché aveva scritto dei suoi affari sulla Gazzetta di Modena. Una minaccia che ha portato Tizian a essere posto sotto tutela su richiesta della procura di Bologna che seguiva l’indagine ed ha subito annusato il pericolo per il giornalista.

Un’aula di giustizia, questa di Bologna, non abituata a processare imputati di mafia. Infatti sono poche le sentenza sull’associazione mafiosa in Emilia Romagna.

Femia stamani è tornato a lamentarsi della «gogna mediatica» attivata nei suoi confronti ed è tornato a puntare il dito su Tizian ( dopo che lo ha fatto anche nella precedente udienza ), questa volta pronunciando per quattro volte il nome del giornalista. Secondo il difensore del presunto boss «non si tratta di minacce», ma «solo di un chiarimento». Quelle parole, però, pronunciate in udienza da un imputato che risponde di associazione per delinquere di stampo mafioso purtroppo hanno il peso di una pesante intimidazione, che non necessariamente deve essere fatta indossando la coppola o imbracciando la lupara.

Oggi, purtroppo, i metodi mafiosi sono cambiati rispetto al passato. Si sono affinati. E il messaggio arriva dritto al destinatario. E i giornalisti per questo motivo si sono stretti attorno a Giovanni Tizian, oggi cronista de l’Espresso. Se come dice il difensore non si tratta di minacce, allora ci attendiamo per la prossima udienza che Femia chiarisca e chieda scusa a Tizian.

In aula c’erano gli studenti, ma anche i volontari dell’associazione Libera, e il presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, che si è costituito parte civile, lo scrittore Carlo Lucarelli, e poi decine di cittadini che dicono no alla mafia in questa regione.

L’udienza ci ha dato la possibilità di vedere in faccia l’imputato che si presenta con il volto di un imprenditore che dice di essere “perseguitato dalla giustizia” e “dai giornali”. Che ha mostrato il suo ghigno, e le sue smorfie, condite da un modo di atteggiarsi arrogante. Femia indossava una polo di colore nera a maniche corte, sbottonata, con il colletto alzato. Era attorniato in aula dall’affetto dei suoi cari: la figlia, il figlio (con polo a maniche corte di colore bianco e colletto alzato anche lui) e il genero, tutti e tre imputati a piede libero in questo processo.

Nicola Femia guardava i tre familiari e sorrideva. Con le braccia incrociate ha seguito la prima parte del processo restando in piedi, fissando il suo sguardo sui giornalisti seduti in prima fila fra il pubblico. Uno sguardo che ben presto ha dovuto abbassare davanti alla “presenza” dei cronisti. E poi si è seduto.

 

Tizian sarà sentito in una delle prossime udienze del processo.

Qui il calendario:
– venerdì 6 Giugno, ore 9,30
– venerdì 4 Luglio, ore 9,30
– venerdì 11 Luglio, ore 9,30

Nel mese di Giugno ci sarà un’altra udienza ma la data verrà comunicata Venerdì prossimo.

Un’altra informazione è possibile?

IL WEB, I GIORNALI, LA TV: COME CAMBIA (O È GIÀ CAMBIATO!) IL MONDO DELL’INFORMAZIONE…

“Gli intellettuali, i politici o i giornalisti che dicono di lavorare per il bene comune dovrebbero darne prova concreta, e suicidarsi”
(Carl William Brown)
LA NUOVA FRONTIERA DI INTERNET:
IL WEB COME UNO “SPEAKER’S CORNER”
“Considero il Web come un tutto potenzialmente collegato a tutto, come un’utopia che ci regala una libertà mai vista prima”
(Tim Berners-Lee)
Di Gaspare Serra
Lo “speakers’ corner” è il famoso “angolo degli oratori” presente ad Hyde Park: un piccolo spazio pubblico, nel cuore di Londra, dove a chiunque è concesso salire su un palco malamente improvvisato per arringare i passanti su qualsiasi argomento gli passi per la mente.
Non trovo metafora migliore per descrivere cosa sia divenuto il web per i milioni di internauti di tutto il mondo: esattamente uno “speakers’ corner”, un megafono tramite cui farsi ascoltare nel bel mezzo della nevrotica piazza virtuale della rete.
In fine di tutto? Semplicemente esprimere senza filtri le proprie idee, anche le più minoritarie ed anticonformiste, condividerle liberamente con chiunque disposto ad ascoltarle, per poi diffonderleviralmente attraverso gli strumenti dei blog o dei social network.
Oggi, però, si assiste ad un ulteriore salto di qualità nello sviluppo del “world wide web”: la rete ha direttamente assunto un ruolo da protagonista nel determinare i “cambiamenti epocali” della nostra storia.
Lo dimostra la cronaca recente: non sarebbero nemmeno scoppiati i primi focolai della cd. “Primavera araba”senza i mezzi di comunicazione, libera ed incontrollata, offerti dalla rete. Lina ben Mhenni, 29enne blogger tunisina, è l’esempio di come giovani di vent’anni abbiano potuto innescare rivolte sociali semplicemente servendosi della rete. Nel nord Africa quasi metà della popolazione è under 25 ed il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 30%. Di per sé una buona ragione, unita alla mancanza di libertà civili, per ribellarsi. Senza lo straordinario catalizzatore del web, però, dubito che una simile “massa pensante” si sarebbe potuta trasformarecosì repentinamente in una “massa protestante”. In un certo senso, gli ex presidenti Ben Alì ed Hosni Mubarak devono la loro testa proprio alla “rivoluzione internauta”!
Lo controprova il caso “WikiLeaks”: Julian Assange, giornalista ed attivista australiano, ha creato il panico nelle diplomazie mondiali mettendo in rete, ossia alla portata di un clic, documenti governativi riservati. Nonostante un accanimento giudiziario personale, una persecuzione da parte degli Usa senza precedenti ed una campagna internazionale per danneggiare WikiLeaks, il fondatore del famoso sito ha annunciato per il 2013 più di un milioni di file riservati pronti per la pubblicazione!
Lo conferma, guardando in casa nostra, l’annunciata sorpresa elettorale delle prossime settimane: il successodel Movimento Cinque Stelle, i cui candidati sono stati scelti sulla base di “parlamentarie” online. Cosa rappresenta questa rivoluzione politica, fino a pochi anni fa inimmaginabile, se non la rivincita di un blog di successo sui partiti tradizionali?
LE METEORE DEI GIORNALI:
DA “PADRI PADRONI” A “PADRI NOBILI” DELL’INFORMAZIONE?
“I giornali si dividono essenzialmente in due gruppi: quelli di partito e quelli di parte”
(Dino Basili)
Il futuro dell’informazione è online: in un mondo superveloce e globalizzato, è anacronistico pensare possa avere un qualche “appeal” fra i giovani il mondo della carta stampata. Sono sempre più coloro che s’informano o s’intrattengono navigando in rete, piuttosto che guardando passivamente la tv o leggendo sulla carta stampata notizie “già scadute” prima d’esser lette!
Secondo il Rapporto 2012 del Censis sulla situazione sociale del Paese, negli ultimi cinque anni si è assistiti ad una “emorragia di lettori” della carta stampata, scesi dal 67% degli italiani nel 2007 al 45% di oggi. La disaffezione verso la carta stampata, poi, è ancor maggiore tra i giovani: nel 2012, i lettori di quotidiani 14-29enni sono stati appena il 33%!
Se Internet è “l’esemplificazione più riuscita dell’eterno presente” -citando il filosofo Diego Fusaro-, i quotidiano rappresentano una memoria del passato. Una memoria, però, che non va cancellata!
La stampa, allora, sopravvivrà nella misura in cui riuscirà a rinnovarsi, a stare al passo con la rivoluzione tecnologica. Com’è probabile che i nostri figli si recheranno a scuola portando un tablet in mano piuttosto che uno zaino sulle spalle, allo stesso modo resisteranno quelle testate che saliranno sul treno in corsa dell’innovazione. In che modo? Ad esempio, imponendosi come autorevoli giornali online e rendendosi accessibili a portata di ipad!
Gli unici, veri penalizzati saranno gli edicolanti: con la scomparsa di molte piccole testate, si svuoteranno molti di quei scaffali oggi stracolmi d’ingombrati, a volte inutili, quotidiani!
I PERICOLI DEL “WORLD WIDE WEB”:
IL POTERE ANARCHICO ED INCONTROLLABILE DELLA RETE
Se Internet ha molto da offrire a chi sa ciò che cerca, è anche in grado di completare la stupidità di chi naviga senza bussola”
(Laurent Laplante)
“Santificare” il web, nonostante abbia rivoluzionato -in meglio- le nostre vite, sarebbe comunque un errore imperdonabile: citando Daniele Luttazzi, “se la televisione è un sonnifero, Internet è un ipnotico potentissimo”!
Internet è una rete senza maglie, per cui sono ancora molti -troppi!- i buchi neri di quest’universo al di là del bene e del male:
◆ la minaccia, sempre incombente, della “disinformazione”.
Internet è un “tritacarne della comunicazione”, un mostro a più teste rigurgitante di tutto: da informazioni utili a pseudo notizie, da pregiati studi a clamorose fandonie, da analisi accademiche sopraffini a mere “immondizie culturali” (si pensi alle tesi negazioniste sull’Olocausto). Agli occhi di utenti svogliati, in cerca di un diversivo per sconfiggere la monotonia, una palese falsità, ripetuta, “linkata”, “taggata” più volte, rischia di trasformarsi in una conclamata verità!
◆ La proliferazione della cd. “Internet dipendenza”.
Internet è entrato di diritto nel club riservato delle più comuni “dipendenze”, assieme a quelle dai videogiochi, cellulari o giochi d’azzardo. Una dipendenza, quindi, non da droghe legali (alcol e tabacco) o illegali (sostanze stupefacenti), bensì da comportamenti, quali navigare in rete, senza i quali l’esistenza sembra diventare priva di significato! Sempre più persone, così, sostituiscono il mondo virtuale a quello reale, perdendo il contatto con la realtà.
◆ Il pericolo, sempre presente, di un’impunita “violazione della privacy”.
Inquieta l’incoscienza con cui molti utenti immettono “dati sensibili” in rete, senza alcuna consapevolezza della difficoltà di rimuoverli in un secondo momento o del possibile uso improprio che terzi possano farne.
◆ La diffusione della “pornografia di massa”.
Navigando sul web, è terribilmente facile, anche per i più giovani, ritrovarsi impigliati nella rete dell’hard. In una società profondamente “sessuofobica”, anzi, troppo spesso il “porno a portata di clic” è divenuto l’unica forma di educazione alla sessualità!
◆ La proliferazione di “contenuti violenti”.
È sempre più frequente la moda di filmarsi nell’atto di compiere atti pericolosi, osceni o illegali, per poi diffondere online le immagini e “vedere l’effetto che fa”. Il rischio emulazione, così, si fa molto alto.
La rete, inoltre, è il ritrovo ideale per uomini falliti e frustrati dalla vita, che passano le loro giornate ad insultare gli altri nell’illusoria persuasione di trovare qualcuno più inutile di se stessi, del quale sentirsi superiori!
Nonostante le minacce rappresentate da un accesso “incontrollato” degli utenti e dall’immissione di contenuti “senza filtro”, il web conserva una qualità ineguagliabile: è l’unico “mercato della conoscenza” libero ed accessibile a chiunque, superando qualsiasi barriera (fisica o immateriale!).
La sola domanda da porsi, allora, è: ne vale la pena?
La risposta è “si”, se ciò è l’unica garanzia di un’effettiva tutela del bene supremo della “libertà di espressione”!

Limitare la libertà degli internauti, mettere un “bavaglio” all’informazione online o un “guinzaglio” ai blogger, come il legislatore italiano ha ripetutamente tentato in questi anni, non è la soluzione!
La causa di ogni eccesso online non dipende dallo strumento in sé, bensì dall’uso che sappiamo farne: occorre, perciò, accrescere la maturità, responsabilità e coscienza critica di chi naviga.

Piuttosto è giunto il momento di costituzionalizzare il diritto al “libero accesso ad Internet”, inserendo un apposito richiamo all’interno dell’articolo 21 della Costituzione.
LO “SPREAD DIGITALE”

“Nella rete non c’è notte e non c’è giorno, non c’è alto e non c’è basso, non c’è corpo e non c’è calligrafia, c’è solo il bit, che viaggia e che prende la forma che gli vogliamo dare”
(Jovanotti)

L’unico mezzo di comunicazione che riscuote un successo crescente nel tempo è Internet: secondo il Censis, se nel 2011 si è superata, per la prima volta, la soglia del 50%, quest’anno l’utenza ha raggiunto il 62% degli italiani (era ferma al 27% appena dieci anni fa!). Il dato sale ulteriormente fra i più giovani (90,8%), le persone più istruite, diplomate o laureate (84,1%), ed i residenti delle grandi città, con più di 500.000 abitanti (74,4%).

Nonostante tutto, l’Italia deve fare i conti con uno “spread invisibile”: lo spread digitale (o “digital divide”), misurante la distanza tra la qualità della nostra rete e livello di digitalizzazione dal resto del mondo più tecnologicamente avanzato.

Per farsi un’idea, secondo la Commissione europea, oltre il 41% degli italiani non è “mai” entrato in rete (il doppio rispetto ai francesi o tedeschi, il quadruplo in rapporto agli inglesi). In Europa, inoltre, l’Italia si colloca:

◆ terzultima per percentuale di popolazione che si connette alla rete almeno “una volta a settimana”;
◆ penultima per la copertura di Internet veloce (o Adsl) sul territorio nazionale;
◆ ultima per la copertura di Internet superveloce (le fibre ottiche), raggiungendo appena il 10% (la Francia copre già il 20% ed ambisce al 100% entro il 2025, il Portogallo il 60%, la Svizzera il 90%, la Corea ed il Giappone il 100%!).
Quando si parla di “alta velocità”, allora, siamo sicuri che la priorità sia la Tav piuttosto che la nostra vetusta rete Internet?
LA “SCHEGGIA IMPAZZITA” DELLINFORMAZIONE:
TUTTI I MALICHE VENGONO PER NUOCERE…
“Sembra che certi giornalisti vedano il loro compito come il tentativo di spiegare ad altri quello che loro stessi non capiscono”
(Markus M. Ronner)
I media italiani hanno trascurato per anni quella che dovrebbe essere la loro unica missione: “informare”.
È questa la causa prima di tutti i mali della nostra informazione:
◆ la “perdita d’autorevolezza” dei principali canali d’informazione.
Un tempo la frase “l’ho sentito al Tg1” o “l’ho letto sul Corriere” era un attestato inoppugnabile di attendibilità delle notizie. È ancora così?
Dei telegiornali, il solo TgLa7 si sforza quantomeno d’apparire il più obiettivo possibile (sforzo che il Tg3 ed il Tg4 si sono sempre risparmiati): tutti gli altri sono già contaminati dal virus di Studio Aperto (uno “pseudo tg” che ha rinunciato all’inchiesta giornalistica, ridotto lo spazio riservato alla politica, romanzato la cronaca nera ed immesso nel circolo mediatico iniezioni massicce di gossipparo qualunquismo!).
◆ La scomparsa del giornalismo d’inchiesta.
Report è l’ultimo esemplare del genere ancora in onda sui nostri schermi. Per il resto, le uniche inchieste degne di nota in questi anni sono state: quelle realizzate a Montecarlo “su commissione” dai giornali della famiglia Berlusconi; il falso documentale di Vittorio Feltri costato il posto all’ex direttore de l’Avvenire, Dino Boffo; lo scoop di Canale5 sul colore dei calzini del giudice Mesiano; il servizio riservato dal settimanale Chi al pm Boccassini, messa alla berlina in questi giorni per discutibili calze a righe!
◆ Il “provincialismo” della nostra informazione.
Che fine ha fatto la politica estera? Spacciata per roba da esterofili ed intellettuali, di esteri se ne parla solo per aggiornare la conta dei militari italiani morti in missioni di pace e, a scadenza quadriennale, in occasione delle Presidenziali americane.
Fanno più notizia le preferenze letterarie di un consigliere regionale (la predilezione di Nicole Minetti per il libro “Mignottocrazia”) piuttosto che una guerra civile nel corno d’Africa, le persecuzioni etniche in Tibet, la guerra dei Narcos in Sudamerica o le rivolte popolari in Medio Oriente!
◆ La degenerazione dei “talk show” politici.
Questi hanno colmato il vuoto lasciato dalla chiusura del Bagaglino, riproducendo in tv le miserie del teatrino politico italiano.
Come? Creando personaggi “grotteschi” (quali i Gasparri o le Santanché), consegnando agli ospiti “copioni” prestabiliti (le parti più ambite rimangono ancora quelle dei berluscones ed antiberlusconiani) ed affidando la conduzione a giornalisti “faziosi” (si veda Santoro o Vespa) o falsamente bonari (si pensi a Floris), pronti ad aizzare gli ospiti come leoni in gabbia per riprendere lo spettacolo!
Il risultato? Confronti ideologizzati e privi di contenuti, farciti di slogan e battute degne in una campagna elettorale di quart’ordine!
Quel giorno in cui un conduttore, nel caso in cui un ospite dica “fuori piove” e la controparte “fuori c’è il sole”, faccia l’unica cosa che un giornalista dalla schiena dritta è chiamato a fare, ovvero affacciarsi a guardare che tempo fa, forse potrò riconsiderare i miei giudizi…
LA “STELLA CADENTE” DELLA TV:
TUTTI I MALI DELLA TELEVISIONE ITALIANA
“La televisione, al contrario del cinema e del teatro, fa di tutto per impedirti di pensare. E ci riesce”
(Pino Caruso)
“Mamma tv” non ha mai smesso di ammaliare gli italiani con le sue generose forme, instaurando con essi un morboso rapporto di Edipo. La televisione, difatti, continua ad avere un enorme seguito nel pubblico, pari al 98% degli italiani (fonte Censis).
Come i segni del tempo possono lasciare cicatrici anche nelle migliori “Milf” non appena si calano le vesti, allo stesso modo il piccolo schermo rivela dei mali che non sono certo visibili né alla luce degli ascolti né degli introiti pubblicitari. L’abbondanza non è sempre segno di benessere, così come la quantità non è sempre sinonimo di qualità!
Il peccato originario della nostra tv è stato la sottomissiva devozione al “Dio Denaro”: la totale soggezione alle logiche dell’auditel e della pubblicità.
È da ciò che dipendono tutte le sue degenerazioni:
◆ l’“omogeneizzazione” dei prodotti televisivi.
La tv manca del tutto d’innovazione ed originalità: i palinsesti sono monotoni e ripetitivi, così come le facce che appaiono sullo schermo sono riciclate “fino all’inverosimile” (non esiste un turnover o un’età per il pensionamento nel mondo dello spettacolo?).
Basta fare zapping, a qualsiasi ora in qualsiasi giorno, per accorgersi di come la tv generalista si “scopiazzi” a suo piacimento o riproduca all’infinito programmi “triti e ritriti”: l’importante è solo garantirsi un minimo di seguito fra il pubblico fidelizzato.
Altro che duopolio televisivo Rai-Mediaset: potremmo benissimo parlare di monopolio “Raiset”!
◆ La “mercificazione” del corpo delle donne.
Non occorre spendere molte parole: documentari come “Il corpo delle donne”, film come “Videocracy” e manifestazioni quali “Se non ora quando?” hanno palesato il bieco maschilismo -celato da machismo- della società italiana, riprodotto cecamente dalla televisione nella sua versione più becera.
Si è spacciato per verità il fatto che denudarsi, mostrarsi, vendersi come “carne da macello” fosse un segno d’emancipazione per le donne. Il che sarebbe vero se, al contempo, fosse garantita alle stesse anche piena libertà di realizzarsi per quel che si pensa, oltre per come si appare!
◆ L’“overdose” della cronaca nera.
Prima col caso di Cogne, poi con i delitti di Garlasco e Perugia, infine con gli omicidi Scazzi e Rea, la tv ha dato abbondantemente prova di saper superare il “limite della decenza”. Si è messa in scena un’informazione urlata e senza pudore, il tutto ad un solo fine: soddisfare il “voyeurismo” del pubblico!
Ogni caso di cronaca viene sistematicamente serializzato, trasformato in format televisivo, in un “reality dell’orrore” grazie al quale riempire i palinsesti televisivi e far crescere vertiginosamente l’audience. Chi non ricorda il cancello marrone dei Misseri, in via Grazia Deledda? È concepibile che, per mesi, questa immagine abbia oscurato ogni altra notizia? Qualcuno immaginerebbe Enzo Biagi ricostruire un delitto dinanzi ad un “plastico” o Indro Montanelli pedinare i parenti della vittima appena usciti dall’obitorio? Può “Dio auditel” assolvere ogni eccesso mediatico?
Se è questo il livello dell’informazione televisiva, perché non abolire il canone Rai e privatizzare quantomeno due delle tre reti televisive di Stato?
Perché obbligare ogni italiano a pagare il canone Rai (anche chi, magari, preferirebbe un abbonamento a Sky)?
Forse per continuare a permetterci gli “stipendi d’oro” dei suoi dirigenti di nomina politica o conduttori del “prime time”?

Lo spirito di un giornale 11 ottobre 1981

Nell’ultimo intervento da direttore de Il Giornale del Sud, una risposta ad una missiva che inaugurava la rubrica delle lettere al direttore, Pippo Fava illustra le radici, i punti fondamentali sui quali si deve costruire un Giornale. Lo spirito di un Giornale in poche parole. Il giorno dopo questa replica Fava verrà licenziato.
Da qui nasceranno “I Siciliani” 11 ottobre 1981

Lo spirito di un giornale

Egregi amici, voi avete tre idee politiche diverse, e mi piace immaginare che siate un democristiano, un socialista e un comunista cioè che copriate sostanzialmente l’arco politico che conta oggi in Italia. Io sono un socialista senza mai tessera (l’ho scritto altre volte) e perciò ferocemente critico nei confronti di tutti gli errori socialisti, continuamente pieno di passione e speranze, e continuamente deluso nei miei sogni civili. Ma evidentemente la vostra richiesta non riguardava il mio ideale politico (che è comunque un fatto gelosamente personale) e nemmeno la posizione politica del giornale, che è stata chiara e trasparente fin dal primo numero, quanto quello che voi chiamate il significato e io più esattamente vorrei definire lo spirito politico del Giornale del Sud. Una identità nella quale non gioca più la politica intesa come nel senso grossolano del termine, ma il concetto di politica come criterio morale della vita sociale. Da questa prospettiva io posso serenamente e subito affermare che lo spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i progetti, le corruzioni. I fatti e i personaggi. E non soltanto quelli che hanno vita ufficiale e arrivano al giornale con le proprie gambe, i comunicati, i discorsi, gli ordini del giorno, poiché spesso sono truccati e camuffati per ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società siciliana, e quasi sempre restano nel buio, intanati, nascosti, interrati. Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire. Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento! Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria. E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: “Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, nè la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!”