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Eravamo in 200 mila

bologna 21 marzo

di Emanuele Vicinelli

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

 

Eravamo in 200mila, scesi in piazza per combattere la mafia. Per dire che la mafia deve andare via dal nostro paese, per dire che questo cancro va scalzato. Per ricordare i nomi di quelle mille e più persone che sono morte ammazzate, e per resistere, e per non tacere. Un corteo lungo tre chilometri, stando a quanto dice il Corriere. C’erano i parenti delle vittime, politici, studenti, cittadini, famiglie, scolaresche, comitati di rappresentanza, scout, curiosi, bambini – alcuni anche in passeggino. Sindaci, giornalisti, scrittori, le telecamere. C’era anche qualche politico. Eravamo davvero in tanti, tutti davvero carichi. C’erano cori, canti, striscioni, bandiere, chitarre. C’era un bel sole ed un sacco di colori, negli striscioni.  C’erano le facce dipinte di rosa, giallo e arancione. C’erano sindacati, c’era impegno, c’era coraggio. Ci sono state davvero tante belle cose, questo primo giorno di primavera, nella grassa Bologna. In questo grande corteo c’era la voglia di verità, quella che illumina la giustizia.

C’erano i nomi, quei mille nomi delle vittime di mafia, letti con ferma dignità. Quest’anno sono stati letti anche i nomi delle vittime dell’Uno bianca, della strage alla stazione di Bologna e della strage di Ustica, così come quelli della strage del Rapido 904. Mancavano solo le vittime dell’Italicus, che non sono state lette. C’era, tra gli altri, Margherita Asta, che ha perso madre e fratelli nella strage di Pizzolungo, che alla fine del corteo ha parlato, dicendo che ogni giorno deve essere il 21 marzo. Non si può permettere altrimenti, perché diversamente né avrebbe senso ricordare, né avrebbe senso essere cittadini.

C’era anche don Ciotti, nel corteo, in testa, insieme ai familiari delle vittime. Ha detto molte cose, nel suo discorso dopo la manifestazione. Ha invitato tutti, nessuno escluso, a essere militanti, a essere partigiani contro la mafia, intraprendendo un percorso di verità e giustizia, ricordando che essere dalla giusta parte è una scelta che non si prende una volta sola, e poi via: è una scelta che va rinnovata ogni minuto di ogni ora, con coraggio e passione.

Ha ricordato le vittime di mafia, ha ricordato Roberto Mancini e ha mandato un pensiero alle vittime dell’amianto e del lavoro, così come ai familiari delle vittime dell’attentato di Tunisi. Ha ricordato anche gli studenti uccisi in Messico, e ha espresso solidarietà alle famiglie, alcune delle quali presenti alla manifestazione. Ha detto che la loro stessa presenza, lì, in quella piazza, serve a ricordarci di avere coraggio.

Ha parlato di politica, don Ciotti. È stato molto chiaro e diretto: la politica deve combattere la mafia, e aiutare con ogni mezzo i cittadini che militano contro la montagna di merda che ammorba il nostro paese, cominciando con leggi serie, severe, puntuali e complete, capaci di fornire una risposta ferma, decisa, rapida e giusta a tutti i fenomeni che si accompagnano alla mafia, primo su tutti la corruzione. Una politica che non fa questo è una politica che fa favori alla mafia. Ora, i casi sono due: o la politica è talmente miope da non capire che così facendo aiuta la mafia, oppure la vuole aiutare davvero. Don Ciotti ha espresso in modo chiaro i suoi timori di una nuova trattativa in corso. “Non si può e non si deve tacere!” ha detto.

Poi, per concludere, si è rivolto ai giovani – noi giovani. Ci ha detto di resistere, resistere, resistere. Di non rassegnarci, di continuare a lottare contro la mafia, di continuare a militare, perché in questo modo lottiamo per i nostri diritti. Ci ha detto che è tempo che l’impegno straordinario di molti diventi l’impegno quotidiano di tutti. E allora andiamo, andiamo a buttare via questa montagna di merda dalla nostra Italia. Non siamo soli: il primo giorno di primavera ce lo ha dimostrato.

 

Gli IMI e Adelmo Franceschini: storie di un’altra Resistenza

archivioVittorioVialli

La foto è tratta dall’archivio fotografico di Vittorio Vialli, internato bolognese che riuscì clandestinamente a documentare fotograficamente la realtà dei campi di internamento. In tal caso si tratta di una foto segnaletica di “benvenuto” presso il campo di Sandbostel.

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

di Giovanni Modica Scala

 

 

Quando si parla di Resistenza, spesso ci si riferisce esclusivamente alla lotta antifascista dei partigiani. Una consuetudine più che comprensibile, legittimata dalla storiografia e dalla letteratura che ne hanno annualmente celebrato le gesta.

In tal modo si è spesso offuscata la storia parallela, e non meno determinante, di quella che Alessandro Natta (ex internato e segretario del PCI dopo Enrico Berlinguer) definì lAltra Resistenza, i cui protagonisti sono noti con l’acronimo di IMI (Internati Militari Italiani). Costoro furono ufficiali e soldati italiani che, all’indomani dell’8 settembre 1943, scelsero coraggiosamente l’internamento nei lager pur di non proseguire la guerra a fianco dei tedeschi nell’esercito repubblichino. Lo statusdi IMI fu un crudele stratagemma adottato dai nazisti per sottrarre gli italiani alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929 (compresa l’assistenza della Croce Rossa), per costringerli al lavoro manuale e per aggirare la contraddizione formale di considerare prigionieri i militari di uno stato formalmente alleato, la Repubblica Sociale Italiana, visto che Berlino non riconobbe mai il Regno del Sud.

Parliamo di oltre 600000 italiani che combatterono un’altra guerra, senz’armi, fatta di resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto. Tra questi, spiccano nomi illustri come quello di Giovannino Guareschi, autore del celebre “Don Camillo”; del già citato Alessandro Natta; senza dimenticare personalità meno celebri ma di alta levatura morale e culturale, come Adelmo Franceschini, un “giovane” 91enne che ha fatto tesoro della propria drammatica esperienza per impegnarsi in prima persona dapprima nella vita politica di Anzola (è stato Sindaco e segretario della Camera del Lavoro) e poi, in missione nelle scuole di ogni ordine e grado (cosa che fa ancora oggi alla sua venerabile età), per trasmettere alle nuove generazioni valori oramai smarriti.

Ho avuto l’onore ed il privilegio di conoscerlo personalmente, assetato da una curiosità che va oltre le poche – e difficilmente reperibili – monografie sugli IMI.

Mi dice Adelmo che per quasi 30 anni lui e tanti altri ex internati si sono chiusi nel silenzio: quando siam tornati cera tanta voglia di dimenticare. Poi ci siamo resi conto che invece era importante parlare ai giovani, tramettere loro il valore della memoria con la testimonianza.

Non dimentica i torti subiti – spesso provenienti anche da alcuni “compagni – da parte di chi non ha compreso il sacrificio e il coraggio dei tanti militari italiani che scelsero l’internamento spinti da motivazioni ideologicamente non omogenee, principalmente mossi – come evidenzia un’analisi sociologica di Giuseppe Caforio – dall’antimilitaristico rifiuto di proseguire la guerra di Hitler e Mussolini, dalla fedeltà al re e dalla volontà di non combattere contro altri italiani. In molti casi, dunque, non risposero ad una scelta politica o consapevolmente antifascista.

Fu probabilmente anche per questo motivo che, come ricorda Franceschini, la casa editrice del PCI (Editori Riuniti) si rifiutò di pubblicare il diario di prigionia di Natta, dato poi alle stampe da Einaudi solo nel 1997.

Quando si parla di Resistenza, è opportuno ed auspicabile non semplificare e non cedere al riduzionismo. Bisognerebbe partire dagli anni 20: è allora che è iniziata la prima Resistenza al fascismo con Matteotti, Dozza, Gramsci, Pertini. Poi c’è stata anche la Resistenza degli operai delle grandi fabbriche del Nord che nel 1944 si rifiutavano di lavorare, molti dei quali sono stati portati a Mauthausen.

La vicenda degli Internati Militari rientra a pieno titolo nella guerra di Liberazione e come tale Franceschini la rivendica, con un pizzico di polemica: Se noi 600000 avessimo aderito alla Repubblica di Mussolini per voi diventava dura la vita di partigiani! Ciò non toglie nulla al valore e al rispetto di questa epopea della guerra di liberazione ma è bene ricordare che ci sono stati alcuni partigiani che lo sono diventati il giorno in cui sono arrivati gli americani. Adesso prendi per il culo a me che ho detto subito no e mi son beccato 2 anni di internamento?!.

Dopo questa accesa puntualizzazione, torna ad essere la persona mite che ho conosciuto e sottolinea il valore del rispetto altrui e del ripudio dell’odio: Io non odiavo il popolo tedesco, che peraltro è stato in parte vittima. Lodio è il sentimento peggiore che un essere umano possa coltivare. Subito penso ad una frase con cui mio nonno, preso prigioniero a Rodi e anch’egli internato, chiude la premessa del suo inedito diario di prigionia, auspicando che la propria testimonianza possa servire ad odiare la guerra, che dissolve ogni valore morale, e a concepire l’amore come l’unico splendido dono concesso all’uomo da una entità sconosciuta, a parziale risarcimento di innumeri sventure. Cito a memoria l’estratto e i suoi occhi si illuminano: vedi come coincidono i sentimenti di quella generazione lì?.

Al termine della nostra piacevole conversazione, Adelmo fa riferimento all’attualità. Riporto di seguito integralmente le sue parole cariche di preoccupazione ma anche di speranza e fiducia nel cambiamento.

“Il dramma dell’Italia è che, a differenza della Germania, non ha ancora fatto i conti con la propria Storia. Uno dei mali peggiori è l’indifferenza. Sono convinto che ci sono ingredienti e molte analogie con quello che successe molti anni fa, anche se in un contesto diverso.

I ragazzi devono conoscere la Storia perché gli serva per essere più preparati e meno indifferenti sul presente, altrimenti non serve a niente.  LA MEMORIA E LA STORIA SONO IMPORTANTI PER CAPIRE IL PRESENTE E COSTRUIRE IL FUTURO.Io sono convinto che dobbiamo continuare ad andare nelle scuole ma è necessario che riusciamo a parlare con gli adulti, anche perché i 40enni e 50enni, molti dei quali non sanno nulla di quello che è successo, ci governano eh! Se questi non hanno memoria storica, rischiano anche in buona fede di far delle cavolate. Io credo – ne sono convintissimo – che abbiam bisogno adesso di un grande riscatto civico attraverso una battaglia culturale. Se la legalità non diventa cultura collettiva non ce la facciamo; se la Costituzione non diventa patrimonio culturale di ogni cittadino, come facciamo a combattere chi cerca di modificarla e non attuarla? Io questa battaglia la faccio sempre, perché sento che è lì che siamo carenti… accidenti il diavolo!

Son preoccupatissimo, però non perdo mai la speranza. In campo di concentramento, se perdevi la speranza, dopo pochi giorni morivi. Quindi dovete essere attenti, consapevoli delle difficoltà, ma dovete vivere la speranza e la fiducia che è possibile costruire un mondo diverso, più giusto, un mondo di pace.Dovete essere voi gli artefici principali del vostro futuro, non restate alla finestra a guardare mentre qualcuno progetta il futuro per voi. Bisogna mettersi in gioco.

Io, finché avrò fiato, lo spenderò per questa causa”

Lì dove il “GUASTO” è all’ordine del giorno.

guasto

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (Degrado è Bologna)

Un reportage racconta una delle strade più discusse di Bologna. Ne parliamo con gli autori.

Di Laura Pergolizzi 

 

Degrado a Bologna. C’è chi si è abituato a parlarne ogni giorno, quasi come ci si abitua a parlare del tempo con gli estranei. C’è chi invece sul degrado ci costruisce discorsi infiniti trovando un pretesto per attaccare gli studenti fannulloni, gli immigrati, chiunque stia attraversando la strada in quel momento. E poi c’è un’altra categoria, sempre più rara, di persone che invece di rassegnarsi alla condizione in cui riversa il centro universitario di Bologna, invece di parlare, cerca di capire. Tra questi ho conosciuto Alessandro D’Oria e Davide Sberna, studenti presso il DAMS dell’Università di Bologna e fondatori di “Sequage”, un gruppo di lavoro che realizza produzioni audiovisive. In realtà, ancor prima di conoscere loro, ho conosciuto “GUASTO”, il trailer di un reportage che si occupa della problematica del degrado in Via del Guasto firmato, appunto, “Sequage”.

 

Il vostro reportage si concentra sul degrado in una delle zone più popolate di Bologna. Quanto, secondo voi, questa problematica può incidere sulla vita quotidiana di uno studente?

ALESSANDRO: Il problema del degrado, entrando praticamente a far parte della vita quotidiana di ogni studente, risulta meno evidente. Girando il cortometraggio abbiamo avvertito un atteggiamento generale di indifferenza da parte della stragrande maggioranza degli studenti. Quasi tutti, più o meno velocemente, si abituano. DAVIDE: nella vita quotidiana dello studente il degrado risulta anche evitabile, dopotutto le zone“guaste” per così dire, si conoscono. Il problema sta proprio nel fatto che ci si ritrova a voler evitare certi luoghi a causa delle condizioni nelle quali si ritrovano. La versione integrale del video propone numerose interviste.

 

Che impatto avete avuto sulla gente? Vi siete sentiti condivisi dalle altre persone oppure avete riscontrato indifferenza? ALESSANDRO: Grottesco. La gente non riusciva a credere che stavamo realizzando un reportage sul Guasto. I giovani si sono mostrati più frettolosi e superficiali mentre gli adulti, specialmente i cittadini bolognesi, hanno manifestato parecchio interesse per la nostra iniziativa. DAVIDE: la tendenza era fortunatamente più indirizzata a voler parlare con noi. In molti hanno voluto esprimere il proprio parere sull’argomento. Nonostante questo, però, non sono mancati i rifiuti.

 

Lavorando sul campo avete sviluppato qualche idea su una possibile soluzione al problema ?

ALESSANDRO: Di soluzioni pratiche ce ne sono molte. Il vero problema sta nel concetto distorto di libertà che sfocia nella mancanza di rispetto per l’ambiente e per l’essere umano. E’ insomma una questione di ‘mentalità’, come ci ha fatto notare un signore che abbiamo intervistato. DAVIDE: Il problema sta proprio in quel “ ci penserà qualcun altro”, una questione d’assenza di senso civico che non ha una soluzione identificabile.

 

Restando in tema di degrado…qual è la più grave scena a cui avete assistito da quando siete a Bologna ?

ALESSANDRO: di brutte scene se ne vedono tutti i giorni, ma forse quella che mi ha terrorizzato di più è stata quella di due pit bull sciolti e sprovvisti di museruole che, sotto gli occhi di tutti ed in pieno giorno, hanno aggredito un cane di piccola taglia. DAVIDE: vivendo qui da qualche anno forse mi sono abituato a scene che risultano gravi non più nella loro singolarità quanto al fatto che si vedono tutti i giorni, quindi un episodio in particolare non mi viene in mente. Il Guasto è all’ordine del giorno. Per dirne una: il tappeto di bottiglie che è Piazza verdi alla fine della serata… Pur essendo molto giovani avete già realizzato molto.

 

Progetti per il futuro?

Ci sono molte idee in cantiere, stiamo preparando un altro cortometraggio, un documentario sociale e quest’estate ci stiamo attrezzando per girare il nostro primo lungometraggio.

 

Per saperne di più…

Pagina facebook “Sequage” https://www.facebook.com/Sequage?fref=ts

 

Trailer del reportage https://www.youtube.com/watch?v=FHXkGfP_yt4

 

DegradiAMO BOLOgna

Piazza Verdi

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (Degrado è Bologna)

di Andrea Pantaleo

Bologna: prendete 3 bottiglie di Moretti, spaccatele in Piazza Verdi, aggiungeteci 2 bicchieri di pignoletto invecchiato pochi mesi, un pizzico (anche 2) di ganja, un gruppo bello nutrito di punkabestia e una decina di pisciate sui muri del Comunale e walà… ecco che otterrete un fantastico sabato sera alternativo bolognese! La ricetta del sapersi divertire in maniera sana e nel rispetto del prossimo è molto semplice, e anche il cuoco provetto più lontano da “scuola Marretti” potrà riuscire in tutta tranquillità a sfornare tale delizia! Bologna è così, randagia fino al midollo! Eh si perché passeggiando per il “quadrato” delle Bermuda (Zamboni –Largo Respighi – Petroni – Piazza Verdi) si respira l’aria dei baccanali romani, dove masse di uomini e donne si riversano a fiumi, un po’ come l’alcol, sul pavè dell’antichissimo centro universitario bolognese, per dare vita ad uno spettacolo che vale assolutamente il prezzo del biglietto. Entrando nel cuore del centro storico balza alla vista uno spettacolo a tratti surreale: ragazzi e ragazze, più o meno giovani, si aggirano per le strade, barcollando visibilmente su se stessi, e il pallore dei loro volti fa credere al sobrio di turno, di trovarsi sfortunatamente in un episodio di“Resident Evil”. Stappate di bottiglia, tamburi suonati a guerra, porre accese come bengala, enfatizzano ancor di più lo scenario non troppo amicale descritto poc’anzi. Colori, rumori e profumi (dove per “profumi” non si intende ovviamente la fragranza muschio bianco dell’Arbre Magique) rendono “La dotta” il mondo dei balocchi tanto sognato dal buon Lucignolo e dal compare Pinocchio, dove tutto è concesso, dove non esistono regole e il buon costume diventa il nemico numero uno, da abbattere assolutamente. Signori, ve lo assicuro, vedere una donzella a “braghe calate” defecare sulle colonne del luogo in cui, un tempo, sorgeva la Domus Aurea dei Bentivoglio, è tanta roba! Per essere una zona franca che si rispetti è assolutamente proibito utilizzare i cestini per la raccolta dell’immondizia, urinare davanti ad una tazza bianca (meglio farlo in strada all’aria aperta guardando le stelle) e non imbrattare i muri del ‘500 con bombolette spray acquistate dal “tutto 1 €” sotto casa. Venire meno a questi precetti non farà di voi dei fighi che vanno controtendenza rispetto la massa, ma verrete messi alla forca e additati come potenziali reazionari di una reazione che è già a sua volta in atto! E dei furtarelli di biciclette con post vendita porta a porta annessa, ne vogliamo parlare? Bè, l’ufficio “smistamento pacchi delle poste” avrebbe tanto da imparare dall’organizzazione di questi maghi dell’import –export fai da te! E’ statisticamente provato che la propria bicicletta verrà rubata dopo poche ore dal suo acquisto, che avrà più passaggi di proprietà nel corso del tempo, che vedrà le dune del Sahara e le cascate del Niagara, per poi ritornare al suo originario proprietario e tutto ciò ha qualcosa di magico, di romantico, come i grandi amori che non muoiono mai. Insomma che state aspettando? DegradiAMO tutti insieme BOLOgna!!!