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Chiedo la parola

di Novella Rosania

Sono Novella. Ho 22 anni. Frequento il quarto anno di Giurisprudenza in corso.
E a me hanno ucciso i sogni.

Perché? Perché non credo più nel futuro e se devo pensare che un domani potrò costruirmi una vita comoda, serena, pacifica, sicura economicamente…è meglio che non ci penso. C’è la crisi.

Cosa mi fa la crisi? La crisi mi fa vedere nero. Peggio del giovedì nero per i colletti bianchi. La crisi mi fa stare senza mangiare. Mi fa vedere mio padre perdere il posto di lavoro a cinquant’anni e non sperare di trovarlo mai più. La crisi mi impanica perché è ovunque: per la strade, tra la gente, a casa di mia nonna che non ha più pensione o che per averla deve avere la carta di credito, in Tv.

Cosa mi fanno vedere in Tv? Gente che occupa tetti. Immigrati per mesi su una gru, perché c’è bisogno di stare a 30 metri di altezza per far capire che anche loro sono Uomini. Disoccupati, cassaintegrati, pensionati, sfruttati, indignati, precariati. Veline senza mutande, mutande senza veli, donne senza dignità o che la vendono per pagarsi l’università.

Quale università? Quella coinvolta nei tagli alla scuola, dissestata, dissossata, catastroficamente maltrattata. Senza diritti per studiare, senza fondi per comprare i libri, senza studentati dove dormire, senza mense dove mangiare, senza biblioteche dove imparare, senza futuro da impegnare.

Quale futuro? Non lo so. Perché quando ho dovuto scegliere cosa diventare da grande non l’ho fatto con lo sguardo di chi c’aveva ancora qualcosa da sperare, ma con quello di chi sperava che un giorno c’avesse ancora qualcosa da mangiare. Si, perché a noi giovani Peter Pan non ci ha insegnato a sognare ma a credere che, fondamentalmente, l’isola che non c’è, non c’è veramente. E che i sogni in fondo non producono PIL.

Quali sogni? Non lo so…i miei me li hanno ammazzati.

Professione: giovane.

Lo scorso 13 Ottobre, a Bologna si è tenuto il seminario dal titolo “L’inclusione attiva dei giovani”, organizzato dall’Istituzione per l’inclusione sociale e comunitaria “don Paolo Serra Zanetti” del Comune di Bologna. Il capoluogo emiliano fa parte di EUROCITIES-NLAO, una rete dinamica di nove città europee – Birmingham, Brno, Copenhagen, Cracovia, Lille-Roubaix, Rotterdam, Sofia e Stoccolma  – ognuna delle quali ha istituito un Osservatorio a cura della Autorità Locale (LAO)  all’interno della propria amministrazione, svolgere attività di ricerca in merito all’attuazione delle strategie di inclusione  attiva a livello locale. Dal seminario sono emersi i dati relativi  al tasso di disoccupazione giovanile in Italia: nella fascia 15-24 anni si è passati dal 25,4% nel 2009, al 27,8% del 2010, fino ad un ultimo 29,3% registrato lo scorso Settembre. Nella provincia di Bologna nel 2010 il dato registrato per le donne corrisponde a un 30,9%, per gli uomini 27,8%.

Come già avvenuto nel Regno Unito, anche l’Italia è interessata dalla crescita dei “neets” (“Not in Education, Employment or Training”), giovani che al momento non studiano e non lavorano e che nella fascia 15-18 anni, costituiscono orma il 10%.  Altrettanto preoccupante è  il dato che concerne la dispersione scolastica: a Bologna il 17% dei ragazzi registra un fallimento nel passaggio dal 1° al 2° anno nei licei, mentre il 18% degli iscritti agli Istituti Professionali sembra destinato all’abbandono del proprio percorso formativo.

PROFESSIONE: GIOVANI!

E’ per questo che le città come quella  “felsinea” si trovano nella situazione di affrontare delle vere e proprie sfide per mettere in campo attività che favoriscano l’inclusione attiva dei giovani.

Cosa si può fare in un quadro così delineato? Si potrebbe iniziare prendendo in considerazione quelle che in Europa costituiscono già esempi di buone pratiche con l’attuazione di politiche preventive. Nel caso dell’abbandono scolastico, per esempio a Rotterdam, Roubaix e Stoccolma, è prevista la figura  dell’intermediario che interviene tra genitori, studente e insegnanti quando si verificano allarmi che precedono l’abbandono del percorso di studio, al fine di recuperare il percorso formativo dello studente. Un’altra strada potrebbe essere quella di favorire l’imprenditoria giovanile, prevedendo l’educazione all’imprenditorialità quando i giovani sono ancora a scuola, come già avviene a Stoccolma.

Per tutti coloro che stanno affrontando il proprio percorso di maturità in questo periodo storico, occorre continuare a lottare studiando, migliorando le proprie competenze per affinare le proprie professionalità, perchè se è confermata la teoria di Fromm per cui l’individuo si riconosce adulto quando è in grado di accettare di impegnarsi nei compiti che la società gli riconosce e gli conferisce, risponderanno di essere già ben avviati nel processo verso il “diventare adulti”.

Marialaura Amoruso