Tag: giustizia

Mi chiamo Elisabetta Lachina e appartengo alla strage di Ustica

 

Dal nostro mensile “Ustica…Stato disperso”

Mi chiamo Elisabetta Lachina e appartengo alla strage di Ustica.

La sera del 27 giugno 1980 a bordo del DC9 IH870 c’erano anche i miei genitori: Lachina Giuseppe e Reina Giulia.

Quel lontano venerdì 27 giugno 1980 avevano deciso in tarda mattinata di recarsi in Sicilia.

Erano partiti da Padova per l’aeroporto Marconi di Bologna senza prenotazione, speravano di avere fortuna, speravano di trovare posto sul volo delle 18.15 per Palermo, erano stati inseriti nella lista d’attesa, sperando nella rinuncia di qualcuno.

E quel qualcuno in aeroporto non arrivò mai e senza saperlo cedette loro il proprio destino.

All’epoca io avevo 18 anni ed ero a casa con mia sorella Linda che, a giorni, avrebbe compiuto quattordici anni.

Linda era molto arrabbiata con mamma e papà perché avrebbe dovuto partire per la Sicilia anche lei: era il regalo per la sua promozione scolastica.

Mio papà, alle 17.30, mi telefonò dicendo che non c’era posto sul quel volo e che erano stati inseriti nella lista d’attesa, se nessuno avesse rinunciato a quel volo, sarebbero andati all’aeroporto di Roma.

Ero in attesa di notizie …

Alle 23.30 ricevetti la telefonata di mia zia che, urlando come impazzita, mi disse di accendere la televisione e riattaccò.

Spiegarvi cosa ho provato in quei momenti è difficile, non capivo cosa stesse succedendo o forse mi rifiutavo di farlo; era tardi e ancora non avevo avuto nessuna notizia del loro arrivo.

Quella telefonata, ma soprattutto quel silenzio, erano la prova che qualcosa di tremendo stava succedendo, anzi era già successo.

Mi precipitai in sala da pranzo e accesi la televisione, ma non vidi e non sentii nulla e così la richiamai e con voce tremante e il cuore in gola le chiesi spiegazioni.

Mi disse che l’aereo partito da Bologna alle 20.08 per Palermo, era scomparso dai radar e che aveva ancora tre ore di autonomia.

Tranquillizzai mia zia dicendo che su quel volo non c’era posto e che con molta probabilità avevano preso un altro aereo.

A volte, quando l’evidenza è così evidente, ci nascondiamo da essa, ci illudiamo.

Il loro silenzio era una evidente prova che erano a bordo di quell’aereo ma io allontanavo quel pensiero.

Mia sorella Linda, appresa la notizia, si sedette sulla sedia dove di solito si sedeva la mamma.

Mi avvicinai a lei per rassicurarla; era seduta in totale silenzio, aveva lo sguardo perso nel vuoto, le labbra serrate come una cesoia, nessuna espressione colorava il suo viso, era diventata fredda, di marmo, le braccia penzoloni le scendevano sul corpo che sembrava privo di vita, le dita incrociate come a scongiurare una tragedia imminente.

Le dissi che, di sicuro, avrebbero chiamato a momenti per avvisarci che erano arrivati a Palermo, era questione di pochi minuti.

Iniziai a telefonare all’aeroporto di Bologna, di Palermo, di Roma, ma avevano staccato tutte le linee, non riuscivo a mettermi in contatto con nessuno, nessuno rispondeva.

Aspettai l’arrivo di mio fratello Riccardo che partì subito per Bologna; dovevamo sapere se erano a bordo di quel maledetto aereo.

Alle 2.30 di notte mio fratello mi telefonò dall’aeroporto e mi disse: “Elisa, la macchina di papà e mamma è in parcheggio … torno a casa”.

Ricordo molto bene quella lunga e interminabile notte, ricordo quel silenzio che ci circondava, ricordo ogni nostro movimento, respiro, speranza, illusione, lampi di luce e di buio.

Soli, in attesa di notizie, mentre il buio ci avvolgeva e gli spettri della paura ci divoravano lentamente…

Il giorno dopo la televisione annunciò il disastro mostrando i corpi che galleggiavano privi di vita in mare. Mio fratello partì subito per Palermo in cerca di mamma e papà.

Mio padre venne trovato e riconosciuto il lunedì mattina e mia madre il giovedì: quello che restava di lei.

La loro telefonata non arrivò mai …

La mia famiglia era una famiglia come tante, come la vostra, come quella del vostro vicino di casa e in un attimo venne distrutta; avevo la vostra età e tutto il mondo mi era crollato addosso.

Vi ho raccontato brevemente le prime ore della nostra tragedia di 31 anni fa, quelle ore che hanno cambiato la mia, la nostra vita per sempre.

Quotidianamente veniamo bombardati da notizie di guerre, omicidi, stupri, rapine e quant’altro, spesso apprendiamo queste notizie dal telegiornale mentre pranziamo o ceniamo, le immagini ci scorrono davanti senza che noi ce ne accorgiamo, ci scivolano addosso senza toccarci minimamente: siamo diventati sordi e ciechi davanti alla brutalità della vita, probabilmente è perché non ci appartengono: è successo agli altri e non a noi!

Viviamo le nostre giornate nell’indifferenza totale senza mai guardare dentro gli occhi delle persone che incontriamo.

Potremmo essere coinvolti! Meglio evitare.

La strage di Ustica … che cos’è?

La strage di Ustica è l’incidente aereo più tragico e misterioso della nostra storia italiana.

A bordo di quell’aereo c’erano 81 persone che persero, oltre alla loro vita, anche la loro identità perché da quel momento non furono più chiamate con i loro nomi, ma furono solo denominate: “le 81 vittime”.

Ogni persona a bordo di quel maledetto aereo aveva un nome e un cognome; a casa ad aspettarli c’erano dei fratelli, delle sorelle, dei figli, dei mariti, delle mogli, dei genitori.

Noi, parenti delle vittime, noi siamo “gli invisibili”.

Noi, che in questi 31 anni abbiamo vissuto cercando di capire cosa era successo ai nostri familiari, perchè sono morti e in che circostanze sono stati uccisi.

Perché? Da chi?

Noi, che abbiamo lottato contro un mostro nascosto nel buio che ci ha tormentato ogni momento della nostra esistenza. Il mostro della menzogna! Perché?

Perché la strage di Ustica è un insieme di bugie, di depistaggi, di reticenze, di omissioni, di false testimonianze, di indagini, di processi e assoluzioni e … di verità dell’ultimo minuto, ma soprattutto la strage di Ustica è fatta anche di speculatori della verità.

Noi “invisibili” siamo stati prigionieri per 31 anni di una verità negata, non abbiamo mai potuto elaborare il lutto e questo ha condizionato tutta la nostra vita, incidendo su ogni scelta presa.

Non abbiamo potuto seppellire i nostri cari dignitosamente, era un nostro diritto come è un diritto di tutti i cittadini italiani.

Appartenere alla strage di Ustica è come indossare un abito stretto che toglie il respiro, un abito che ci hanno cucito addosso senza che noi volessimo; è un marchio che ci portiamo nell’anima.

In questi lunghi ed estenuanti 31 anni, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ma, sopratutto ogni anniversario, ci siamo illusi che qualcuno o per meglio dire: “i custodi della verità” abbiano il coraggio di parlare, di confessare quella verità così scomoda e difficile da dire, da raccontare, così difficile da sconvolgere tutto il sistema in cui viviamo.

Una parte di verità noi l’abbiamo conquistata con il grande ed estenuante lavoro del giudice Rosario Priore che ha concluso la sua indagine nel 1999, con una sentenza ordinanza.

Ora, malgrado ci manchino solo i nomi degli assassini, ci sono ancora persone che ignorano quella sentenza e gettano fango sul lavoro del Dottor Priore riproponendo la tesi della bomba collocata nella toilette del DC9, tesi scartata dai periti, cosa

impossibile, visto che il water e la tavoletta del water sono stati ritrovati integri.

E’ chiaro ed evidente che quello che è successo quella maledetta sera del 27 giugno 1980 è difficile da confessare, ma noi abbiamo diritto si sapere che cosa è successo ai nostri familiari, abbiamo il diritto di conoscere la verità.

E’ successo a noi ma poteva e potrebbe capitare a chiunque.

Non fermatevi mai alle apparenze, documentatevi sempre e ragionate con la vostra testa.

Sul caso di Ustica troverete in rete molti documenti originali sulla strage, andate a curiosare sul sito www.stragi80.it, oppure sul sito www.stragediustica.info, lì troverete le foto del famoso e tanto discusso water, troverete le registrazioni di quella sera degli addetti ai radar, lì troverete tutte le risposte ai vostri quesiti.

Alla domanda che mi è stata posta, se odio le persone che hanno ucciso i miei genitori, rispondo che, malgrado questa mia orribile esperienza, ho ancora una grande fiducia nella giustizia italiana e concludo dicendo che chiunque abbia anche solo depistato o nascosto la verità è colpevole della morte di 81 persone ed è come se li avesse uccisi con le proprie mani.

Io non li odio ma provo pena e vergogna per loro: la verità vi e ci rende liberi.

 

Testimonianza di Elisabetta Lachina a 31 anni dal quel 27 giugno 1980.

Una testimonianza che vi abbiamo riproposto qui, nel 33° anniversario della Strage di Ustica.

18 aprile Bologna: “Le parole della giustizia”

 

Dalle intercettazioni al processo breve, dalla prescrizione al concorso esterno, l’autore rifiuta i diffusi luoghi comuni su tali argomenti e spiega, alla luce della sua esperienza di Pm, come la magistratura operi, e come i governi, a prescindere dal loro colore politico, possano rimediare concretamente ai problemi della giustizia italiana. 

Giovedì 18 aprile alle 18:30, nella Sala Armi della Facoltà di Giurisprudenza (via Zamboni 22), Dieci e Venticinque in collaborazione con la Rete Noname organizza la presentazione, ed il relativo dibattito, del libro “Le Parole della Giustizia” di Marco Imperato, pubblico ministero da anni impegnato in incontri pubblici per la diffusione della legalità . Interverranno all’incontro l’autore, il docente ordinario di procedura penale Renzo Orlandi, Silvia Rigo dell’associazione No name Antimafia in Movimento, e Valeria Grimaldi redattrice della testata organizzatrice dell’evento.

La legalità non è un argomento di destra o di sinistra, ma dovrebbe far parte del bagaglio culturale di tutti i cittadini, e soprattutto di coloro che hanno responsabilità pubbliche. Purtroppo, per quanto se ne senta parlare quotidianamente, molti di noi non conoscono i meccanismi della giustizia. In questo libro il magistrato Marco Imperato parte dalle notizie di cronaca per spiegare come funziona la macchina della giustizia in Italia e rendere più chiaro il lessico giudiziario. “Il vero cambiamento, la vera rivoluzione della legalità, può affermarsi solo quando ciascuno di noi comprenderà che la legalità è possibile qui e ora, a cominciare dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti quotidiani”. Prefazione di Armando Spataro.

L’intento è quello di un confronto aperto, soprattutto con i giovani, su quelli che negli ultimi anni sono stati gli argomenti più discussi a livello politico-mediatico (intercettazioni, processo breve, prescrizione e molto altro), per riportarli alla loro dimensione giuridica e nelle mani dei cittadini, quali strumenti di maggiore consapevolezza per una vita democratica migliore.

 

Con preghiera di diffusione.

Qui l’evento su Facebook

Per maggiori informazioni scrivere a : redazione@diecieventicinque.it